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Archivi al giorno febbraio 20th, 2012

lun, feb 20, 2012  Roberta Buscherini
Comocuore propone imparare tecniche per salvare vite come materia scolastica.
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Uno dei più importanti fattori di rischio per quel che riguarda la mortalità in Italia sono gli attacchi cardiaci. Infatti, gli attacchi cardiaci improvvisi uccidono 60-70 mila persone all’anno, una cifra che però potrebbe abbassarsi con la diffusione delle tecniche di rianimazione cardiopolmonare e l’uso dei defibrillatori fra la popolazione.
Purtroppo sono poche le persone che conoscono queste tecniche, non sono molto diffuse tra i cittadini. Al riguardo si è pronunciata l’associazione Comocuore. Propone che i bambini imparino a realizzare rianimazione cardiopolmonare come materia scolastica. Il dottore Giovani Ferrari, cardiologo e Presidente dell’Associazione Comocuore ci ha spiegato le motivazioni di questa proposta.

 
Qual è la valutazione che fa Comocuore dall’indice di mortalità per attacchi di cuore?
E’ un’epidemia vera e propria, una persona ogni mille è colpita da questi tipi di incidenti che, nella maggior parte dei casi può essere affrontata in presenza di associazioni come la Croce Rossa o il 118

 

Qual è l’importanza di un defibrillatore in caso di infarto?
L’uso dei defibrillatori alcuni anni fa era fattibile soltanto da parte di personale sanitario, ma dal 2003 c’è una legge che permette ai volontari addestrati di utilizzarli e, pertanto, intervenire. Prima dal 2003, sopravviveva soltanto una media del 2% delle persone che soffrivano un attacco, invece con le nuove possibilità di intervenzione veloce che offre la legge del 2003 la cifra di sopravviventi si è elevata fino al 30% circa. Si parla dei casi nei quali è possibile applicare la defibrillazione.

Abbiamo visto che in Italia esistono ancora zone sprovviste di defibrillatori, ad esempio nella provincia di Como, di nostra competenza, abbiamo realizzato una raccolta l’anno scorso tramite la vendita di noci. Questa raccolta ha permesso l’acquisto di 60 nuovi apparecchi per dare una maggior copertura.

 

Qual è la tecnica migliore di fronte ad un attacco cardiaco?
La cura migliore nel caso di attacco cardiaco è il palloncino: tecnica per trattare il restringimento o l’occlusione di un vaso sanguigno. Nel vaso leso viene inserito un catetere (tubo flessibile), munito alla sua estremità di un palloncino gonfiabile. Gonfiando il palloncino, la placca aterosclerotica che ostruisce il vaso si “schiaccia” lungo la parete, dilatando il vaso e permettendo la ripresa del flusso sanguigno.

 

Quali sono i vantaggi di stendere la conoscenza di massaggio cardiaco tra i cittadini?
Istruire alle persone nella realizzazione di un massaggio cardiaco è molto importante perché significa guadagnare tempo, in un episodio di attacco del cuore, finché arrivano i volontari. Per questo abbiamo proposto di introdurre quest’argomento come materia scolastica nelle scuole e abbiamo già fatto dei corsi.
Nella provincia di Como, 5.500 ragazzi delle Scuole Medie Superiori hanno già imparato con noi, ma anche i loro insegnanti. La esperienza è stata molto positiva perché abbiamo trovato solo entusiasmo e una partecipazione incredibile.
Inoltre, la Regione di Lombardia ci ha incaricato di continuare con questi corsi e alcune scuole hanno già portato la materia agli esami di maturità.

 

Siamo coscienti le persone nella cultura della prevenzione?
Senza nessun dubbio, la cosa più difficile e sensibilizzare la società sull’importanza di mantenere abiti sani. E’ da 27 anni che predichiamo. Tutti i giorni nei mezzi di comunicazione si parla di quanto sia necessario evitare il fumo o avere una corretta alimentazione, ad esempio, ma è difficile fare capire alle persone che stanno bene che un infarto può succedere a tutti. Anche a ragazzi di 20 anni. Infatti, i giovani soffrono attacchi ugualmente: per un incidente, per realizzare attività di rischio come il calcio o a causa di fattori genetici.

 

Dottore, ci può dare alcuni consigli di prevenzione?
Un corretto stile di vita rimane il principale cardine della strategia per mantenere un cuore in forma ad ogni età della vita. Gli esami, i farmaci, gli altri interventi possibili sono importantissimi, ma le basi per costruirsi un apparato cardiovascolare sano sono solide solo se costituite da abitudini alimentari corrette ed esercizio fisico costante.
I consigli sono pochi ma molto importanti: mantenere un’alimentazione salutare, evitare il fumo, realizzare un’attività fisica moderata ma constante e curare molto la psiche, ovvero dedicarsi alle cose piacevoli che rifugiano la mente. Le situazioni di stress o depressione hanno un’elevata probabilità di incidente cardiovascolare, pertanto è importante realizzare attività come Pilates o Yoga per cercare di serenare la mente.
Inoltre, il fattore tempo. Uno dei problemi principali è il tempo, le persone ci mettono troppi minuti ad accorgersi di un episodio di infarto e a chiamare al 118, questi minuti possono implicare la differenza tra vivere o morire. Bisogna attuare con molta rapidità.

 

Dispone di cifre, dottore, per quel che riguarda il rapporto fra abiti salutari e attacchi cardiaci?
E’ dimostrato che c’è un abbattimento del 70 % della incidenza degli eventi vascolari nella popolazione che ha seguito abiti sani (non fuma, mangia verdura e frutta abitualmente, pesce, noci, un bicchiere di vino al giorno, ecc…). Voglio incidere sull’importanza di mangiare da 4 a 8 noci ogni giorno. Le noci sono ottimi prodotti, non solo per quel che riguarda la prevenzione di malattie cardiovascolari ma anche per i benefici che hanno nella prevenzione di alcuni tipi di tumori.
Inoltre, a questo punto devo riconoscere che la zona d’ombra esiste, ci sono un 20 % di casi d’ infarto nei quali non ci sono fattori di rischio. In questi casi non c’è una spiegazione.

 

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lun, feb 20, 2012  Roberta Buscherini
Patto di stabilità: scuole materne a rischio chiusura
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«Signor Ministro, se non cambia il Patto di stabilità tra governo e comuni rischiamo di chiudere le nostre scuole dell’infanzia ». È l’accorato appello che gli assessori all’istruzione delle maggiori città italiane hanno rivolto al Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, secondo  Oipamagazine. Si chiede un intervento incisivo e rapido che permetta di non interrompere un servizio essenziale come quello delle scuole dell’infanzia che in termini numerici riguarderebbe 6200 scuole, 13 mila insegnanti, 145 mila bambini.

 

 

 

La mancanza di risorse degli enti locali per gestire questo comparto rende sempre più concreto il rischio di privatizzazione dello stesso. I comuni avrebbero bisogno di 350 milioni annui per continuare a farsi carico della gestione delle scuole dell’infanzia, cifra chiaramente di cui non dispongono. Per questo gli assessori chiedono a gran voce che i dipendenti comunali prossimi alla pensione vengano sostituiti con personale statale, garantendo in questo modo continuità scolastica e alleggerendo il peso per i comuni.

La proposta di statalizzare le scuole dell’infanzia non è stata del tutto rigettata dal Ministro, che nell’incontro di mercoledì scorso con gli amministratori locali, si è impegnato a tenerla in considerazione e approfondirla.

Questo grido di allarme non arriva certo come una novità alle orecchie degli amministratori statali. Già in precedenza infatti Ugo Lessio, presidente della Federazione Italiana Scuole Materne – FISM – di Padova aveva dichiarato a Difesapopolo.it che «Non è da oggi che il grido d’allarme viene lanciato: da tempo parroci, insegnanti e comitati di genitori sottolineano la progressiva insostenibilità economica di questa esperienza formativa».
Al momento, è stata decisa una deroga al decreto Milleproroghe che permetterà l’assunzione dei supplenti per le sostituzioni, garantendo così la regolarità didattica. Questa deroga però non è la soluzione e il problema si ripresenterà inevitabilmente e con più forza a giugno. Serve una soluzione incisiva e duratura che scongiuri il rischio di privatizzazione del comparto e allo stesso tempo garantisca una continuità di questo fondamentale servizio per l’infanzia.

 

 

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lun, feb 20, 2012  Roberta Buscherini
Policlinico militare di Anzio: 20 anni di sprechi e inefficienze.
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Un’interrogazione parlamentare dell’ottobre 2011 avanzata da alcuni deputati del Partito Democratico all’allora Ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva già portato alla luce una realtà poco trasparente nel Policlinico Militare di Anzio. Poca trasparenza in termini di utilizzo della struttura, di risorse umane al suo interno. Perfino in termini archeologici, in quanto al suo interno giacciono reperti dell’epoca romana dal valore inestimabile.

 

 

Padiglione Policlinico - Il Fatto Quotidiano

 

 

 

 

Ma in Italia si sa, nella magia di cancellare domande e risposte scomode e di seppellire vergognose realtà di sprechi siamo maestri.
E così tutto è rimasto sepolto, ancora per diversi mesi fino all’inchiesta di qualche giorno da pubblicata su Il Fatto Quotidiano che ha riportato alla luce una realtà di inefficienze che perdura nell’ombra, per buona pace di tutti, da oltre 20 anni.
L’inchiesta si basa sulla visita che il giornalista del quotidiano ha compiuto all’interno del Dipartimento di Lungodegenza Movm Federico Bocchetti del Policlinico militare grazie all’aiuto di un lavoratore interno alla stessa struttura.
L’edificio, che in origine avrebbe dovuto ospitare pazienti e lungodegenti del ministero della difesa e delle forze armate per un massimo di 60 giorni, al suo esterno si mostra agli occhi degli osservatori come fatiscente, ai limiti dell’abbandono. Ciò nonostante però chi avrebbe dovuto rimanere là dentro per un massimo di 60 giorni – contano circa 30 persone -  ne ha fatto la sua stabile dimora da oltre 20 anni a totale danno dalla collettività che per ognuno di loro paga la bellezza di 300 euro al giorno.
Eh già, perché questi signori, tutti pensionati, non pagano nessun tipo di onorario per risiedere in quella struttura e possono oltretutto usufruire dei servizi che la stessa mette a disposizione, ovvero il reperimento di medicinali e l’esecuzione di esami di routine, senza chiaramente alcun ticket da pagare.
I 14 ettari di parco che compongono l’imponente edificio nascondono una realtà vergognosa e tutt’altro che efficiente, a dispetto di un’Italia sull’orlo del tracollo economico. Al suo interno esiste una farmacia e un laboratorio analisi, gestite entrambe da personale che lavora anche al di fuori del contesto militare e un personale fatto di poche decine di sanitari, tra cui medici convenzionati che utilizzano la struttura per eseguire i propri interventi in forma privata.
Ma non è tutto. La ciliegia sulla torta è rappresentata da distinte badanti, spesso straniere, che popolano le corsie di questa struttura della vergogna. Poiché il personale sanitario è poco numeroso, gli ospiti provvedono a loro spese – chiaramente in nero – a supplire a tutti quei servizi necessari per i quali non è prevista assistenza gratuita, come ad esempio le pulizie  la somministrazione dei medicinali.
Pensate che siano arrivati al fondo del baratro? Purtroppo non è così. Accanto agli incalcolabili sprechi di risorse economiche di questa struttura a pochi passi da Roma capitale e dall’Ospedale militare del Celio, emerge un’altra dimensione altrettanto ripugnante: quel luogo nasconde un immenso patrimonio artistico e archeologico che tutti sembrano voler ignorare. Sotto alcuni dei padiglioni della struttura si erge la Villa di Nerone ad esempio; lungo la strada che porta alla spiaggio di Anzio si vedono molte rovine dell’epoca romana.

Ogni scavo eseguito negli anni ha fatto emergere preziosi reperti storici dal valore inestimabile: che fine hanno fatto? Nessuno lo sa, anche se il sospetto che si siano trasformati in soprammobili all’interno delle abitazioni dei dipendenti della struttura è piuttosto forte .

Le proposte di ristrutturazione dell’edificio sono arrivate nel corso degli anni da più parti: privati, università e associazioni hanno presentato progetti di riqualificazione della zona. Tutti bocciati. E allora? Che fare? Al momento nulla. Solo osservare da fuori l’ennesimo spreco di un’Italia ferita grave.

 

 

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