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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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lun, giu 19, 2017  Roberta Buscherini
Dipendente statale si fa rimborsare € 4524,00 di commissioni della cessione del quinto rinegoziata.
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Dopo una mia personale indagine sulle anomalie bancarie ho deciso di scrivere questo articolo per  fare luce su un aspetto completamente sconosciuto all’opinione pubblica:

Come ottenere il rimborso delle commissioni della cessione del quinto rinnovata:

 

Mi riferisco ai costi anticipati sui contratti di cessione del quinto e prestito delega che le banche e le finanziarie hanno fatto sottoscrivere ai propri clienti prima del 2012. Nel corso della mia ricerca ho incontrato molti dipendenti e pensionati che avevano sottoscritto questo tipo di finanziamento ed ho avuto modo di visionare pratiche, contratti , conteggi estintivi sottoponendoli alle verifiche di tecnici commerciali e legali. I risultati sono stati sorprendenti. rimborso cessione quintoDa questo studio è emerso che la gran parte dei contratti di cessione del quinto o prestito delega che sono stati rinegoziati o estinti anticipatamente non erano in regola con le normative vigenti. Infatti cosi come una assicurazione auto è rapportata al periodo di copertura i costi contrattuali dovrebbero essere rapportati alla durata del finanziamento. Una chiusura o rinegoziazione della cessione del quinto  dovrebbe determinare la restituzione  di una parte dei costi, interessi compresi.

 

Quante banche o finanziarie hanno informato i propri clienti di questo loro obbligo; cioè del rimborso commissioni della cessione del quinto?

 

Quasi nessuna. La mia sorpresa però è stata avere intervistato quasi per caso un collaboratore scolastico che nel 2008 aveva stipulato sia una cessione del quinto che un prestito delega e che contrariamente alle mie aspettative aveva già ricevuto un rimborso delle commissioni della cessione del quinto di oltre quattro mila euro. Fino a quel momento non ero a conoscenza che si potesse verificare una tale possibilità. Come era potuto succedere? Forse mi ero imbattuto nella unica finanziaria rispettosa delle normative? Purtroppo no. Il sig Franco, già in una delicata situazione di sovraindebitamento, era stato informato dei suoi diritti da una Associazione Difesa Consumatori ADICONFI. Di conseguenza il nostro collaboratore scolastico ha deciso di farsi assistere da ADICONFI ottenendo così il rimborso commissioni della cessione del quinto e del prestito delega rinegoziati in passato. La procedura non è stata ne breve ne semplice ma il sig Franco non ha dovuto affrontare nessuna spesa anticipata. Qui di seguito ho voluto riportarvi l’intervista al presidente di ADICONFI il sig Alessandro Lega per aiutare tutti coloro che si trovano in situazioni simili a quella del sig Franco.  

 

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Presidente Lega; cos’è ADICONFI e a chi si rivolge?

 

alessandro lega presidente ADICONFI

Alessandro Lega; Presidente di ADICONFI – Associazione Difesa Consumatori Finanziari

Adiconfi è una Associazione di Difesa dei Consumatori di servizi Finanziari. E’ un’associazione senza fine di lucro. Il nostro compito principale è quello di educare i consumatori sulle varie anomalie bancarie come ad esempio; il recupero dei rimborsi dovuti dalle finanziarie per cessioni del quinto dello stipendio/pensione, usura e anatocismo. Ci rivolgiamo principalmente alle persone fisiche quindi non alle aziende. I nostri associati sono fondamentalmente lavoratori dipendenti statali/pubblici o privati e tanti pensionati.

 

Chi fa parte dell’organico professionale di ADICONFI?

 

Il nostro staff è composto principalmente di avvocati specializzati in contrattualistica, dottori commercialisti, periti ed ex consulenti bancari. Oltre chiaramente a molti associati che collaborano con noi su tutto il territorio nazionale.

 

Qual è il vostro principale obbiettivo come associazione ADICONFI?

 

Fare recuperare i denari dei cittadini in mano alle banche. Soldi trattenuti indebitamente dagli istituti di credito e dalle finanziarie.

Questa è una affermazione molto forte presidente.

 

Lo so, ma è forte anche il disaggio che molte famiglie stanno passando per colpa di questa crisi economica, e mi creda in questo momento se ADICONFI può aiutare queste famiglie ad avere dei rimborsi che per legge li spettano faremo tutto quello che è possibile per farli avere.

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Mi spieghi meglio esattamente di quali rimborsi stiamo parlando?

 

Guardi facciamo un esempio pratico in modo da capire meglio. Se lei per esempio decide che la sua auto ormai è troppo vecchia e quindi la porta a demolire, ma se ne accorge tardi che però la sua assicurazione RC Auto scade fra 8 mesi lei ha diritto al rimborso del premio per gli 8 messi di cui non usufruirà della stessa. E’ normale. Le basterà presentare all’assicurazione il certificato di demolizione e le sarà rimborsata la quota parte non goduta del premio. Con moltissime finanziarie questo non succede, specialmente con i rimborsi commissioni della cessione del quinto dello stipendio/pensione. Facciamo un altro esempio pratico molto recente e di cui lei è già a conoscenza; in questo caso è un esempio di un dipendente della scuola pubblica che si è rivolto a noi qualche settimana fa per richiedere tramite la nostra Associazione il rimborso commissioni della cessione del quinto e del prestito delega. accessi entrambi nel 2008 e di una durata di 10 anni. Nel 2012 decide di rinegoziare sia la cessione del quinto che il prestito delega per ottenere maggiore liquidità. E fin qui nulla di strano per questo collaboratore scolastico, fino a che non ha deciso di affidarsi ad ADICONFI  per scoprire dopo una verifica gratuita da parte dei nostri legali e periti dei suoi contratti di cessione del quinto che non li erano stati restituiti delle somme.

Per farla breve; questa persona ha usufruito del suo prestito per soli 4 anni dei 10 prestabiliti, ragione per cui ha diritto al rimborso delle commissioni della cessione del quinto pagati anticipatamente, per esempio: ( assicurazione caso morte, assicurazione per rischio credito, assicurazione rischio impiego, commissioni banca, commissioni intermediari, interessi ecc ecc)  per il periodo non usufruito, cioè 6 anni.

La prima anomalia è data dal fatto che la maggior parte di questi dice espressamente che il cliente non ha diritto a questo rimborso. La seconda grave anomalia è data dal comportamento della finanziaria che  come spessissimo succede, non consegna al suo cliente il conteggio per estinzione anticipata, evitando così che il consumatore stesso possa verificare in prima persona le voci di costo che li vengono addebitate in fase di rinnovo del prestito. La terza anomalia riguarda invece la non restituzione di questi importi se non in minima parte. Dopo l’analisi dei contratti e di tutta la casistica specifica, ADICONFI tramite i propri legali ha impugnato il contratto e successivamente ha dato avvio alla richiesta di rimborso commissioni della cessione del quinto facendo ottenere al nostro associato quello che li era dovuto. In questo caso €4524,00.

 

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Il consumatore non potrebbe ottenere i rimborsi commissioni della cessione del quinto in completa autonomia senza appoggiarsi alla vostra associazione?

 

Assolutamente si, noi come ADICONFI speriamo vivamente che tutti possano rientrare in posesso dei loro soldi come prevede la legge. Purtroppo però viviamo in una Italia dove i poteri forti delle banche soffocano il diritto naturale del consumatore, di conseguenza  per ottenere il rispetto dei propri diritti ci si trova nella necessità di utilizzare le vie legali. Le faccio un esempio pratico; pensi per esempio che la maggior parte dei contratti di cessione del quinto prevedono espressamente la non rimborsabilità delle commissioni  pagati anticipatamente.  Nessuno informa i cittadini che questo non è più legale. Dare questa informazione è il nostro scopo statutario. In conclusione il consumatore per agire in autonomia è costretto a rivolgersi ad un proprio legale specializzato in materia a un perito che valuti i conteggi vari anticipando dei costi fino ad un eventuale ricorso, non avendo nemmeno la certezza del risultato finale. I nostri associati invece sono coperti da questo rischio grazie ad una convenzione tra ADICONFI  e tecnici e legali specializzati che saranno retribuiti solo nel caso in qui la pratica si concluda a favore del associato ADICONFI, ottenendo tutto il rimborso commissioni della cessione del quinto rinegoziata. E’ proprio l’associazione stessa ad anticipare le spese di avvio pratica senza dover chiedere nulla ai propri associati.

 

Presidente Lega; quanto è frequente questo tipo di anomalie dei rimborsi sui contratti di cessione del quinto? E’ possibile stabilire una percentuale?

 

Questo tipo di anomalie si presenta unicamente nei contratti di cessione del quinto dello stipendio/pensione sottoscritti fino a meta del 2011. Abbiamo riscontrato che il 92% dei contratti da noi controllati hanno questo tipo di anomalie, quindi i titolari di questi contratti hanno diritto a un rimborso commissioni della cessione del quinto che a volte può essere anche di una certa entità.

 

Cosa succede se il prestito è stato rinnovato con altro istituto? Il cliente ha comunque diritto a questi rimborsi sulla cessione del quinto?

 

Certamente, non importa se questo finanziamento è ormai “nel dimenticatoio”. E’ sempre possibile fare la richiesta di rimborso purché la cessione del quinto non sia stata rinegoziata o estinta da oltre 10 anni.

E se non avessi più in mio possesso la copia del vecchio contratto posso comunque ottenere il rimborso delle commissioni della cessione del quinto?

 

Certamente. E’ necessario però in questo caso reperire tutti i contratti di cessione del quinto rinegoziati, e per farlo abbiamo tre opzioni:

  • La prima opzione è decisamente la più veloce e conveniente; chiedere una copia completa di tutti i contratti al proprio datore di lavoro o amministrazione. (loro hanno sempre una copia del contratto che a suo tempo è stato notificato dalla finanziaria)
  • La seconda opzione è quella di rivolgersi alla propria finanziaria chiedendo copia di tutti i contratti.
  • La terza opzione ; con apposita delega ADICONFI li chiederà alla finanziaria tramite i propri legali.

Ci tenevo a sottolineare con i consumatori che ci leggono, che il diritto al rimborso cessione del quinto è su ogni rinnovo o estinzione fatta. Non solo sul ultimo rinnovo ma anche su quelli precedenti.

 

 

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Spesso la gente ha un po’ timore delle questioni legali. Esiste qualche rischio per chi richiede i rimborsi che li spettano tramite ADICONFI?

 

No, non ce alcun rischio da parte dell’associato. Alle questione legali e burocratiche ci pensa ADICONFI con i suoi professionisti. Una volta fatta la richiesta tramite ADICONFI, l’associato deve solo aspettare il rimborso.

 

Presidente per farsi tutelare dalla vostra associazione e valutare i contratti di cessione del quinto per successivamente fare richiesta di rimborso alla finanziaria è necessario anticipare delle spese?

 

No; non è necessario anticipare alcuna spesa. La valutazione dei propri contratti di cessione estinti o rinegoziati viene fatta gratuitamente a tutti i cittadini.

 

Puo dirci quant’è la quota annuale per associarsi ad ADICONFI?

 

Attualmente la tessera associativa per l’anno 2016/2017 e di €5 (cinque).

 

Come è possibile entrare in contatto con l’associazione ADICONFI?

 

Sicuramente la via più comoda è attraverso il nostro sito web: http://www.adiconfi.it/richiesta-rimborsi-cessione-del-quinto-rinegoziate/

 

Grazie presidente Lega per il tempo che ci ha dedicato

 

Grazie a voi per averci dato l’opportunità di mettere a conoscenza il vostro grande pubblico sui propri diritti.

 

 

Roberta Buscherini

 

 

lun, nov 6, 2017  Valentina
Prescrizione riposi compensativi
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43123319 - stop the time conceptQuello al riposo compensativo, a prescindere dalla natura del contratto di lavoro, è un diritto inderogabile per i dipendenti. Ricordiamo infatti che è costituzionalmente previsto dall’articolo 36 e “consente al lavoratore di ricostituire le proprie energie psicofisiche e svolgere attività espressione della propria personalità”.
Si parla dei riposi compensativi intendendo una tipologia di riposo professionale che ha lo scopo di compensare appunto una prestazione lavorativa che è superiore a quella ordinaria prevista e retribuita da contratto.
Proprio perché si tratta di un diritto costituzionalmente riconosciuto, la prescrizione riposi compensativi non esiste, ovvero è un diritto che non va mai in decadenza, ma secondo quanto previsto da alcune sentenze della corte di cassazione, la possibilità di richiedere risarcimento del danno in caso di mancata fruizione ha invece una scadenza precisa.
Di fatto, la legislazione prevede che la durata di questa possibilità sia di 10 anni. Il diritto al riposo compensativo infatti è talmente tanto tutelato che la sua mancata fruizione può dare luogo ad un risarcimento del danno, come stabilito anche dalla sentenza n. 15699 del 2015 della Sezione Lavoro della Corte Suprema di Cassazione.

 

 

 

 

Origine prescrizione riposi compensativi

 

 

 

La rivoluzione in termini di orario di lavoro e di non lavoro e quindi anche in termini di prescrizione riposi compensativi arriva con  le direttive 93/107/CE e 2000/34/CE, le quali hanno delineato all’interno dell’ordinamento nazionale i limiti temporali delle prestazioni lavorative, al solo scopo di migliorare il rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero, inteso come libero dallo svolgimento di compiti di carattere professionale.
Tra gli articoli più importanti in tema di prescrizione riposi compensativi va senza dubbio menzionato il 5 del D.Lgs. 66/2003, il quale inserisce una novità assoluta, obbligando il datore di lavoro a prevedere maggiorazioni retributive particolari per il lavoro straordinario, che come tale esula dalle competenze ordinarie previste da contratto.

 

 

In questo contesto, alcuni contratti collettivi prevedono, in aggiunta o anche in alternativa a una maggiorazione retributiva, in caso di lavoro straordinario, la possibilità di usufruire di riposi compensativi.

A differenza delle pause periodiche, che possono essere quotidiane o settimanali, i riposi compensativi non mirano a garantire il recupero delle energie fisiche del lavoratore, ma sono delle vere e proprie compensazioni rispetto a giornate di lavoro svolte in momenti che dovrebbe essere di riposo, come festivi o domeniche.

 

 

Quando si può parlare quindi di riposi compensativi? Si matura un riposo compensativo ogni volta che non si usufruisce della giornata di riposo settimanale ovvero di uno stacco di 24 ore consecutive dopo un periodo di lavoro continuativo di 6 giorni.
La copertura della giornata di riposo compensativo avviene con il recupero delle ore lavorate nel giorno festivo e in parte con ore di recupero dello stesso dipendente.

 

 

 

 

Danno per mancato riposo compensativo

 

 

 

 

Esiste poi, come accennato in apertura, la possibilità per i dipendenti pubblici di richiedere un danno per aver prestato attività lavorativa sette giorni su sette, senza usufruire della prescrizione riposi compensativi.

Chiaramente servono dei documenti che dimostrino questa mancata fruizione, come buste paga, statini, istanze e diffide alla pubblica amministrazione di appartenenza, la quale per avere valore deve essersi protratta nel tempo.
È facoltà dell’amministrazione provare poi che le cose sono andate diversamente da quanto dichiarato dal dipendente.
Va precisato però che il danno subito dal mancato riposo compensativo non è necessariamente tangibile, ma per il giudice si intende un danno di carattere esistenziale, che può portare a una situazione di stress psicofisico, il quale a sua volta può avere serie ripercussioni nel quotidiano svolgimento della professione. Questo è tanto più vero quando la professione di cui si parla è delicata e richiede un’attenzione massima.
Si configura così anche la possibilità in caso di riconoscimento del danno, di richiesta di risarcimento per una lesione di natura biologica, accertabile.
Nelle diverse pronunce della corte di cassazione in tema di prescrizione riposi settimanali, di fatto si è dato luogo ad alcune regole non scritte sul calcolo del danno derivante dalla mancata fruizione di questo diretto.
Nella pronuncia 14710/2015, ad esempio, la Cassazione ha stabilito che la misura del risarcimento da usura psicofisica per mancato riposo vada stabilita tramite una valutazione motivata del giudice, il quale deve tenere presente la gravosità delle prestazioni lavorative del soggetto, eventuali strumenti affini della disciplina collettiva e anche le clausole collettive sul risarcimento riconosciuto al lavoratore.
Una serie di altre sentenze della corte di cassazione hanno poi disciplinato tutti quei casi in cui non si può configurare una richiesta di risarcimento del danno: La sentenza 26398/2013, la 14940/2014, la 23624/2010 e infine la decisione 11727/2013 sono andate infatti a fare ordine in tutti quei casi nei quali il lavoratore non viene penalizzato dal mancato riposo compensativo, come ad esempio il lavoro su turnazione o per quelle situazioni nelle quali il lavoratore non è in grado di dimostrare in via inconfutabile la mancata fruizione del riposo compensativo.

 

 

 

 

 

Fonte: diritto24/ilsole24ore / wikilabour / diritto-lavoro

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lun, ott 30, 2017  Valentina
Infortuni Dipendenti Pubblici
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Fonte: accessclaimssolution.co.uk

Fonte: accessclaimssolution.co.uk

 

Chi lavora, a prescindere dal settore per il quale presta servizio, è possibile che incorra in qualche incidente più o meno grave durante il proprio orario di lavoro. Quando ciò accade si parla di infortunio. In questo articolo ci vogliamo concentrare su tutto ciò che riguarda gli infortuni dipendenti pubblici, quindi per tutti coloro che lavorano nella pubblica amministrazione.
La definizione più opportuna di infortunio è danno imprevedibile dovuto a una causa violenta avvenuto durante l’orario di lavoro o durante il tragitto di andata o ritorno tra il domicilio e la sede presso al quale si presta servizio. Questa ultima ipotesi implica l’assenza di deviazioni o interruzioni rispetto al tragitto più breve d compiere.
Anche per la pubblica amministrazione, l’ente preposto alla gestione e al controllo di tutto ciò che concerne gli infortuni dipendenti pubblici è l’Inail, a cui va fatta tempestiva comunicazione di quanto accaduto da parte del datore di lavoro. Lo stesso deve quindi comunicare all’Inail le condizioni in cui è avvenuto l’infortunio, l’orario e la dinamica e i danni riportati.

 
Gli scenari che si aprono in caso di infortuni dipendenti pubblici dipendono chiaramente dall’entità del danno subito; il dipendente può quindi recarsi al pronto soccorso per farsi refertare oppure dal proprio medico curante o ancora dal medico della propria azienda, qualora esista questa figura all’interno dell’organico.
Una volta che il certificato è stato emesso, deve essere spedito in via telematica, sia al datore di lavoro che all’Inail.

 

 

 

 

Denuncia infortunio sul lavoro pronto soccorso

 

Qual è la prima cosa da fare in caso di infortuni dipendenti pubblici? Il primo passo è quello che obbliga il lavoratore a dare comunicazione immediata al datore di lavoro di quanto accaduto e recarsi subito al pronto soccorso per tutti gli accertamenti necessari.

 

 

Sarà proprio al pronto soccorso infatti che il medico ospedaliero che prenderà in carico il dipendente infortunato, rilascerà il primo certificato. Tale documento dovrà pervenire al datore di lavoro, il quale, una volta ricevuto, dovrà a suo volta esporre denuncia all’ente preposto alla gestione dell’infortunio, cioè l’Inail.

 

 

La trasmissione del certificato all’inail deve avvenire entro 48 ore dall’emissione e in via telematica, tramite un apposito modulo reperibile sul sito dell’ente.
La denuncia da parte del datore di lavoro va effettuata ogni qual volta gli infortuni siano considerati non guaribili entro tre giorni. Nel caso estremo in cui l’infortunio abbia causato la morte del dipendente, o che il pericolo di decesso sia tangibile, la segnalazione all’inail deve arrivare entro 24 ore.

 

 

 

Quanto può durare un infortunio sul lavoro

 

 

Nei casi di infortuni dipendenti pubblici, il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto per un periodo massimo di 36 mesi.
Le assenze per infortunio non sono soggette al periodo di comporto e non si possono sommare con le assenze per malattia a meno che non lo preveda il contratto di lavoro collettivo nazionale
In caso di infortunio, il dipendente ha diritto alla conservazione del posto di lavoro fino alla completa guarigione, a prescindere dalla durata della pratica. ma questo non significa che non ci siano alcune conseguenze al momento del reintegro.

 

 

Infortunio sul lavoro retribuzione

 

 

 

Nel caso di infortuni dipendenti pubblici, al lavoratore spetta l’intera retribuzione comprensiva del trattamento accessorio come determinato nelle tabelle allegate ai contratti.

 

 

Per i primi 4 giorni di assenza, compreso quello nel quale è avvenuto l’infortunio, la retribuzione è in capo al datore di lavoro e ha un importo pari al 100 %.  Per i successivi 3 giorni, chiamati periodo di carenza, il lavoratore percepirà il 60% della retribuzione.
Dal 5 giorno in avanti, fino alla chiusura dell’infortunio, il lavoratore percepirà la sua retribuzione dall’Inail, suddivisa in questa percentuale:

• al 60% della retribuzione fino al 90° giorno.

 

• al 75% della retribuzione dal 91°giorno e fino alla completa guarigione del lavoratore infortunato.

 

 

 

Dal quinto giorno in poi non si parla più di retribuzione ma di indennizzo, il quale viene liquidato per tutti i giorni, compresi i festivi che cadono nel periodo di astensione dal lavoro.
Precisiamo anche che in caso di infortuni dipendenti pubblici, il lavoratore viene tutelato economicamente dall’INAIL anche per la copertura delle spese per esami diagnostici e terapie riabilitative, se preventivamente prescritte o autorizzate dall’Inail.

 

 

Infortunio sul lavoro controlli

 

 

A differenza di quanto avviene in caso di malattia, per gli infortuni dipendenti pubblici non esiste obbligo di reperibilità in capo al lavoratore; a stabilirlo è il decreto ministeriale n.206 del 18 dicembre 2009, che esonera appunto dall’obbligo di reperibilità per tutte quelle situazioni delle quali sia certa la natura e l’origine dell’assenza; l’infortunio rientra tra queste categorie.
Per gli infortuni sul lavoro l’inail quindi non ha facoltà di eseguire visite fiscali.
Attenzione però, perché il datore di lavoro può comunque richiedere la verifica dello stato di salute del proprio dipendente, rivolgendo la sua richiesta direttamente all’Inps. Tale facoltà è stata sancita dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 15773/2002, nella quale si spiega che il datore di lavoro a sue spese può attivare il servizio a richiesta per l’esecuzione di visite fiscali di controllo a domicilio, non solo sulle assenze dal lavoro per malattia, ma anche nei casi di denuncia di infortunio sul lavoro, per l’intera durata del periodo di prognosi.
La visita di controllo da parte dell’Inail diventa invece obbligatoria per il datore di lavoro prima di poter riprendere regolare servizio. È necessario quindi che si rechi presso gli ambulatori dell’Inail, ottenendo, dopo una visita, il certificato di idoneità che chiude definitivamente l’infortunio.
La completa chiusura della pratica d’infortunio avverrà con l’invio da parte dell’Inail di un questionario che il lavoratore dovrà compilare e restituire, nel quale si chiedono dettagli circa le modalità di svolgimento dell’infortunio.

 

 

Licenziamento dopo infortunio sul lavoro

 

 

 

Come abbiamo già scritto in precedenza il dipendente ha diritto in caso di infortunio alla conservazione del posto per un massimo di 36 mesi.

Cosa accade se al termine di tale periodo il lavoratore non viene riconosciuto abile nella medesima mansione prevista dal suo contratto? In questo caso l’amministrazione può spostare il dipendente in profili professionali diversi ma equivalenti a quello originale oppure, se questo non è possibile, può impiegarlo, con il suo consenso però, in mansioni di qualifica inferiore. Tale cambio di mansione consensuale produrrà chiaramente anche un adeguamento economico in negativo del dipendente.

 

 

Nel caso di superamento del periodo massimo di 36 mesi di assenza senza rientro nella propria mansione si può configurare il licenziamento, appunto, per avvenuto superamento del periodo di assenza dal lavoro.

 

 

Proprio su questo tema è intervenuta la corte di cassazione con la sentenza n.17837/2015, la quale stabilisce che è illegittimo il licenziamento del lavoratore assente per infortunio e che abbia superato il cosiddetto periodo di comporto, qualora la colpa dell’incidente sia da addebitare al datore di lavoro.

 

 

 

 

Fonte: investireoggi / urbanpost /fpcgil / guidafisco

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

 

 

 

gio, ott 19, 2017  Valentina
Enam Rimborso spese mediche insegnanti
5 (100%) 2 Vota Questo Articolo

enam-rimborso-spese-medichePer capire come poter attivare la procedura di rimborso delle spese mediche all’Enam, cioè all’ente nazionale di assistenza magistrale, bisogna spendere due parole proprio su questo organo. Si tratta infatti di un ente pubblico a tutti gli effetti, che detiene personalità giuridica e risponde delle proprie azioni al ministero dell’istruzione.

Il suo scopo primario è quello di occuparsi di sussidi, sovvenzioni, borse di studio e assistenza scolastica e sanitaria dei propri iscritti.

 

 

 

E chi sono gli iscritti all’enam? Sono i dipendenti delle scuole elementari e materne statali, senza distinzione di servizio, cioè siano essi in pensione oppure ancora in ruolo. Tanto per dare un’idea numerica di quello di cui stiamo parlando oggi ci sono oltre 320 mila insegnanti in ruolo tra scuole primarie e dell’infanzia, a cui si aggiunge tutta la schiera dei pensionati del settore che conservano il diritto alle prestazioni grazie ai versamenti effettuati quando erano in servizio. Il versamento di cui parliamo è di 150 euro annue in media.

Se sommiamo insegnanti in servizio, pensionati, vedovi e orfani si parla di mezzo milione di persone.

 

 

Enam modulistica rimborso spese mediche insegnanti.

 

 

 

Precisiamo che enam rimborso spese mediche insegnanti riguarda solo i costi superiori ai 20 euro; a questa regala fanno eccezione tutti i medicinali utilizzati per la cura di malattie croniche, per i quali non viene indicato un limite di prezzo.

 

 

La domanda di richiesta enam rimborso spese mediche insegnanti deve essere compilata solamente in stampatello e presentata o al comitato provinciale o alla sede centrale dell’inps. Il primo caso vale per una spesa complessiva che non superi i 3000 euro. Per gli importi maggiori invece la domanda deve arrivare direttamente alla sede centrale di Trastevere.

 

 

La domanda può essere presentata sia dall’iscritto che anche da alcuni familiari, tra cui i conviventi a carico fiscale, coniuge non legalmente separato, figli purché non siano sposati, genitori, fratelli o sorelle maggiorenni e abili al lavoro, vedovo non risposato a patto che, al momento dl decesso, risultasse a carico dell’iscritto, e gli orfani.

Le spese incluse in questa domanda devono essere state effettuate non prima di un anno dalla data della domanda e devono essere tutte accompagnante dalle fatture del medico curante e intestate all’iscritto o al familiare a carico.

La documentazione deve essere sempre consegnata all’enam in originale. Qualora si voglia invece utilizzare delle copie, queste devono essere autenticate presso il proprio comitato provinciale, il quale verifica gli originali e autorizzerà un autocertificazione nella quale si dichiara appunto l’autenticità dei documenti.

Se la documentazione o parte di essa è avvenuta fuori dai confini italiani, va consegnata nella lingua originale e va accompagnata da una traduzione.

 

 

Oltre alla documentazione attestante la parte medica, la domanda di rimborso spese mediche insegnanti deve essere accompagnata anche da una copia del documento di identità e dell’ultimo cedolino dello stipendio; qualora sia il caso dalle certificazioni che attestino la presenza di un’invalidità o di una malattia grave cronica.

 

 

Rimborso sanitario ENAM e 730

 

 

Il rimborso che l’iscritto ottiene con questa domanda deve poi essere riportato nella denuncia dei redditi in maniera da poter ottenere la detrazione.

 

 

La percentuale di contribuzione per enam rimborso spese mediche insegnanti varia in base alla fascia di appartenenza ISEE del beneficiario della prestazione. Tanto per essere maggiormente esplicativi, sul sito dell’Inps è stata pubblicata una tabella  che indica le fasce in base al reddito Isee

 

 

 

Enam e insegnanti. Un rapporto difficile

 

 

 

Al di là della parte amministrativa e burocratica, gli appartenenti al settore e diretti interessati al tema, cioè gli insegnanti non sembrano essere particolarmente soddisfatti dell’operato enam. La trattenuta infatti, nasceva come un vero e proprio contributo da parte del comparto scuola al fine di garantire servizi e opportunità legate alla professione.  Una specie di assicurazione parallela insomma.

 

 

Con l’esproprio però dell’enam da parte dell’inps, le prestazioni prima garantite sono diminuite in qualità e quantità. Questo almeno è quanto denuncia il settore scuola. Dall’altra parte le istituzione e l’Inps sottolineano con forza come questo cambio di ente non abbia in alcun modo inciso sull’erogazione dei servizi.

 

 

 

Vogliamo infine ricordare a questo proposito che con cadenza annuale, l’enam organizza due bandi di concorso, che riguardano Soggiorni invernali e Soggiorni primaverili presso le case del maestro. I bandi vengono pubblicati sul sito sotto nella parte di Iniziative Welfare, assistenza e mutualità.

All’interno del bando vengono indicate tutte le informazioni sia sulle strutture ospitanti che anche sulle modalità di compilazione della domanda.

 

 

A fronte del cambio enam/inps per poter accedere ai servizi riservati agli iscritti all’ente defunto, una volta entrati nel sito dell’inps, è necessario avere il proprio pin personale, cliccando in alto verso il centro pagina e poi seguire le istruzioni.

Una volta entrati nella sezione corretta, per poter prendere visione delle offerte di assistenza, vi consigliamo di utilizzare il tasto “cerca” posizionato in alto a destra e scrivere “ex enam”. Vi si aprirà in questo modo una pagina con tutte le informazioni sia su enam rimborso spese mediche insegnanti, che su tutte le altre iniziative e bandi previsti.

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

mer, ott 18, 2017  Roberta Buscherini
Pensione Reversibilità INPS – INPS: Diritti, Domande e Calcolo Online
4.4 (88.25%) 63 Vota Questo Articolo

La pensione reversibilità Inpdap INPS è una formula previdenziale, nata negli anni 30 per tutelare i familiari dei dipendenti pubblici senza diritto ad una pensione propria e con un reddito inferiore al limite di povertà. Nello specifico, la pensione reversibilità è l’importo della pensione che ricevono, per diritto, i superstiti di un dipendente pubblico Inpdap, ora Inps, nel momento della sua scomparsa.

Detto in altre parole, i familiari superstiti di un pensionato iscritto presso una delle gestioni inps (quindi anche ex inpdap) hanno diritto a una pensione a fronte della verifica di alcuni requisiti ben definiti.

 

 

Precisiamo infatti che si accede di diritto alla pensione reversibilità Inpdap Inps se il deceduto era titolare di una pensione diretta oppure se sia in corso una liquidazione della stessa.

L’altra condizione nella quale i familiari hanno diritto alla pensione di reversibilità si verifica quando il titolare della pensione ha maturato 15 anni di assicurazione e contribuzione, oppure 5 anni di assicurazione e contribuzione, di cui almeno 3 nel quinquennio precedente alla data del decesso. In questo caso la pensione alla quale avranno accesso i familiari si chiamerà pensione indiretta.

 

Chi ha diritto alla pensione reversibilità INPDAP – INPS

 

I superstiti che hanno diritto alla pensione reversibilità INPS, gestita ora dall’Inps sono:

-       Il coniuge del dipendente pubblico scomparso. Anche se si tratta di un coniuge separato che abbia diritto agli alimenti o di un coniuge divorziato che non si sia risposato

-       I figli (legittimi, legittimati, adottivi, affiliati, naturali, legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge) sempre che nel momento della scomparsa del dipendente Inpdap siano minorenni, siano a carico del genitori, siano studenti di meno di 26 anni senza un lavoro o siano inabili indipendentemente dell’età.

Se il deceduto non ha né moglie e né figli, il diritto alla pensione passa direttamente ai genitori che, al momento della morte devono però già aver compiuto il 65esimo anno di età e che risultino a carico del lavoratore deceduto.

 

 

In assenza anche dei genitori, il diritto passa ai fratelli celibi e sorelle nubili dell’assicurato che al momento del decesso risultino inabili al lavoro, non siano titolari di pensione e siano a carico del lavoratore deceduto.

 

Calcolo Pensione Reversibilità INPDAP – INPS

 

 

 

 

 

Il beneficiario della pensione reversibilità  ha il diritto ad un 60 % della pensione complessiva del dipendente pubblico scomparso; se si tratta di coniuge con un figlio, la percentuale è dell’80 % e dell’100 % nel caso di coniuge con due figli.

Questa formula previdenziale ha una durata vitalizia e viene allegata all’eventuale pensione che il coniuge, o familiare in questione, già percepisce.

La pensione reversibilità Inpdap ha una decorrenza dal mese successivo al decesso del dipendente pubblico o pensionato INPDAP.

Ora è possibile realizzare online una simulazione del calcolo pensione reversibilità, ora Inps. Per effettuare il calcolo, è necessario compilare il modulo con l’importo annuale della pensione già corrisposta al dipendente o pensionato scomparso e il numero di parenti a carico.

 

Domanda Pensione Reversibilità

 

Per ottenere la pensione reversibilità INPS, è necessario compilare il modulo apposito e presentarlo agli Uffici Centrali dell’Inps personalmente oppure tramite Internet, attraverso i servizi online dell’ente.

Alla domanda di pensione reversibilità  è necessario allegare:

-       Certificato di morte del dipendente

-       Certificato di matrimonio

-       Stato di famiglia

-       Dichiarazione di non separazione o divorzio

-       Dichiarazione di non avvenuto nuovo matrimonio

-       Dichiarazione sul diritto alle detrazione d’imposta

-       Dichiarazione dei reddito

-       Modalità di pagamento

 

Scarica il Modulo di Domanda per Pensione Reversibilità: Domanda Pensione Reversibilità

 

Fonte: Inps / Inpdap

 

Roberta Buscherini

 

 

mar, ott 17, 2017  Valentina
Richiedere Pin INPS
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Quando si parla di PIN si intende quel codice personale che consente di accedere ai servizi telematizzati dell’INPS. La procedura prevista per richiedere pin Inps è esclusivamente telematica, come ormai la maggior parte delle procedure in ambito di pubblica amministrazione che è possibile eseguire comodamente da casa propria. In questa breve guida vedremo come fare passo a passo.

Per ottenerlo bisogna entrare nel sito dell’Inps e seguire dei semplici passi, vediamo ora tutte le schermate del sito del INPS e le indicazioni da seguire:

Per prima cosa accedi al sito del INPS

 

 

 

1) Cliccare sul pulsante “Il PIN online” contraddistinto da un lucchetto, situato nella parte bassa della pagina;

 

Il pin online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Cliccare sul pulsante “Accedi al Servizio”

 

 

 

accedi al servizio pin inps

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) Cliccare sul pulsante “Richiedi pin online”

 

 

richiesta pin online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) Cliccare sul pulsante in blu “Richiedi PIN“;

 

richiedi pin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta entrati nella pagina, bisgona inserire nell’apposito modulo i propri dati anagrafici, il codice fiscale, l’indirizzo di residenza, un numero di telefono. Tutte queste informazioni servono al contact center per due ragioni diverse.

Richiedi il tuo pin

 

 

Nell’immediato perché si utilizzeranno per l’invio del vero e proprio pin. In secondo luogo saranno i recapiti a cui fare riferimento in caso di richiesta assistenza da parte dell’utente.

Per questo motivo è consigliato l’inserimento di almeno due recapiti telefonici diversi e due indirizzi mail, di cui uno in posta certificata; in questo modo sarà possibile sfruttare quell’indirizzo in caso di smarrimento del pin per eseguire la procedura telematica per il ripristino.

 

Una volta inseriti tutti i dati, il sistema elabora il controllo degli stessi e una volta accertata l’esattezza dei dati raccolti, inizia l’invio del vero e proprio pin. Se dalla verifica emerge che i dati inseriti non sono esatti, il contact center provvede a chiamare direttamente l’utente per verificare l’accaduto e fornire immeditata assistenza.

 

 

 

Attivazione Pin INPS

 

 

 

 

Il pin altro non è che un codice segreto che permette l’accesso al portale Inps per l’accesso ad alcuni dati personali e riservati. Si tratta di un codice composto inizialmente da 16 caratteri, dei quali 8 vengono inviati via sms, via mail o tramite posta elettronica, mentre gli ultimi otto vengono recapitati tramite posta ordinaria all’indirizzo di residenza del richiedente.

I 16 caratteri, a fronte del primo utilizzo, diventano 8, dando così vita al vero e proprio codice pin che rimane valido per i successivi accessi.

Precisiamo che per accedere ai servizi Inps, dal 16 marco 2016, non è necessario richiedere pin Inps, ma è sufficiente anche essere in possesso delle credenziali SPID.

 

 

L’inps si rende spesso protagonista negli ultimi anni di campagne di pubblicità del proprio ente, durante le quali provvede all’invio per posta ordinaria di parte del pin ai cittadini. Si tratta in sintesi della prima fase della procedura per richiedere pin inps appena descritta.

 

 

 

Converti Pin INPS

 

 

 

Come abbiamo già scritto richiedere pin Inps è utile perché permette di avere accesso ad alcune informazioni personali, il pin ordinario però non permette l’evasione di pratiche di carattere amministrativo. Le notizie a cui si ha accesso attraverso il pin riguardano la propria posizione previdenziale, ma è possibile anche accedere a tutta una serie di servizi online, con un risparmio di tempo e fila agli sportelli Inps, per buona pace di tutti.

Per poter accedere a prestazioni e benefici è necessario convertire il pin ordinari in quello che viene chiamato pin dispositivo.

 

Come fare per richieder pin inps dispositivo? Bisogna recarsi in una sede Inps e compilare il modulo MV35 – Richiesta assegnazione codice PIN dispositivo per il cittadino. Oppure si può utilizzare la procedura on line. In questo caso tramite il sito, si inserisce il pin ordinario, l’utente poi stampa e firma il modulo di richiesta, scansiona i documenti insieme a un documento di riconoscimento e li carica on line.

Se non si può eseguire la scansione dei documenti firmati, si possono anche consegnare presso il Contact center con posta ordinario, via fax al numero 800 803 164 o brevi manu in una qualunque delle sedi Inps dislocate sul territorio.

 

Una volta che il contact center verifica i documenti ricevuti, in automatico trasforma il pin ordinario in un pin dispositivo, dando di fatto al possibilità all’utente di eseguire procedure e prestazioni direttamente dal sito.

 

 

 

Revoca Pin INPS

 

 

 

Del pin Inps si può anche richiedere la revoca, sempre utilizzando la procedura telematica dal sito internet. Per effettuare la revoca serve il codice fiscale, i dati della tessera sanitaria e un indirizzo email o PEC.

Per chi non è molto pratico con le procedure on line, esiste anche la possibilità di avanzare richiesta di revoca tramite il contact center chiamando il numero verde 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164164 da rete mobile (a pagamento in base al piano tariffario del gestore telefonico).

 

 

Una delle motivazioni principali per la quale si avanza richiesta di revoca del pin Inps è il suo smarrimento. Prima di arrivare all’estrema decisione dei revocarlo per poi chiedere l’emissione di uno nuovo, è possibile anche eseguire la procedura di ripristino.

Per farlo sono necessari il codice fiscale e almeno due dei contatti inseriti al momento della registrazione tra cellulare, email e PEC; quest’ultima richiesta trova giustificazione solamente nella sicurezza del processo e nella tutela dei dati personali.

L’utente riceverà quindi una comunicazione con un link da cliccare; il nuovo pin seguirà la procedura della prima emissione: metà verrà comunicato tramite il numero di cellulare e le ultime 8 cifre invece tramite l’indirizzo pec. Anche dalla semplice procedura di ripristino si capisce l’importanza di tenere sempre aggiornati i propri recapiti personali.

 

 

 

 

 

Fonte: inps / lavoroediritti

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa