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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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lun, giu 19, 2017  Roberta Buscherini
Dipendente statale si fa rimborsare € 4524,00 di commissioni della cessione del quinto rinegoziata.
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Dopo una mia personale indagine sulle anomalie bancarie ho deciso di scrivere questo articolo per  fare luce su un aspetto completamente sconosciuto all’opinione pubblica:

Come ottenere il rimborso delle commissioni della cessione del quinto rinnovata:

 

Mi riferisco ai costi anticipati sui contratti di cessione del quinto e prestito delega che le banche e le finanziarie hanno fatto sottoscrivere ai propri clienti prima del 2012. Nel corso della mia ricerca ho incontrato molti dipendenti e pensionati che avevano sottoscritto questo tipo di finanziamento ed ho avuto modo di visionare pratiche, contratti , conteggi estintivi sottoponendoli alle verifiche di tecnici commerciali e legali. I risultati sono stati sorprendenti. rimborso cessione quintoDa questo studio è emerso che la gran parte dei contratti di cessione del quinto o prestito delega che sono stati rinegoziati o estinti anticipatamente non erano in regola con le normative vigenti. Infatti cosi come una assicurazione auto è rapportata al periodo di copertura i costi contrattuali dovrebbero essere rapportati alla durata del finanziamento. Una chiusura o rinegoziazione della cessione del quinto  dovrebbe determinare la restituzione  di una parte dei costi, interessi compresi.

 

Quante banche o finanziarie hanno informato i propri clienti di questo loro obbligo; cioè del rimborso commissioni della cessione del quinto?

 

Quasi nessuna. La mia sorpresa però è stata avere intervistato quasi per caso un collaboratore scolastico che nel 2008 aveva stipulato sia una cessione del quinto che un prestito delega e che contrariamente alle mie aspettative aveva già ricevuto un rimborso delle commissioni della cessione del quinto di oltre quattro mila euro. Fino a quel momento non ero a conoscenza che si potesse verificare una tale possibilità. Come era potuto succedere? Forse mi ero imbattuto nella unica finanziaria rispettosa delle normative? Purtroppo no. Il sig Franco, già in una delicata situazione di sovraindebitamento, era stato informato dei suoi diritti da una Associazione Difesa Consumatori ADICONFI. Di conseguenza il nostro collaboratore scolastico ha deciso di farsi assistere da ADICONFI ottenendo così il rimborso commissioni della cessione del quinto e del prestito delega rinegoziati in passato. La procedura non è stata ne breve ne semplice ma il sig Franco non ha dovuto affrontare nessuna spesa anticipata. Qui di seguito ho voluto riportarvi l’intervista al presidente di ADICONFI il sig Alessandro Lega per aiutare tutti coloro che si trovano in situazioni simili a quella del sig Franco.  

 

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Presidente Lega; cos’è ADICONFI e a chi si rivolge?

 

alessandro lega presidente ADICONFI

Alessandro Lega; Presidente di ADICONFI – Associazione Difesa Consumatori Finanziari

Adiconfi è una Associazione di Difesa dei Consumatori di servizi Finanziari. E’ un’associazione senza fine di lucro. Il nostro compito principale è quello di educare i consumatori sulle varie anomalie bancarie come ad esempio; il recupero dei rimborsi dovuti dalle finanziarie per cessioni del quinto dello stipendio/pensione, usura e anatocismo. Ci rivolgiamo principalmente alle persone fisiche quindi non alle aziende. I nostri associati sono fondamentalmente lavoratori dipendenti statali/pubblici o privati e tanti pensionati.

 

Chi fa parte dell’organico professionale di ADICONFI?

 

Il nostro staff è composto principalmente di avvocati specializzati in contrattualistica, dottori commercialisti, periti ed ex consulenti bancari. Oltre chiaramente a molti associati che collaborano con noi su tutto il territorio nazionale.

 

Qual è il vostro principale obbiettivo come associazione ADICONFI?

 

Fare recuperare i denari dei cittadini in mano alle banche. Soldi trattenuti indebitamente dagli istituti di credito e dalle finanziarie.

Questa è una affermazione molto forte presidente.

 

Lo so, ma è forte anche il disaggio che molte famiglie stanno passando per colpa di questa crisi economica, e mi creda in questo momento se ADICONFI può aiutare queste famiglie ad avere dei rimborsi che per legge li spettano faremo tutto quello che è possibile per farli avere.

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Mi spieghi meglio esattamente di quali rimborsi stiamo parlando?

 

Guardi facciamo un esempio pratico in modo da capire meglio. Se lei per esempio decide che la sua auto ormai è troppo vecchia e quindi la porta a demolire, ma se ne accorge tardi che però la sua assicurazione RC Auto scade fra 8 mesi lei ha diritto al rimborso del premio per gli 8 messi di cui non usufruirà della stessa. E’ normale. Le basterà presentare all’assicurazione il certificato di demolizione e le sarà rimborsata la quota parte non goduta del premio. Con moltissime finanziarie questo non succede, specialmente con i rimborsi commissioni della cessione del quinto dello stipendio/pensione. Facciamo un altro esempio pratico molto recente e di cui lei è già a conoscenza; in questo caso è un esempio di un dipendente della scuola pubblica che si è rivolto a noi qualche settimana fa per richiedere tramite la nostra Associazione il rimborso commissioni della cessione del quinto e del prestito delega. accessi entrambi nel 2008 e di una durata di 10 anni. Nel 2012 decide di rinegoziare sia la cessione del quinto che il prestito delega per ottenere maggiore liquidità. E fin qui nulla di strano per questo collaboratore scolastico, fino a che non ha deciso di affidarsi ad ADICONFI  per scoprire dopo una verifica gratuita da parte dei nostri legali e periti dei suoi contratti di cessione del quinto che non li erano stati restituiti delle somme.

Per farla breve; questa persona ha usufruito del suo prestito per soli 4 anni dei 10 prestabiliti, ragione per cui ha diritto al rimborso delle commissioni della cessione del quinto pagati anticipatamente, per esempio: ( assicurazione caso morte, assicurazione per rischio credito, assicurazione rischio impiego, commissioni banca, commissioni intermediari, interessi ecc ecc)  per il periodo non usufruito, cioè 6 anni.

La prima anomalia è data dal fatto che la maggior parte di questi dice espressamente che il cliente non ha diritto a questo rimborso. La seconda grave anomalia è data dal comportamento della finanziaria che  come spessissimo succede, non consegna al suo cliente il conteggio per estinzione anticipata, evitando così che il consumatore stesso possa verificare in prima persona le voci di costo che li vengono addebitate in fase di rinnovo del prestito. La terza anomalia riguarda invece la non restituzione di questi importi se non in minima parte. Dopo l’analisi dei contratti e di tutta la casistica specifica, ADICONFI tramite i propri legali ha impugnato il contratto e successivamente ha dato avvio alla richiesta di rimborso commissioni della cessione del quinto facendo ottenere al nostro associato quello che li era dovuto. In questo caso €4524,00.

 

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Il consumatore non potrebbe ottenere i rimborsi commissioni della cessione del quinto in completa autonomia senza appoggiarsi alla vostra associazione?

 

Assolutamente si, noi come ADICONFI speriamo vivamente che tutti possano rientrare in posesso dei loro soldi come prevede la legge. Purtroppo però viviamo in una Italia dove i poteri forti delle banche soffocano il diritto naturale del consumatore, di conseguenza  per ottenere il rispetto dei propri diritti ci si trova nella necessità di utilizzare le vie legali. Le faccio un esempio pratico; pensi per esempio che la maggior parte dei contratti di cessione del quinto prevedono espressamente la non rimborsabilità delle commissioni  pagati anticipatamente.  Nessuno informa i cittadini che questo non è più legale. Dare questa informazione è il nostro scopo statutario. In conclusione il consumatore per agire in autonomia è costretto a rivolgersi ad un proprio legale specializzato in materia a un perito che valuti i conteggi vari anticipando dei costi fino ad un eventuale ricorso, non avendo nemmeno la certezza del risultato finale. I nostri associati invece sono coperti da questo rischio grazie ad una convenzione tra ADICONFI  e tecnici e legali specializzati che saranno retribuiti solo nel caso in qui la pratica si concluda a favore del associato ADICONFI, ottenendo tutto il rimborso commissioni della cessione del quinto rinegoziata. E’ proprio l’associazione stessa ad anticipare le spese di avvio pratica senza dover chiedere nulla ai propri associati.

 

Presidente Lega; quanto è frequente questo tipo di anomalie dei rimborsi sui contratti di cessione del quinto? E’ possibile stabilire una percentuale?

 

Questo tipo di anomalie si presenta unicamente nei contratti di cessione del quinto dello stipendio/pensione sottoscritti fino a meta del 2011. Abbiamo riscontrato che il 92% dei contratti da noi controllati hanno questo tipo di anomalie, quindi i titolari di questi contratti hanno diritto a un rimborso commissioni della cessione del quinto che a volte può essere anche di una certa entità.

 

Cosa succede se il prestito è stato rinnovato con altro istituto? Il cliente ha comunque diritto a questi rimborsi sulla cessione del quinto?

 

Certamente, non importa se questo finanziamento è ormai “nel dimenticatoio”. E’ sempre possibile fare la richiesta di rimborso purché la cessione del quinto non sia stata rinegoziata o estinta da oltre 10 anni.

E se non avessi più in mio possesso la copia del vecchio contratto posso comunque ottenere il rimborso delle commissioni della cessione del quinto?

 

Certamente. E’ necessario però in questo caso reperire tutti i contratti di cessione del quinto rinegoziati, e per farlo abbiamo tre opzioni:

  • La prima opzione è decisamente la più veloce e conveniente; chiedere una copia completa di tutti i contratti al proprio datore di lavoro o amministrazione. (loro hanno sempre una copia del contratto che a suo tempo è stato notificato dalla finanziaria)
  • La seconda opzione è quella di rivolgersi alla propria finanziaria chiedendo copia di tutti i contratti.
  • La terza opzione ; con apposita delega ADICONFI li chiederà alla finanziaria tramite i propri legali.

Ci tenevo a sottolineare con i consumatori che ci leggono, che il diritto al rimborso cessione del quinto è su ogni rinnovo o estinzione fatta. Non solo sul ultimo rinnovo ma anche su quelli precedenti.

 

 

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Spesso la gente ha un po’ timore delle questioni legali. Esiste qualche rischio per chi richiede i rimborsi che li spettano tramite ADICONFI?

 

No, non ce alcun rischio da parte dell’associato. Alle questione legali e burocratiche ci pensa ADICONFI con i suoi professionisti. Una volta fatta la richiesta tramite ADICONFI, l’associato deve solo aspettare il rimborso.

 

Presidente per farsi tutelare dalla vostra associazione e valutare i contratti di cessione del quinto per successivamente fare richiesta di rimborso alla finanziaria è necessario anticipare delle spese?

 

No; non è necessario anticipare alcuna spesa. La valutazione dei propri contratti di cessione estinti o rinegoziati viene fatta gratuitamente a tutti i cittadini.

 

Puo dirci quant’è la quota annuale per associarsi ad ADICONFI?

 

Attualmente la tessera associativa per l’anno 2016/2017 e di €5 (cinque).

 

Come è possibile entrare in contatto con l’associazione ADICONFI?

 

Sicuramente la via più comoda è attraverso il nostro sito web: http://www.adiconfi.it/richiesta-rimborsi-cessione-del-quinto-rinegoziate/

 

Grazie presidente Lega per il tempo che ci ha dedicato

 

Grazie a voi per averci dato l’opportunità di mettere a conoscenza il vostro grande pubblico sui propri diritti.

 

 

Roberta Buscherini

 

 

mer, ott 18, 2017  Roberta Buscherini
Pensione Reversibilità INPS – INPS: Diritti, Domande e Calcolo Online
4.4 (88.25%) 63 Vota Questo Articolo

La pensione reversibilità Inpdap INPS è una formula previdenziale, nata negli anni 30 per tutelare i familiari dei dipendenti pubblici senza diritto ad una pensione propria e con un reddito inferiore al limite di povertà. Nello specifico, la pensione reversibilità è l’importo della pensione che ricevono, per diritto, i superstiti di un dipendente pubblico Inpdap, ora Inps, nel momento della sua scomparsa.

Detto in altre parole, i familiari superstiti di un pensionato iscritto presso una delle gestioni inps (quindi anche ex inpdap) hanno diritto a una pensione a fronte della verifica di alcuni requisiti ben definiti.

 

 

Precisiamo infatti che si accede di diritto alla pensione reversibilità Inpdap Inps se il deceduto era titolare di una pensione diretta oppure se sia in corso una liquidazione della stessa.

L’altra condizione nella quale i familiari hanno diritto alla pensione di reversibilità si verifica quando il titolare della pensione ha maturato 15 anni di assicurazione e contribuzione, oppure 5 anni di assicurazione e contribuzione, di cui almeno 3 nel quinquennio precedente alla data del decesso. In questo caso la pensione alla quale avranno accesso i familiari si chiamerà pensione indiretta.

 

Chi ha diritto alla pensione reversibilità INPDAP – INPS

 

I superstiti che hanno diritto alla pensione reversibilità INPS, gestita ora dall’Inps sono:

-       Il coniuge del dipendente pubblico scomparso. Anche se si tratta di un coniuge separato che abbia diritto agli alimenti o di un coniuge divorziato che non si sia risposato

-       I figli (legittimi, legittimati, adottivi, affiliati, naturali, legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge) sempre che nel momento della scomparsa del dipendente Inpdap siano minorenni, siano a carico del genitori, siano studenti di meno di 26 anni senza un lavoro o siano inabili indipendentemente dell’età.

Se il deceduto non ha né moglie e né figli, il diritto alla pensione passa direttamente ai genitori che, al momento della morte devono però già aver compiuto il 65esimo anno di età e che risultino a carico del lavoratore deceduto.

 

 

In assenza anche dei genitori, il diritto passa ai fratelli celibi e sorelle nubili dell’assicurato che al momento del decesso risultino inabili al lavoro, non siano titolari di pensione e siano a carico del lavoratore deceduto.

 

Calcolo Pensione Reversibilità INPDAP – INPS

 

 

 

 

 

Il beneficiario della pensione reversibilità  ha il diritto ad un 60 % della pensione complessiva del dipendente pubblico scomparso; se si tratta di coniuge con un figlio, la percentuale è dell’80 % e dell’100 % nel caso di coniuge con due figli.

Questa formula previdenziale ha una durata vitalizia e viene allegata all’eventuale pensione che il coniuge, o familiare in questione, già percepisce.

La pensione reversibilità Inpdap ha una decorrenza dal mese successivo al decesso del dipendente pubblico o pensionato INPDAP.

Ora è possibile realizzare online una simulazione del calcolo pensione reversibilità, ora Inps. Per effettuare il calcolo, è necessario compilare il modulo con l’importo annuale della pensione già corrisposta al dipendente o pensionato scomparso e il numero di parenti a carico.

 

Domanda Pensione Reversibilità

 

Per ottenere la pensione reversibilità INPS, è necessario compilare il modulo apposito e presentarlo agli Uffici Centrali dell’Inps personalmente oppure tramite Internet, attraverso i servizi online dell’ente.

Alla domanda di pensione reversibilità  è necessario allegare:

-       Certificato di morte del dipendente

-       Certificato di matrimonio

-       Stato di famiglia

-       Dichiarazione di non separazione o divorzio

-       Dichiarazione di non avvenuto nuovo matrimonio

-       Dichiarazione sul diritto alle detrazione d’imposta

-       Dichiarazione dei reddito

-       Modalità di pagamento

 

Scarica il Modulo di Domanda per Pensione Reversibilità: Domanda Pensione Reversibilità

 

Fonte: Inps / Inpdap

 

Roberta Buscherini

 

 

mar, ott 17, 2017  Valentina
Richiedere Pin INPS
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Quando si parla di PIN si intende quel codice personale che consente di accedere ai servizi telematizzati dell’INPS. La procedura prevista per richiedere pin Inps è esclusivamente telematica, come ormai la maggior parte delle procedure in ambito di pubblica amministrazione che è possibile eseguire comodamente da casa propria. In questa breve guida vedremo come fare passo a passo.

Per ottenerlo bisogna entrare nel sito dell’Inps e seguire dei semplici passi, vediamo ora tutte le schermate del sito del INPS e le indicazioni da seguire:

Per prima cosa accedi al sito del INPS

 

 

 

1) Cliccare sul pulsante “Il PIN online” contraddistinto da un lucchetto, situato nella parte bassa della pagina;

 

Il pin online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Cliccare sul pulsante “Accedi al Servizio”

 

 

 

accedi al servizio pin inps

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) Cliccare sul pulsante “Richiedi pin online”

 

 

richiesta pin online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) Cliccare sul pulsante in blu “Richiedi PIN“;

 

richiedi pin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta entrati nella pagina, bisgona inserire nell’apposito modulo i propri dati anagrafici, il codice fiscale, l’indirizzo di residenza, un numero di telefono. Tutte queste informazioni servono al contact center per due ragioni diverse.

Richiedi il tuo pin

 

 

Nell’immediato perché si utilizzeranno per l’invio del vero e proprio pin. In secondo luogo saranno i recapiti a cui fare riferimento in caso di richiesta assistenza da parte dell’utente.

Per questo motivo è consigliato l’inserimento di almeno due recapiti telefonici diversi e due indirizzi mail, di cui uno in posta certificata; in questo modo sarà possibile sfruttare quell’indirizzo in caso di smarrimento del pin per eseguire la procedura telematica per il ripristino.

 

Una volta inseriti tutti i dati, il sistema elabora il controllo degli stessi e una volta accertata l’esattezza dei dati raccolti, inizia l’invio del vero e proprio pin. Se dalla verifica emerge che i dati inseriti non sono esatti, il contact center provvede a chiamare direttamente l’utente per verificare l’accaduto e fornire immeditata assistenza.

 

 

 

Attivazione Pin INPS

 

 

 

 

Il pin altro non è che un codice segreto che permette l’accesso al portale Inps per l’accesso ad alcuni dati personali e riservati. Si tratta di un codice composto inizialmente da 16 caratteri, dei quali 8 vengono inviati via sms, via mail o tramite posta elettronica, mentre gli ultimi otto vengono recapitati tramite posta ordinaria all’indirizzo di residenza del richiedente.

I 16 caratteri, a fronte del primo utilizzo, diventano 8, dando così vita al vero e proprio codice pin che rimane valido per i successivi accessi.

Precisiamo che per accedere ai servizi Inps, dal 16 marco 2016, non è necessario richiedere pin Inps, ma è sufficiente anche essere in possesso delle credenziali SPID.

 

 

L’inps si rende spesso protagonista negli ultimi anni di campagne di pubblicità del proprio ente, durante le quali provvede all’invio per posta ordinaria di parte del pin ai cittadini. Si tratta in sintesi della prima fase della procedura per richiedere pin inps appena descritta.

 

 

 

Converti Pin INPS

 

 

 

Come abbiamo già scritto richiedere pin Inps è utile perché permette di avere accesso ad alcune informazioni personali, il pin ordinario però non permette l’evasione di pratiche di carattere amministrativo. Le notizie a cui si ha accesso attraverso il pin riguardano la propria posizione previdenziale, ma è possibile anche accedere a tutta una serie di servizi online, con un risparmio di tempo e fila agli sportelli Inps, per buona pace di tutti.

Per poter accedere a prestazioni e benefici è necessario convertire il pin ordinari in quello che viene chiamato pin dispositivo.

 

Come fare per richieder pin inps dispositivo? Bisogna recarsi in una sede Inps e compilare il modulo MV35 – Richiesta assegnazione codice PIN dispositivo per il cittadino. Oppure si può utilizzare la procedura on line. In questo caso tramite il sito, si inserisce il pin ordinario, l’utente poi stampa e firma il modulo di richiesta, scansiona i documenti insieme a un documento di riconoscimento e li carica on line.

Se non si può eseguire la scansione dei documenti firmati, si possono anche consegnare presso il Contact center con posta ordinario, via fax al numero 800 803 164 o brevi manu in una qualunque delle sedi Inps dislocate sul territorio.

 

Una volta che il contact center verifica i documenti ricevuti, in automatico trasforma il pin ordinario in un pin dispositivo, dando di fatto al possibilità all’utente di eseguire procedure e prestazioni direttamente dal sito.

 

 

 

Revoca Pin INPS

 

 

 

Del pin Inps si può anche richiedere la revoca, sempre utilizzando la procedura telematica dal sito internet. Per effettuare la revoca serve il codice fiscale, i dati della tessera sanitaria e un indirizzo email o PEC.

Per chi non è molto pratico con le procedure on line, esiste anche la possibilità di avanzare richiesta di revoca tramite il contact center chiamando il numero verde 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164164 da rete mobile (a pagamento in base al piano tariffario del gestore telefonico).

 

 

Una delle motivazioni principali per la quale si avanza richiesta di revoca del pin Inps è il suo smarrimento. Prima di arrivare all’estrema decisione dei revocarlo per poi chiedere l’emissione di uno nuovo, è possibile anche eseguire la procedura di ripristino.

Per farlo sono necessari il codice fiscale e almeno due dei contatti inseriti al momento della registrazione tra cellulare, email e PEC; quest’ultima richiesta trova giustificazione solamente nella sicurezza del processo e nella tutela dei dati personali.

L’utente riceverà quindi una comunicazione con un link da cliccare; il nuovo pin seguirà la procedura della prima emissione: metà verrà comunicato tramite il numero di cellulare e le ultime 8 cifre invece tramite l’indirizzo pec. Anche dalla semplice procedura di ripristino si capisce l’importanza di tenere sempre aggiornati i propri recapiti personali.

 

 

 

 

 

Fonte: inps / lavoroediritti

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

lun, ott 16, 2017  Valentina
Assegno Funzionale Carabinieri. Cos’è
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assegno di funzioneIl trattamento economico degli appartenenti al comparto sicurezza è composto da due tipologie di erogazione.

La prima, la principale, coinvolge tutte le retribuzioni a carattere fisso e continuativo, come ad esempio lo stipendio, l’indennità mensile pensionabile, l’indennità integrativa speciale, etc.

La seconda fonte di erogazione che completa il trattamento economico dei dipendenti del comparto sicurezza comprende invece tutte le indennità che hanno lo scopo di compensare mansioni che comportino particolari disagi o responsabilità per il loro svolgimento.

 

 

L’Assegno funzionale carabinieri rientra di diritto della seconda tipologia di trattamento economico riservato ai dipendenti delle forze dell’ordine. L’assegno funzionale carabinieri è regolamentato dall’articolo 6 del decreto legge 387/1987 ed è stato aggiornato successivamente, con l’articolo 8 D.P.R 51/09.

 

Si tratta di un vero e proprio assegno definito “pensionabile” che i carabinieri possono ricevere una volta raggiunti i 17, 27 e 32 anni di servizio, senza demerito alcuno all’interno dell’Arma dei Carabinieri o delle altre forze di polizia. Il raggiungimento della soglia di anzianità, oltre a non calcolare i periodi prestati con note di demerito, non tiene conto di tutti quei periodo che incidono sull’anzianità di servizio ma che di fatto la interrompono.

 

 

 

 

 

Assegno Funzionale Carabinieri. Requisiti

 

 

 

 

 

Ma come vengono valutati gli anni di servizio ai fini dell’assegnazione dell’assegno funzionale? Come già accennato nel precedente paragrafo, va sottolineato che l’ottenimento dell’assegno è vincolato alla condotta del triennio precedente alla data di maturazione dell’anzianità richiesta; è necessario però escludere dal calcolo gli anni nei quali il richiedente ha subito una sanzione disciplinare che hanno un peso più grave della deplorazione o abbia incassato un giudizio complessivo inferiore a buono.

 

In altre parole se il dipendente ha collezionato un giudizio di condotta negativo o la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio, non potrà beneficiare dall’assegno funzionale previsto dall’Arma. Nel calcolo globale poi degli anni di servizio necessario per la richiesta, quelli sporcati con azioni disciplinari, vengono decurtati, allungando di fatto il periodo effettivo di servizio per il raggiungimento dell’assegno.

 

 

Cosa accade se la sanzione della sospensione viene inflitta proprio nel biennio di maturazione dei requisiti necessario all’ottenimento dell’assegno? Sarà necessario attendere la fine del procedimento disciplinare per poter percepire l’assegno. Quindi se si viene riammessi in servizio con riserva di riesame, tale riserva blocca di fatto l’iter verso l’ottenimento dell’assegno.

 

 

 

Assegno Funzionale 17 Anni Netto

 

 

 

 

Il decreto istituisce la cosiddetta coda contrattuale, ovvero, a partire dal 1 gennaio 2033 la soglia per la percezione dell’assegno funzionale è stata abbassata al raggiungimento dei 17 anni di servizio. Non solo.

Ma questo decreto è andato a modificare concretamente anche l’importo erogato, il quale ha infatti conosciuto un incremento del 27% per questa prima soglia di 17 anni di servizio. Questa percentuale sale addirittura al 53% in relazione al raggiungimento della seconda soglia dei 27 anni.

 

 

 

 

Importo Assegno Funzionale 32 Anni Carabinieri

 

 

 

 

Per riassumere al meglio e con massima precisione quali sono gli importi previsti dal decreto del 2006 in tema di assegno funzionale, vi riportiamo una tabella ufficiale tratta dal sito di un sindacato di categoria.

 

Tabella assegno funzionale Carabinieri:

 

 

 

Per chi ricopre il ruolo di commissari della Polizia di Stato e qualifiche equiparate delle altre Forze di polizia ad ordinamento civile e militare i parametri previsti per l’erogazione dell’assegno funzionale ve le riassumiamo qui di seguito:

 

 

 

In generale il calcolo nella busta paga non può chiaramente prescindere dall’Irpef, quindi dopo aver decurtato dall’importo lordo tutte el trattenute previdenziali, i termini di tasse si applica sui primi 1.250,00 (23.000,00/12) il 23%; da 1250,00 a 2.333,33 (28.000,00/12) e su 1.083,33 (2.333,33-1,250,00) il 27%; da 2.333,33 all’imponibile fiscale massimo si applica l’aliquota del 38%.

Una volta calcolata l’Irpef lorda sulla base del proprio stipendio iniziale, vanno applicate tutte le detrazioni prevista per il lavoratore dipendente e per i familiari a carco, qualora ce ne siano. Ciò che rimane è l’importo dell’assegno funzionale carabinieri.

 

 

 

 

 

 

Fonte: siulp / militari

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

gio, ott 12, 2017  Valentina
Indennità Temporanea Inail Dipendente Pubblico
5 (100%) 2 Vota Questo Articolo

inail-Il datore di lavoro senza distinzione se pubblico o privato, è obbligato ad assicurare i propri dipendenti contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, compresi i dipendenti che hanno un regime di collaborazione coordinata e continuativa. Questa tendenza si è estesa sempre di più grazie anche alle decisioni giurisprudenziali, che hanno di fatto ampliato questa tutela alla quasi totalità dei lavoratori dipendenti.

 

L’assicurazione viene stipulata tramite l’ente Inail, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul lavoro, il quale nasce e garantisce per conto dello stato, il dipendente contro infortuni e malattie professionali.

In altre parole, se un dipendente, nell’esercizio delle proprie funzioni e non solo – anche in caso di evento legato all’imprudenza del lavoratore stesso purché non sfoci in un rischio gratuito – si ferisce, questo è tutelato dall’assicurazione Inail.

 

 

Cosa si intende esattamente per infortunio? Secondo quanto stabilito dall’inail, l’infortunio è un “evento occorso al lavoratore per causa violenta in occasione di lavoro e da cui sia derivata una inabilità temporanea che comporti l’astensione dal lavoro per più di tre giorni, una inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale, la morte”.

 

 

 

Che cos’è l’Indennità Temporanea Inail

 

 

 

 

Dopo questo breve cappello introduttivo, andiamo a vedere insieme in cosa consiste nel concreto l’assicurazione inail in caso di infortunio.

Quando un dipendente subisce un infortunio si parla di indennità temporanea Inail dipendente pubblico. Con questo termine di indica l’importo che l’ente appena citato eroga a partire dal quarto giorno e fino alla fine del periodo di infortunio al posto del datore di lavoro, il quale copre i primi 3 giorni. In questo modo il lavoratore riceve comunque la sua retribuzione, pur non essendo presente sul posto di lavoro.

 

 

L’indennità temporanea inail dipendente pubblico viene erogata per tutti i giorni compresi i festivi e può essere anticipata al dipendente direttamente dal datore di lavoro; inoltre precisiamo che si tratta di un importo che non può essere cumulabile con la malattia, maternità, cassa integrazione guadagni.

Nel caso peggiore di indennità temporanea inail dipendente pubblico, che ha come conseguenza la morte del lavoratore, la liquidazione verrà erogata agli eredi, in relazione al grado di parentela con il defunto.

In termini numerici l’indennità temporanea INAIL, dal quarto fino al novantesimo giorno ha un importo pari al 60% della retribuzione media giornaliera; dal novantunesimo giorno fino alla fine del periodo di infortunio, questa percentuale scende al 75%.

Anche per il datore di lavoro, in capo al quale c’è la liquidazione dei primi 3 giorni di infortunio, la percentuale da erogare non è sempre la stessa. Il giorno dell’accaduto, il datore di lavoro deve erogare il 100% della retribuzione, mentre per i giorni rimanenti solo il 60%, fatta eccezione per eventuali particolarità contrattuali previste nel CCNL di appartenenza.

 

 

 

Quando si parla di indennità temporanea inail pubblico impiego, non si può non affrontare il tema del danno biologico. Fino all’estate del 2000,  in realtà, si parlava di  l’indennità per danno permanente. Oggi invece con danno biologico si intende una lesione di carattere psichico o fisico, sottoposta a valutazione del medico legale. In questo caso, a differenza di quanto avviene per l’indennità temporanea Inail pubblico impiego, l’erogazione della liquidazione non va di pari passo con la retribuzione mensile e si basa invece su due parametri differenti:

 

-          Se la menomazione rientra tra il 6 e il 16% l’erogazione sarà in termini di capitale;

 

 

-          Se la menomazione invece supera il 16% si parla di rendita.

 

 

 

 

I Dipendenti Pubblici Hanno Diritto?

 

 

 

Anche nel caso di infortunio per un dipendente pubblico si parla di indennità temporanea inail e si prevede anche il diritto alla conservazione del posto di lavoro fino a un massimo di 36 mesi sia nel caso di infortunio che anche nel caso di malattia riconosciuta come dipendente da causa di servizio.

 

 

 

Per il periodo di assenza per infortunio, al dipendente pubblico spetta l’intero stipendio comprensivo del trattamento accessorio come determinato nelle tabelle allegate ai contratti collettivi nazionali.

Ciò significa che di fatto, il dipendente pubblico non ha diritto all’indennità temporanea inail, in quanto percepisce l’intera retribuzione.

 

 

 

Cosa accade se, passati i 36 mesi per la conservazione del posto di lavoro, il dipendente non sia più idoneo per lo svolgimento della sua mansione, ma sia comunque idoneo per essere reintegrato nell’ambito lavorativo? In questo caso l‘amministrazione pubblica, compatibilmente con la sua struttura interna, può inserirlo in altri contesti, purché con mansioni equivalenti, quindi o nell’ambito della stessa qualifica oppure, con il consenso dell’interessato, anche in mansioni di profilo professionale inferiore.

In questo ultimo caso, il lavoratore percepirà la retribuzione prevista per la nuova qualifica senza alcun adeguamento rispetto a quanto percepito in precedenza.

 

 

 

Esiste poi un obbligo in capo al datore di lavoro di garantire la conservazione del posto per quei lavoratori che al momento dell’assunzione non posseggono alcun tipo di disabilità, ma che l’abbiano acquisita per infortunio o malattia professionale.

 

 

 

 

 

 

Fonte: fpcgil / laleggepertutti

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

 

gio, ott 12, 2017  Roberta Buscherini
Aspettativa Dipendenti Pubblici. Diritti dei lavoratori
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Aspettativa Dipendenti pubblici. Si tratta della possibilità che hanno i dipendenti statali di assentarsi dal lavoro, in casi precisi e per periodi di tempo più o meno lunghi. Una sorta di anno sabbatico dei dipendenti pubblici insomma.

 

aspettativa-dipendenti-pubbliciL’aspettativa prevede il congelamento del rapporto di lavoro, in questo modo anche la retribuzione viene sospesa. Questa opportunità è prevista e regolamentata dal contratto collettivo nazionale, il quale prevede diverse tipologie di aspettativa, in base alle motivazioni o alle necessità per cui viene richiesta. ma quali sono i principali motivi che spingono un dipendente pubblico a chiedere un periodo di aspettativa dal proprio lavoro? Vediamo insieme i casi più frequenti.

 

 

 

 

 

 

Aspettativa Dipendenti Pubblici per Motivi Familiari

 

 

 

 

 

I dipendenti pubblici, con un contratto di lavoro a tempo indeterminato, hanno il diritto ad accedere all’aspettativa per motivi personali o di famiglia. Durante il periodo di aspettativa non è prevista nessuna retribuzione e questi mesi non vengono calcolati per l’anzianità di servizio.

Va precisato che l’amministrazione si riserva di accordare la sospensione del periodo di aspettativa, nel caso questa sia compatibile con l’organizzazione e le esigenze di servizio. La richiesta deve essere quindi accompagnata da giustificazioni “meritevoli di apprezzamento e tutela secondo il comune consenso, in quanto attinenti al benessere, allo sviluppo ed al progresso del dipendente, come singolo o come membro di una famiglia”. La gravità della giustificazione dunque non è un parametro rilevante ai fini della richiesta di aspettativa per motivi familiari, e soprattutto non vincola il datore di lavoro all’obbligo di concederla, se questa va a incidere sull’operatività dell’amministrazione.

In altre parole, se il datore di lavoro ritiene che l’assenza prolungata del dipendente potrebbe avere ripercussioni sull’efficienza dei servizi, può negare l’aspettativa.

 

 

Altro diritto del datore di lavoro è quello di poter richiamare il dipendente pubblico in aspettativa, qualora le ragioni per le quali è stata concessa non siano più valide. Allo stesso modo, anche il dipendente può riprendere volontariamente il lavoro, senza attendere la scadenza dell’aspettativa richiesta.

Il mancato rientro in servizio comporta per il dipendente pubblico la risoluzione del rapporto di lavoro.

 

 

Se si tratta di aspettativa dipendenti pubblici per assistenza a figli minori di 6 anni, il periodo di aspettativa (fino a 170 giorni) è utile, ai fini della pensione, ai sensi dell’art. 1, comma 40, lett. a) della legge 335/95.

Nel caso di dipendenti statali o parastatali, il periodo massimo di aspettativa dipendenti pubblici per motivi personali è di 12 mesi nell’arco di tre anni. Se invece parliamo di dipendenti di enti locali, il periodo massimo è di 12 mesi in un triennio da utilizzare al massimo in due momenti.

 

 

I dipendenti pubblici non possono sfruttare due periodi di aspettativa, anche per motivi diversi, in modo continuativo ma devono aspettare almeno:

-          4 mesi se dipendenti statali e parastatali

-          6 mesi se dipendenti comunali

La normativa vigente vieta la possibilità di usufruire, in modo contemporaneo, di periodi di aspettativa per motivi di famiglia, per la cooperazione in paesi in via di sviluppo, per i corsi di dottorato e per quelle estere.

Tra una richiesta di aspettativa e l’altra deve trascorrere un periodo di tempo di almeno 6 mesi, nei quali il dipendente deve aver svolto servizio attivo in modo continuativo.

 

 

 

 

Aspettativa Dipendenti Pubblici per Vincitori di Concorso

 

 

 

 

I dipendenti pubblici hanno il diritto a varie tipologie di aspettativa per vincere un concorso in amministrazioni, enti o aziende, diverse dalla propria sede di lavoro. Si tratta di assenze per sostenere il periodo di prova nel nuovo lavoro.

L’aspettativa per vincitori di concorso prevede un periodo massimo di 6 mesi.

In questo tipo di aspettative ci sono alcune eccezioni. Infatti, alcuni contratti prevedono che i dipendenti pubblici con un contratto a tempo indeterminato che abbiano vinto un concorso possano accedere ad un’aspettativa per tutta la durata del contratto di lavoro a termine.

 

 

 

Aspettativa per corsi di dottorato

 

 

 

 

Coloro che vengono ammessi a corsi di dottorato possono richiedere un’aspettativa dipendenti pubblici per motivi di studio, senza retribuzione, per l’intera durata del corso. Questo periodo è utile ai fini dell’anzianità di servizio e ai fini pensionistici.

Questa possibilità vale non solo per i dipendenti pubblici, ma anche per quelli privati, che abbiano maturato 5 anni di servizio continuativi presso la medesima azienda o ente.

 

 

 

Aspettativa per Avviare un’attività

 

 

 

 

 

La legge prevede la possibilità, per dipendenti pubblici con un contratto a tempo indeterminato, di assentarsi dal lavoro, senza retribuzioni e per un massimo di 12 mesi, per avviare un’attività imprenditoriale. Questo periodo non è utile per l’anzianità di servizio.

L’aspettativa per avviare un’attività non è un diritto, ma è la propria amministrazione a decidere se accettare le richieste oppure no. In caso di diniego però, deve motivare la decisione.

L’assenza massima che può essere richiesta in questo caso è di 12 mesi nell’intera vita lavorativa. Questo tipo di aspettativa è frazionabile e supera i limiti previsti per i pubblici dipendenti allo svolgimento di una seconda attività, poiché il dipendente rinuncia al suo stipendio per l’intero periodo.

 

 

 

Aspettativa per coniuge o convivente all’estero

 

 

I dipendenti pubblici con un coniuge che lavora all’estero possono chiedere un’aspettativa non retribuita per una durata corrispondente al periodo di tempo in cui permane la situazione che l’ha originata. Essa può essere revocata in qualunque momento dal datore di lavoro per imprevedibili ed eccezionali ragioni di servizio, con preavviso di almeno quindici giorni.

Questa è una possibilità prevista solo per i dipendenti pubblici ed è vincolata all’impossibilità dell’amministrazione di trasferire il proprio dipendente nella stessa località di residenza del coniuge.

 

 

 

Aspettativa per cooperazione o attività solidarie

 

 

 

La legge prevede periodi superiori a 4 mesi  e inferiori a 4 anni per  progetti di  Cooperazione allo sviluppi; durante questo periodo di aspettativa, i dipendenti pubblici percepiscono gli assegni fissi e continuativi, ad eccezione delle quote di aggiunta di famiglia, della indennità integrativa speciale, delle indennità inerenti a specifiche funzioni ed incarichi ovvero connesse a determinate condizioni ambientali, e comunque degli emolumenti legati all’effettiva prestazione del servizio in Italia.

Anche questa possibilità non riguarda in via esclusiva i dipendenti pubblici, ma può essere estesa anche ai privati.

I dipendenti volontari possono richiedere:

– fino a 30 giorni di assenza di seguito per un totale massimo di 90 giorni all’anno, da investire in attività di soccorso e assistenza in catastrofi e calamità; il limite dei 90 giorni può essere aumentato fino a 180, qualora venga dichiarato uno stato di emergenza nazionale;

– fino a un massimo di 10 giorni di seguito e 30 giorni all’anno, per le attività formative, di pianificazione e di simulazione delle emergenze.

 

 

 

Aspettative per Dipendenti con condizioni psicofisiche particolari

 

 

 

E’ una tipologia di aspettativa riservata a dipendenti con problemi di droghe, alcol cronico o debilitazioni. Inoltre, i dipendenti pubblici con familiari, entro il terzo grado ovvero conviventi stabili, che hanno iniziato il progetto di riabilitazione, hanno diritto ad un’aspettativa non retribuita (per motivi di famiglia) per tutta la durata del progetto. Il rientro in servizio deve avvenire entro 15 giorni dalla conclusione del progetto.

 

 

 

 

 

Fonti: FpcGil / Diritti Sindacali / mobilitapubblicoimpiego

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa