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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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Archivi al mese gennaio, 2014

ven, gen 31, 2014  Marco Brezza
Polizia Di Stato, Tanzi (SAP): “Che Non Si Faccia Di Tutta L’Erba Un Fascio”
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Violenza di Stato o no? Ha colpito molto l’opinione pubblica il caso di Michele Ferulli, il facchino di 51 anni morto a Milano nell’estate 2011 a seguito di una colluttazione con alcuni agenti della Polizia di Stato. Ferulli, in quel maledetto 30 giugno 2011, si trova non lontano da casa (periferia est di Milano) e sta bevendo e chiacchierando con alcuni amici: verso le ore 22 giunge una volante a seguito di alcune lamentele per uno stereo tenuto a volume troppo altro, e accade la tragedia: Ferulli viene picchiato e muore nel lasso di tempo di due ore con le manette strette sui polsi. Il Pubblico Ministero nella sua requisitoria, successivamente, parlerà di “negligenza, imprudenza ed imperizia nell’ingaggiare una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento percuotendo ripetutamente la persona offesa in diverse parti del corpo, pur essendo in evidente superiorità numerica e continuando a colpirlo anche attraverso l’uso di oggetti contundenti”.

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Polizia di Stato, caso Ferulli: parla il segretario del SAP

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I quattro poliziotti sono stati rinviati a giudizio dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Milano: il caso si inserisce con evidenza nella drammatica scia di eventi che hanno coinvolto spesso le forze dell’ordine negli ultimi tempi (tra le altre anche il caso Aldrovandi, a Ferrara). Il tema ha scatenato un ampio dibattito sia sui “media” sia all’interno del settore della Polizia di Stato: un dibattito in cui spesso si è stigmatizzata in maniera eccessiva tutta la categoria dei poliziotti, senza porre alcun distinguo e senza entrare nei particolari della questione. Anche RadioRai ha dedicato ampi stralci delle sue trasmissioni di cronaca alla questione. E proprio all’interno della programmazione di RadioTre dello scorso 8 gennaio è intervenuto Nicola Tanzi, segretario del Sindacato di Polizia SAP, proprio a proposito di questi casi di violenza. Tanzi si è inserito nell’argomento dicendosi in primo luogo orgoglioso di fare parte della Polizia di Stato (tra l’altro dopo aver rischiato più volte la vita durante gli “anni di piombo”); ha poi sfiorato la delicata questione del disagio del poliziotto e delle difficili situazioni che si trovano ad affrontare coloro che praticano questo mestiere durante ogni turno di lavoro.

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“Anche nella Polizia ci sono mele marce: ma non bisogna generalizzare”

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Tanzi ha affermato di essere stato presente ad alcune udienze del Processo Ferulli: a suo modo di vedere le cose si sono svolte in una maniera diversa da quella narrata da quasi tutte le fonti di informazione (ed al processo stanno affiorando evidenze in questo senso). Imbeccato sulla (quasi) analoga questione Aldrovandi, ha affermato che in quel caso i poliziotti condannati per omicidio colposo sono stati trattati come cittadini di serie C, in quanto sono stati i primi in Italia ad andare in galera per un reato colposo.

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Il segretario SAP si è poi soffermato sulla questione del rientro in servizio dei poliziotti condannati per il caso Aldrovandi, affermando che il regolamento disciplinare della Polizia di Stato non prevede il licenziamento per reati colposi: occorrerebbe modificare la legge e ciò non può essere fatto così su due piedi, la procedura legislativa, come si sa, è lenta e farraginosa. Anche se una modifica in tal senso sembrerebbe auspicabile.

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Tanzi ha concluso muovendo l’auspicio che non si faccia di tutta l’erba un fascio: le mele marce esistono in ogni parte della società, compresa la Polizia di Stato (che è anch’essa uno spaccato della nostra società): queste vanno eliminate, senza dubbio. Ma la Polizia, a suo parere, deve continuare a lavorare con serenità, senza sentirsi sotto il mirino minaccioso della società e dell’opinione pubblica. Insomma il segretario del Sindacato SAP chiede rispetto nei confronti delle Forze dell’Ordine, all’interno ovviamente di una prospettiva di autocritica.

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Marco Brezza     

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gio, gen 30, 2014  Marco Brezza
Mobilità Del Personale Di Polizia Penitenziaria: Problemi nelle procedure?
5 (100%) 1 Vota Questo Articolo

Un tema molto interessante e certamente da approfondire per quanto riguarda il settore delle forze dell’ordine è sicuramente quello afferente alla mobilità del personale di Polizia Penitenziaria: in particolare il tema andrebbe sviscerato attentamente con riferimento al ruolo dei Commissari di Polizia nelle sedi di cosiddetto “extra moenia”. Una circolare del Segretario Generale del sindacato UGL, Giovanni Moretti, ha infatti evidenziato con attenzione e precisione la questione, concentrandosi in particolare sul cattivo andamento di una procedura amministrativa relativa proprio alla questione della mobilità. Andiamo ad analizzarla più da vicino.

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Mobilità personale di Polizia penitenziaria

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Mobilità del personale: ecco una procedura scorretta

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Secondo Moretti esisterebbero (in quanto segnalate sul territorio) evidenti storture legate alla questione della mobilità del personale dei ruoli direttivi del Corpo. Il Segretario afferma testualmente che, secondo notizie provenienti da alcune strutture periferiche della Polizia Penitenziaria, sarebbero “stati emanati provvedimenti di trasferimento di alcune unità di Polizia penitenziaria appartenenti al ruolo dei commissari, che addirittura superano lo stesso opinabile principio a cui codesta Amministrazione si sarebbe richiamata per giustificare la stabilizzazione delle posizioni di distacco presso alcune sedi extra moenia e, segnatamente, presso D.A.P., P.R.A.P. e S.F.A.P che, in quanto tali, dovevano essere escluse dalla  procedura di mobilità in oggetto”.

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Secondo la circolare emanata dall’UGL sarebbero state segnalate particolari (e evidentemente singolari) procedure di trasferimento presso il Provveditorato Regionale per la Campania; ed inoltre parrebbe essere stato emesso anche un provvedimento di trasferimento di un funzionario presso il Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano con immediato distacco dello stesso al contiguo P.R.A.P. Napoli. Questa tipologia di provvedimento, secondo il sindacato, non può essere considerata estranea alla procedura di mobilità qui in discussione, considerato anche che il commissario interessato parrebbe aver presentato domanda solo in seguito all’interpello, all’esclusivo fine di giungere al posto di funzione di Vice Comandante, presso la suddetta struttura penitenziaria.

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Graduatoria per titoli elusa: ecco cosa non va

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Osservando questa ricostruzione, sembra evidente che l’Amministrazione non abbia fatto altro che eludere totalmente gli esiti della graduatoria definitiva per titoli, all’interno della quale il suddetto funzionario non si sarebbe classificato in posizione utile rispetto agli altri commissari partecipanti ed aventi il diritto di ricoprire il ruolo di funzione: si configurerebbe pertanto un illegittimo provvedimento di trasferimento in favore di tale funzionario. È evidente come tale evento vada a colpire, interessandola a pieno titolo, la procedura di mobilità nazionale dei ruoli direttivi, giungendo a creare un evidente “vulnus” giuridico che si concretizza nella lesione degli interessi legittimi degli altri funzionari partecipanti alla procedura di mobilità.

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UGL segnala l’illegittimità della procedura

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La branca del sindacato UGL (Unione Generale del Lavoro) afferente alla Polizia Penitenziaria ha stigmatizzato con forza l’accaduto sottolineando l’illegittimità palese della piega presa dalla suddetta procedura. Tra l’altro, nel caso qui analizzato, l’Amministrazione sopra citata, attraverso un immediato e tempestivo provvedimento di distacco, avrebbe assegnato il suddetto commissario al vicino P.R.A.P. Napoli in un ruolo extra moenia per il quale non dovrebbe essere valida la regola dell’interpello. Questa tipologia di trasferimento, qualora fosse effettivamente e concretamente (si attendono ulteriori evidenze in questo senso) rilevata, si configurerebbe come una palese violazione dei fondamentali principi di trasparenza e pari opportunità che debbono necessariamente informare e sovrintendere tutto il distendersi dell’attività amministrativa in Italia. Nient’altro che il sintomo del cattivo andamento di alcune procedure amministrative in materia: sperando che si tratti di un fenomeno isolato e non di un endemico malfunzionamento amministrativo.

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Marco Brezza          

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mer, gen 29, 2014  Roberta Buscherini
Ricorso Pensioni Carabinieri: Tutte Le Informazioni Necessarie
4.4 (88.39%) 31 Vota Questo Articolo

Due sentenze del Tar del Lazio hanno già da tempo stabilito l’obbligo da parte delle Amministrazioni che non avevano ancora provveduto a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa. Le sentenze si basano sul ricorso pensioni carabinieri presentato da numerosi appartenenti all’Arma che di fatto hanno stabilito l’ inadempimento della Pubblica Amministrazione. Recentemente, sempre il Tar del Lazio ha cambiato il proprio orientamento in materia (sentenza 8420/2013) adeguandosi ai principi espressi da più sezioni del Tar e dal Consiglio di Stato negando ai singoli dipendenti la possibilità di agire in giudizio per obbligare le Amministrazioni ad avviare forme pensionistiche complementari ma dandone la possibilità unicamente alle Organizzazioni sindacali e ai Comitati Centrali di rappresentanza degli stessi.

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Pensioni carabinieri: danni per il ritardo dell’avvio della previdenza complementare

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Il ricorso pensioni carabinieri è andato comunque avanti. Nel 2013, infatti, è stato nominato un Commissario ad acta – nella persona del Capo del III Reparto della Direzione Generale per il Personale Militare, Brig. Gen. Roberto Sernicola, per intervenire nel caso di inadempimento dell’Amministrazione. Lo stesso Commissario ad acta ha chiesto al Tar de Lazio alcune indicazioni utili a definire i limiti, l’ambito e le modalità della propria attività finalizzata a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa, una volta accertata l’inottemperanza da parte delle Amministrazioni intimate.

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I ritardi annosi per la costituzione della previdenza complementare sta portando ad un altro ricorso pensioni carabinieri per riconoscere il danno subito per questo ritardo. Più fonti autorevoli, infatti, hanno riconosciuto che  “Il ritardo danneggia i lavoratori del settore che stanno perdendo, tra l’altro, la possibilità di usufruire del contributo datoriale, con connesse conseguenze sullo sviluppo dell’accumulazione con finalità previdenziale; un tale ritardo, quindi, non è più giustificabile”.

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Come sottolineato da varie organizzazioni del settore durante il ricorso pensioni carabinieri: “Ritardare la partecipazione ad un programma di risparmio previdenziale costa caro: per ottenere l’integrazione del ridotto tasso di sostituzione (rapporto pensione/ultimo stipendio percepito) del 30 per cento al momento della pensione, è necessario investire nella previdenza integrativa il 5,4 per cento del proprio reddito annuo, ma se si inizia a farlo 10 anni più tardi (nel nostro caso stiamo arrivando ai 20 anni di ritardo) occorrerà versare quasi tre volte tanto: il 13,8 per cento”. “Costruirsi una pensione integrativa adeguata richiede un lungo periodo di partecipazione al Fondo Pensione: un ritardo di venti anni nell’aderire, determina una riduzione della relativa rendita pari al 46,42 per cento”.

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Ricorso Pensioni carabinieri: una storia lunga 20 anni

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La riforma del sistema previdenziale,  iniziata nel 1992 con il Decreto legge Amato n. 503 e proseguita nel 1995 con la legge Dini n. 335, aveva stabilito un sistema differenziato a seconda dell’anzianità maturata fino a quel momento. Al sistema retribuito, per il calcolo della pensione, potevano accedere solo  dipendenti che potevano contare su almeno 18 anni di contributi, compresi i contributi figurativi, da riscatto e ricongiunzione, alla data del 31 dicembre 1995, mentre per tutti gli altri era previsto il sistema contributivo (o misto). Questo sistema ha notevolmente penalizzato chi si trova nella condizione di un calcolo pensionistico con il sistema contributivo. Un carabiniere, infatti, si troverà con una riduzione del 30/40% rispetto al vecchio sistema. Per fare fronte a questo problema, il legislatore aveva previsto la previdenza complementare da attuarsi attraverso i fondi pensione. Previdenza che per i carabinieri e le altre forze di Polizia e Militari ancora non è stata attuata ed è nato il ricorso pensioni carabinieri.

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Una storia che sembra infinita, che dura ormai da 20 anni, che i carabinieri (e non solo) sperano di vedersi conclusa positivamente per il giusto diritto ad avere una pensione integrativa.

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Roberta Buscherini

 

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mar, gen 28, 2014  Marco Brezza
Le Varie Tipologie Di Assegni Di Invalidità Per Dipendenti Pubblici
4.8 (95%) 4 Vota Questo Articolo

Ha suscitato molto scalpore nelle scorse settimane la notizia proveniente dagli Stati Uniti che stigmatizzava la truffa operata da diversi pompieri scampati alla tragedia dell’11 settembre 2001, i quali usufruivano delle pensioni di invalidità senza averne il requisito: i pompieri avevano denunciato patologie inesistenti in seguito alle operazioni di soccorso durante l’attacco alle Twin Towers, approfittandosene della situazione venuta a crearsi attorno ai legittimi eroi di quel tragico giorno. Questo è accaduto negli Stati Uniti: e in Italia cosa accade nei confini di questa delicata materia? Occorre capire come funziona nel nostro paese la questione degli assegni di invalidità Inpdap per i dipendenti pubblici. Anche al fine di comprendere quante sono le situazioni di improprio abuso che vengono a concretizzarsi in materia.

Fonte: notizie.tiscali.it

Fonte: notizie.tiscali.it

Pensione INPDAP per inabilità a qualsiasi attività lavorativa

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Nel nostro paese esistono varie tipologie di trattamento pensionistico per l’invalidità: una tipologia è rappresentata dalla pensione INPDAP per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa. Essa spetta a quei dipendenti pubblici per i quali sia stata accertata una incapacità totale a svolgere qualsiasi attività lavorativa, a causa di infermità fisiche o mentali che non derivino da cause di servizio. Per richiedere questa pensione è necessario possedere un’anzianità contributiva pari ad almeno cinque anni, dei quali almeno tre siano stati versati nel quinquennio precedente la cessazione dell’attività lavorativa. Il calcolo del trattamento pensionistico si effettua aggiungendo all’anzianità contributiva maturata, la quota di contributi sufficienti a coprire il periodo mancante al raggiungimento dell’età pensionabile, fino a una cifra massima di 40 anni di contributi totali.

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Pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro

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Esiste poi un altro tipo di trattamento: la pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro. Essa spetta a quei dipendenti pubblici a cui sia stata accertata una incapacità derivante da infermità fisiche o mentali che impediscano una collocazione lavorativa continuativa e remunerativa. Quest’ultima è evidentemente una tipologia di condizione meno invalidante di quella analizzata in precedenza ed infatti i requisiti contributivi per potervi accedere sono più stringenti: ai fini dell’erogazione bisogna possedere un’anzianità contributiva di almeno 14 anni, 11 mesi e 16 giorni di servizio utile (valido anche se non continuativo).

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Trattamenti pensionistici per inabilità assoluta alle mansioni svolte

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Completando questa rapida panoramica, vanno infine citati i trattamenti pensionistici per inabilità assoluta e permanente alle mansioni svolte. Ai dipendenti statali è data la possibilità di richiedere il prepensionamento nel caso in cui siano colpiti da una invalidità permanente, di tipo fisico o mentale, idonea a vulnerare la capacità di svolgere le mansioni lavorative assegnate. Una volta accertata questa condizione l’amministrazione deve tentare di collocare il lavoratore in un’altra mansione che si trovi sullo stesso livello retributivo. Nel caso in cui non si riesca a ricollocare il lavoratore, lo stesso può essere dispensato dal servizio o messo a riposo. Il conseguente trattamento pensionistico d’invalidità viene pertanto erogato solo se sussistono vari requisiti di tipo contributivo che si differenziano in base alla tipologia di dipendente pubblico idoneo al trattamento: i dipendenti degli enti locali devono contare su contributi almeno pari a 19 anni, 11 mesi e 16 giorni di contribuzione, mentre per quanto riguarda i dipendenti delle amministrazioni statali gli anni di contributi devono ammontare almeno pari a 14 anni, 11 mesi e 16 giorni (prescindendo dall’età anagrafica del dipendente).

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È chiaro come in tempi di Spending Review sia molto importante verificare con attenzione la legittimità dell’attribuzione delle pensioni di invalidità. Situazioni come quella balzata agli onori (negativi) delle cronache negli Stati Uniti esistono purtroppo anche nel Belpaese. Anche se va detto che il settore che più si presta ad abusi è quello dell’invalidità civile, il quale costituisce però una categoria di invalidità molto diversa da quella qui trattata, e che prescinde totalmente da versamenti contributivi di alcun tipo, basandosi soltanto su requisiti di tipo sanitario, anagrafico e di reddito. Con il contributo di medici conniventi capita spesso che i pertugi dell’istituto dell’invalidità civile vengano penetrati in maniera abusiva. Insomma, a fronte di questi insidiosi accadimenti, permane comunque il fatto che l’esistenza dei suddetti istituti (differenti tra loro) debba essere tutelata attraverso anche i seri controlli e la stringente disciplina nell’assegnazione.

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Fonti: Corriere delle Sera, handylex.org

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Marco Brezza            

 

 

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lun, gen 27, 2014  Roberta Buscherini
Marina Militare: il personale chiede più tutele contro tubercolosi e Hiv
1 (20%) 1 Vota Questo Articolo

Il ministero della Difesa è stato sollecitato nell’attuare misure che tutelino la salute del personale della Marina Militare impegnato in operazioni come “Mare Nostrum” che vedono i nostri militari sorvegliare le coste italiane e soccorrere i tanti migranti.  Soccorsi, in questa come in altre operazioni, che espongono il personale della Marina Militare a malattie come Hiv e Tubercolosi dalle quali non sono adeguatamente tutelati. Il problema era stato già segnalato durante le operazioni aseguito del terremoto ad Haiti nel 2010. E’lo stesso personale della Marina Militare a denunciare: “la profilassi farmacologica contro il virus hiv entro 1-4 ore dalla possibile esposizione continua a non esserci.

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Una situazione preoccupante, visto che si opera con migliaia di persone provenienti, perlopiù, da Paesi in cui l’infezione da hiv è considerata endemica”. Dello stesso avviso anche Luca Marco Comellini, Segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e Forze di polizia (Pdm) che dice: “Occorre verificare se i militari e gli appartenenti alle Forze di polizia impiegati nell’operazione “Mare Nostrum” siano adeguatamente protetti contro i rischi di esposizione a ceppi virali multifarmacoresistenti provenienti da aree endemiche e ad alta incidenza di tubercolosi”.

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Hiv: il dibattito sui test indiscriminati per il personale

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Questa denuncia porta alla luce un’altra discussione ventennale sul problema della sieropositività nelle Forze Armate.  Si moltiplicano infatti le denunce per la richiesta di test dell’Hiv per i bandi di concorso e controlli periodici per il personale graduato e no.  A tal riguardo la legge135/90 stabilisce il divieto dell’accertamento dello stato sierologico sia dei dipendenti che nelle procedure ai fini dell’assunzione. A tal proposito Matteo Schwarz, consulente legale del Network persone sieropositive (Nps) ha ricordato che: “La sentenza della Corte Costituzionale del ’94 ha inoltre detto che nel caso alcune attività lavorative comportino rischi di trasmissione dell’infezione verso terzi, come le professioni sanitarie e militari, dovrebbe essere prevista la possibilità del datore di lavoro di richiedere all’interessato l’esecuzione del test. Ma la Corte ha espressamente negato il test di massa e per categoria di persone, indicando invece una valutazione caso per caso sulla compatibilità tra le mansioni e la sieropositività. La sentenza quindi non è un lasciapassare per fare il test dell’hiv ai concorsi”.

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Un problema che andrebbe affrontato subito risolvendo le incongruenze di sistema dal momento che esistono numerose segnalazioni da parte dei lavoratori delle Forze Armate che si sentono “assediati” per le continue richieste periodiche di test Hiv . Da una parte ci sono i decreti, del 2005 e del 2011, del ministro della Difesa che tra le cause di non idoneità al servizio militare indicano tubercolosi, sifilide, epatite B e C e hiv, mentre dall’ altra parte ci sono le circolari dei ministeri della Salute e del Lavoro che dicono che “l’accertamento della sieronegatività è legittimato solo dalle effettive condizioni di rischio dell’attività lavorativa e che la valutazione del rischio di esposizione va fatta a livello individuale, caso per caso, tramite il medico competente. No quindi ad un’indagine indiscriminata su tutti i lavoratori”.

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Roberta Buscherini

 

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