Dipendenti statali -il Blog-

Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: il blog di esternazioni liberatorie

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Archivi al mese giugno, 2014

lun, giu 30, 2014  Roberta Buscherini
Frazionabilità Ad Ore Di Assenza Malattia Pubblico Impiego: Cosa c’è da sapere?
4.6 (92%) 5 Vota Questo Articolo

Il tema della scansione del lavoro e dei permessi per malattia nella pubblica amministrazione italiana rivestono notevole importanza in un’ottica di complessivo corretto allineamento dell’attività amministrativa. A questo riguardo particolare interesse suscita la tematica della frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego.

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frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego

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Frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego: i contatti collettivi

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È la legge, in combinato disposto con le varie declinazioni dei contratti collettivi nazionali a disciplinare la complessa materia delle assenze per malattia dei lavoratori impiegati nella pubblica amministrazione del nostro paese. In questo senso va preliminarmente affermato che il periodo massimo di assenza per un dipendente pubblico assunto a tempo indeterminato è equivalente a 36 mesi di cui 18 con diritto alla conservazione del posto di lavoro e retribuiti (nel range temporale di 3 anni), mentre gli ulteriori 18 mesi non sono soggetti a retribuzione. È qui che entra in gioco una prima accezione del concetto di frazionabilità: a parere dell’ARAN (l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) gli ulteriori 18 mesi, non retribuiti, non sono frazionabili. Questo non sta a significare, però, che il lavoratore, qualora la guarigione sia giunta prima del diciottesimo mese, non possa riprendere servizio previo accertamento delle sue condizioni di salute: nell’ipotesi, infatti, in cui il dipendente, dopo aver ripreso servizio, si assenti nuovamente per malattia, si torneranno ad applicare le regole generali.

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L’orientamento applicativo dell’ARAN

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Il tema sopra analizzato conferisce al discorso l’abbrivio per giungere alla vessata questione della frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego. In questa direzione giunge in soccorso un orientamento applicativo emanato sempre dall’ARAN (l’istituto che, come già si poteva intuire precedentemente, rappresenta la controparte pubblica in sede negoziale, gestendo la contrattazione con le rappresentanze sindacali) nel quale si afferma che, utilizzando come parametro disciplinare il contratto collettivo di categoria, non è in alcun modo prevista la possibilità di frazionare ad ore l’assenza per malattia nell’arco della giornata. Perlustrando nelle pieghe del parere ARAN si scova infatti che nell’ambito della disciplina del rapporto di lavoro del personale del Comparto Regioni-Autonomie Locali, i permessi brevi sono quei permessi che possono essere fruiti ad ore nel rispetto dei limiti e delle modalità stabilite nel contratto collettivo nazionale del 1995: tali permessi possono essere utilizzati dal dipendente pubblico anche per sottoporsi a visite specialistiche o ad esami diagnostici. In questo caso, secondo il suddetto parere ARAN del 11 febbraio 2014, parrebbe evidente che, poiché trattasi di permessi ad ore ammessi espressamente dalla disciplina negoziale,  gli stessi non possono in nessun modo essere sovrapposti o ricondotti alla regolamentazione delle assenze per malattia.

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Cenni conclusivi sulla frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego

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La frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego si inserisce pertanto nella complessiva disciplina generale della pubblica amministrazione del nostro paese: la quale si estende dalla definizione del trattamento economico nei primi dieci giorni di malattia fino alle modifiche inerenti ai giorni in surplus. La frazionabilità ad ore di assenza malattia pubblico impiego pertanto deve essere ricondotta necessariamente ad una norma di legge per poter estendere i suoi effetti ed essere utilizzata nella pubblica amministrazione.

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Fonti: fpcgil.it, ilpersonale.it

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Roberta Buscherini

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ven, giu 27, 2014  Patrizia Caroli
Doppio Lavoro Per Infermieri: E’ consentito?
5 (100%) 4 Vota Questo Articolo

soldielavoro.soldionline.it

soldielavoro.soldionline.it

Negli ultimi anni sono stati circa 3300 gli impiegati pubblici scoperti dalla guardia di finanza a svolgere un doppio lavoro. Il guadagno totale di questi soggetti va complessivamente oltre i 20 milioni di euro con un danno alle casse dello Stato di 55 milioni di euro.

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Ma cosa dice la legge a proposito del doppio lavoro? È consentito? E se sì, a quali condizioni? 
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La normativa che  regolamenta le attività extra-professionali nel pubblico impiego a partire dal ‘96, quando sono state aperte le porte al part time;  in questo caso il dipendente, riducendo il proprio orario di lavoro, può dedicarsi ad un’attività da libero professionista. Al di fuori di questo settore, i dipendenti possono esercitare un doppio lavoro a titolo occasionale e saltuario. C’è, infine, il decreto 265 del 2001, che parla della possibilità di esercitare un’attività extra, previa autorizzazione della società di appartenenza. Ciononostante, soprattutto tra i dipendenti pubblici con stipendi medio bassi, si registrano diversi casi di doppio lavoro non regolamentati. Ciò dipende dal fatto che è molto difficile ottenere la legalizzazione delle attività extra a causa di problematiche connesse alla poca trasparenza nel settore, a normative fin troppo generiche che finiscono col trattare casi simili in maniera diversa da ufficio a ufficio, nonché dalla scarsa informazione diretta ai dipendenti riguardo alle modalità di regolarizzazione. Chi viene scoperto rischia sanzioni disciplinari e in alcuni, rarissimi casi, il danno erariale (restituire il denaro ottenuto svolgendo il doppio lavoro) ed il licenziamento.
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Doppio lavoro per infermieri

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Negli anni scorsi  sono balzati agli onori della cronaca i casi di doppio lavoro per infermieri, scovati dalla guardia di finanza. Eclatante il caso del policlinico Sant’Orsola di Bologna dove, più di 30 infermieri  arrotondavano il proprio stipendio grazie al doppio lavoro.  Sembra che diverse delle persone segnalate abbiano agito in buona fede, inconsapevoli dei vincoli del proprio contratto di lavoro al punto da pensare di regolarizzare la propria posizione aprendo una partiva Iva personale. Infine, a comprovare la buona fede degli infermieri, c’è anche il fatto che hanno regolarmente dichiarato i redditi percepiti.
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Doppio lavoro per infermieri: Una scelta consapevole?

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Il caso appena menzionato, come tanti altri simili, dimostra che c’è scarsissima informazione rispetto alla normativa vigente e che, di fatto, molto spesso i sanitari che percepiscono uno stipendio medio-basso scelgono per necessità la strada del doppio lavoro per infermieri. I media divulgano i fatti di cronaca eclatanti e le relative “grandi sanzioni”, ma raramente vengono prese in considerazione le tante problematiche economiche che trascinano inesorabilmente nel lavoro sommerso.
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Doppio lavoro per infermieri: normativa generica e confusione amministrativa
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La normativa vigente consente la regolarizzazione del doppio lavoro ma, essendo molto generica, da adito a difficili interpretazioni. Le stesse amministrazioni hanno dimostrato, a più riprese, una totale inettitudine rispetto alla gestione degli incarichi extra-professionali. Infine, troppo spesso accade che la questione venga risolta a discrezione delle singole amministrazioni; in alcuni casi, per esempio, vengono autorizzate fino a 30 prestazioni extra annuali senza valutare, però,  le circostanze che spingono un infermiere a cercare un reddito alternativo.
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Doppio lavoro per infermieri: il peso della crisi economica
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Il doppio lavoro per infermieri diventa un’esigenza sempre più attuale e nella loro stessa situazione si trovano molti altri dipendenti pubblici. Il problema è che ci sono anche diversi lavoratori tagliati fuori dal settore pubblico e che, riuscendo a lavorare solo nel privato, finiscono col subire la “concorrenza sleale” del dipendente che svolge doppio lavoro.
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Doppio lavoro per infermieri: la situazione attuale
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Statisticamente, a fronte di tutte queste problematiche, il dipendente finisce con l’esercitare comunque il doppio lavoro per infermieri, a prescindere da qualsiasi autorizzazione. Per evitare il lavoro sommerso, quindi, sarebbe opportuna una maggiore informazione in merito; gli enti preposti al rilascio dei nulla-osta”dovrebbero emettere delle circolari esplicative, delle guide complete  e chiare dotate delle diverse modalità attuative come, per esempio, stabilire un limite di giornate di lavoro extra al quale l’infermiere deve attenersi.
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Purtroppo, la realtà è un’altra: continua ad esserci molta confusione in materia e, di conseguenza, per non sbagliare  le diverse amministrazioni finiscono spesso col propendere per il diniego alla regolamentazione del doppio lavoro.
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Doppio lavoro per infermieri: quale strada intraprendere?
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Nonostante tutte le difficoltà sopra menzionate, la strada da percorre è sempre quella della regolarizzazione.  Il dipendente, scontrandosi con un sistema così farraginoso sarà tentato dall’intraprendere il doppio lavoro per infermieri clandestinamente, soluzione da evitare assolutamente perché, essendo illegale, potrebbe danneggiare il lavoratore stesso.
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Per quanto concerne la regolamentazione del doppio lavoro per gli infermieri, questi ultimi possono svolgere poche attività extra e, spesso, non vengono concesse neanche queste, in quanto, potrebbero influire negativamente sulle capacità psico fisiche del sanitario  facendone diminuire il rendimento sul posto di lavoro pubblico.
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Doppio lavoro per infermieri: la classe medica
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Paradossalmente, la stessa regola non vale per i medici ai quali è concesso esercitare sia  privatamente che pubblicamente. Non dovrebbe anche in questo caso valere la considerazione che un doppio lavoro per un sanitario può risultare faticoso e, di conseguenza, dannoso per il proprio operato?
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Patrizia Caroli
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mer, giu 25, 2014  Marco Brezza
Dipendenti Pubblici Età Pensionabile: Presagi di un futuro difficile?
4.67 (93.33%) 6 Vota Questo Articolo

A proposito di dipendenti pubblici età pensionabile: come si configurano e come manifestano i loro effetti le novità che affiorano dal Decreto Legge 101/2013 (denominato con il titolo di “Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni”)?

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Fonte: www.lettera43.it

Fonte: www.lettera43.it

Dipendenti pubblici età pensionabile: un sistema sul ciglio del crollo?

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Prima di analizzare le novità più importanti a riguardo (esplorando più attentamente alcune novità in materia di dipendenti pubblici età pensionabile), non si può non fare un cenno introduttivo alla tematica delle pensioni nel nostro paese. Non si può negare che una spassionata esplorazione del tema in questo 2014 tenda ad assumere tinte molto fosche: la fragilità economica del nostro sistema-paese si cumula con l’endemica “insostenibilità sociale” del corpo pensionistico italiano. Il sistema risulta ostaggio di due forze che si configurano come appuntite (ed allegoriche) “forche caudine”: da un lato il tasso di disoccupazione associato a precarietà, flessibilità e presenza di pause variabili di assenza dal lavoro fra un’occupazione e un’altra (con ripercussioni negative sull’assegno da percepire in vecchiaia); dall’altra parte è evidente che con l’aumento della speranza di vita, la tendenza seguita dai governi è di posticipare sempre più in avanti l’età di congedo definitivo dal posto di lavoro con la conseguenza di peggiorare la qualità media della vita e di restringere le opportunità occupazionali per i più giovani. Un cane che si morde la coda: è questa la figura che riesce a conferire la reale sensazione che attraversa l’importante istituto della pensione in Italia.

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Le novità riguardanti le pensioni

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Tornando a posizionare la lente d’ingrandimento sulla tematica dei dipendenti pubblici età pensionabile, si può constatare come il Decreto Legge 101/2013 abbia previsto alcune novità di rilievo: attraverso questo strumento normativo si è ad esempio previsto che i dipendenti pubblici che hanno maturato il diritto di accesso alla pensione secondo i requisiti antecedenti la riforma pensioni Fornero-Monti, devono essere collocati obbligatoriamente a riposo e non possono più chiedere di rimanere in servizio.

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Inoltre, l’età pensionabile per i pubblici dipendenti vicini alla pensione si assesta sull’età di 65 anni:  quindi al raggiungimento dei 65 anni anagrafici (e qualora il conseguimento del diritto sia stato ottenuto entro il 31 dicembre 2011) scatta per i dipendenti statali l’uscita dal lavoro automatica e il conseguente accesso alla pensione. Si tratta insomma di una quota fissa da raggiungere.

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Dipendenti pubblici età pensionabile: le indicizzazioni

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Tra le notizie positive che affiorano dalle acque torbide dell’attuale situazione c’è il ritorno delle indicizzazioni: dopo il blocco di due anni a queste ultime (per quanto riguarda i dipendenti pubblici età pensionabile), voluto dalla riforma Monti-Fornero di fine 2011, fa il suo ritorno l’adeguamento al costo della vita per le pensioni con un importo mensile lordo superiore a 1486 euro.

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Non resta che constatare come il paese stia invecchiando in maniera sempre più rapida, ed il ricambio generazionale nel mondo del lavoro stia avvenendo in maniera farraginosa: un problema che poi va a scaricare tutta la sua energia “cinetica” sull’istituto delle pensioni, le cui risorse “idriche” stanno evidentemente per finire. I problemi cominciano già a confluire sulla testa dei pensionati attuali. Quale futuro per i pensionati di domani? Ai posteri ( si spera) l’ardua sentenza.

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Fonti: www.webmastepoint.org, www.investireoggi.it

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Marco Brezza

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mar, giu 24, 2014  Roberta Buscherini
Spending Review Pubblico Impiego: Tagli per i dipendenti pubblici
5 (100%) 6 Vota Questo Articolo

Spending-review -pubblico-impiegoNei mesi scorsi l’ex governo Letta ha presentato il piano per il taglio dei costi – la cosiddetta Spending Review – relativo ai prossimi tre anni. Ad oggi sembra che il neo governo Renzi non intenda modificare i punti cardine della spending review, fortemente voluta dalla Commissione europea. Partendo dagli obiettivi minimi di risparmio fissati dalla legge di Stabilità, lo scopo che si sono dati l’ex Ministro delle Finanze, Fabrizio Saccomanni, ed il commissario straordinario, Carlo Cottarelli, è quello di recuperare 32 miliardi di euro in tre anni tagliando la spesa nel pubblico impiego, riordinando gli enti locali e  intervenendo su sanità,  immobili e pensioni.

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Spending review pubblico impiego: I dirigenti pubblici

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La spending review nel pubblico impiego ha tra i suoi punti cardine l’avvio di corsi di formazione ad hoc per “aumentare la flessibilità gestionale dei dirigenti pubblici” al fine di “trasformarli in veri manager della spesa pubblica interessati, non solo al rispetto formale delle regole contabili, ma anche al contenimento dei costi e al miglioramento della qualità dei servizi”. Così si legge nel dossier Cottarelli-Saccomanni che mira ad una efficiente razionalizzazione del mercato del lavoro mirando anche ad “un sistema di incentivi finanziari che facilitino la collaborazione dei centri di spesa nella individuazione di risparmi di spesa”.

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Spending review pubblico impiego: La mobilità del lavoro

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La spending review nel pubblico impiego però, non apporterà sostanziali modifiche solo tra i quadri dirigenti ma, soprattutto, tra i dipendenti pubblici in generale; per loro è prevista una maggiore mobilità “compresa l’esplorazione di canali d’uscita e la rivalutazione delle misure del turn-over“. Con il termine turn-over si intende la rotazione dei lavoratori che collaborano con l’azienda; tradotto in italiano significa “avvicendamento”. Nel pubblico impiego, quindi, si parla di turn-over quando un dipendente lascia l’azienda (per esempio va in pensione, viene trasferito, etc.) e viene sostituito con un’altra assunzione. Il turn-over, di conseguenza, indica il volume delle entrate e delle uscite gestite dall’Impresa e viene adoperato all’interno di una politica di nuove assunzioni. Questa strategia può essere necessaria per una migliore gestione finanziaria, per mantenere una certa flessibilità aziendale o per cogliere opportunità di lavoro alternative per i singoli.

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Spending review pubblico impiego: La deregolamentazione del lavoro

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Non la pensano allo stesso modo i sindacati che temono che la spending review nel pubblico impiego possa tradursi in una mobilità senza regole, determinata esclusivamente dagli interessi del datore di lavoro e con un progressivo annullamento delle relazioni sindacali. A tutti ciò, inoltre, potrebbe seguire una riduzione dello stipendio nel passaggio da un’amministrazione all’altra.

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Spending review pubblico impiego: La posizione dei sindacati

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La pensa così Michele Gentile, responsabile dei Settori pubblici della Cgil che, parlando della spending review nel pubblico impiego ritiene che si tratti di “misure talmente contro i lavoratori che gli stessi datori di lavoro privati ne sognano l’estensione ai loro settori”. Il sindacalista ha aggiunto: “Ci aspettiamo, una volta noto il piano, che il nuovo Governo convochi le parti per affrontare con esse un piano di spending review non fatto di inefficaci e fallimentari tagli lineari, ma di misure che producano risparmi di spesa ma, allo stesso tempo, effetti positivi sul sistema dei servizi pubblici”. Sulla stessa linea Ermanno Santoro di Usb secondo il quale la spending review dovrebbe contemplare il ritorno nel settore pubblico di servizi privatizzati e un’efficace semplificazione normativa che permetta di recuperare circa 220 miliardi di euro dalle tante frodi fiscali che attanagliano il nostro Paese. Secondo Santoro “la spending review voluta dal governo è solo un altro pretesto per spazzare via il poco che è rimasto di diritti, servizi, reddito e occupazione e banchettare sui servizi pubblici”.

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Spending review pubblico impiego: La mobilità nel sistema statale

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Effettivamente, dalla lettura del testo della spending review emerge chiaramente l’obbligo della mobilità dei lavoratori nel pubblico impiego.  Spending review nel pubblico impiego significa rischio della riduzione dello stipendio fino all’80%!   Spending review pubblico impiego significa, inoltre, che dopo 2 anni, si rischia anche anche il licenziamento. Si tratta di un processo di progressivo annullamento dei diritti del dipendente pubblico che sta conoscendo la stessa precarietà a cui è sottoposto, spesso, colui che lavora presso enti privati. Un processo che ha visto tra le sue tappe fondamentali la legge n. 153 del 2012 sulla spending review con la quale per la prima volta si parla di esubero del personale statale.

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Spending review pubblico impiego: Tagliati 24 mila posti di lavoro?

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La situazione è allarmante a causa degli incombenti tagli alla spesa pubblica. Sebbene i dati non siano ancora ufficiali, sembra che la spending review nel pubblico impiego porterà a circa 24.000 posti in meno nel pubblico impiego, tra cui il 20 % dei dirigenti e il 10 % dei lavoratori pubblici.

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Roberta Buscherini

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lun, giu 23, 2014  Marco Brezza
Riposo Compensativo Autoferrotranvieri: Rapida analisi della normativa
5 (100%) 1 Vota Questo Articolo

In quale modo si definisce il riposo compensativo autoferrotranvieri? Per comprendere al meglio la questione occorre addentrarsi all’interno della normativa che disciplina la materia del settore autoferrotranvieri, ovvero la risalente legge 138 del 14 febbraio 1958 (innovata in parte nel 1999).

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Fonte: www.fitcislsicilia.it

Fonte: www.fitcislsicilia.it

Riposo compensativo autoferrotranvieri: uno sguardo d’insieme

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All’art.3 del suddetto strumento normativo viene disciplinato il lavoro straordinario: esso non può superare le due ore al giorno (per un massimo complessivo di 12 ore settimanali) e la sua esecuzione deve essere denunciata all’Ispettorato compartimentale della motorizzazione civile e dei trasporti e all’Ispettorato del Lavoro nelle 48 ore successive. L’utilizzo del lavoro straordinario deve essere motivato. Il personale autoferrotranvieri ha poi diritto ad un riposo settimanale di 24 ore da usufruire nella propria residenza e senza pregiudizio del riposo continuato giornaliero e delle ferie stabilite dai contratti di lavoro. Inoltre tale riposo deve normalmente usufruirsi di domenica, fatta eccezione per il personale viaggiante per il quale cade nel giorno stabilito dal turno. In alcuni casi è consentito il cumulo di due riposi settimanali consecutivi  (ad esempio per esigenze del servizio o tramite accordo fra le parti).

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La disciplina di questa tipologia di riposo

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Va detto che la disciplina generale del riposo compensativo autoferrotranvieri si configura come una compensazione di straordinari programmati e non come compensazione per gli straordinari emergenti, per i quali l’unica forma di compensazione prevista è la retribuzione monetaria.

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Analizzando poi il Decreto Legislativo 66/2003 posto a confronto con le leggi specifiche del settore del trasporto pubblico e con la contrattazione nazionale autoferrotranvieri, si può leggere (all’art.17) che: “Le disposizioni di cui agli articoli 7 (riposo giornaliero), 8 (pausa), 11 (lavoro notturno), 12 (modalità di organizzazione del lavoro notturno e obblighi di comunicazione), e 13 (durata del lavoro notturno), possono essere derogate mediante contratti collettivi o accordi conclusi a livello nazionale tra le organizzazioni sindacali nazionali comparativamente più rappresentative e le Associazioni nazionali dei datori di lavoro firmatarie dei contratti collettivi di lavoro o conformemente alle regole fissate nelle medesime intese, mediante contratti collettivi o accordi conclusi al secondo livello di contrattazione”. Tutto ciò però (proseguendo nella lettura del disposto normativo) deve essere fatto “soltanto a condizione che ai prestatori di lavoro siano accordati periodi equivalenti di riposo compensativo, o nei casi eccezionali in cui la concessione di tali periodi equivalenti di riposo compensativo autoferrotranvieri non sia possibile per motivi oggettivi, a condizione che ai lavoratori interessati sia accordata una protezione appropriata”.

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Considerazioni finali sul riposo compensativo autoferrotranvieri

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Il riposo compensativo autoferrotranvieri si configura pertanto come un’importante garanzia per il dipendente pubblico occupato nel settore trasporti, componendo una sorta di bilanciamento ad eventuali deroghe imposte al lavoratore stesso in materia di riposi, pause, e lavoro straordinario. Una normativa che pare evidentemente poter essere applicabile nei confronti di tutti i lavoratori del settore anche se permangono dubbi e critiche di tipo dottrinale in merito ad alcuni precipui termini utilizzati nel dettato normativo dal legislatore: ovverol’utilizzo di termini definiti icasticamente dalla dottrina come “ assurdamente paternalistici” (ad esempio “accordati”, “concessione”) al posto di termini probabilmente più corretti per l’argomento trattato (ci si riferisce ai più canonici “hanno diritto” o “saranno loro riconosciuti”). Insomma il riposo compensativo è un diritto del autoferrotranviere: è pertanto necessario che questo assunto risulti con evidenza anche dal lessico normativo.

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Fonti: uiltrasporti.it

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Marco Brezza

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