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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

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Archivi al mese luglio, 2016

mer, lug 27, 2016  Patrizia Caroli
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Scuola statale, operazione merito docenti, come stanno procedendo le cose con l’erogazione dell’apposito fondo di 200 milioni di euro istituito dalla legge 107/2015 (la c.d. “Buona Scuola”) per valorizzare e incentivare i docenti meritevoli?

 

bonus-merito-docenti

Bonus merito docenti scuola: l’assegnazione degli incentivi

 

La nuova legge “Bonus merito docenti” voluta dal Governo Renzi nel grande disegno relativo alla “Buona Scuola” individua alcuni parametri di massima (suddivisi in 3 aree, ovverosia:

 

1) la qualità della didattica

2) la partecipazione al miglioramento,

3) la formazione in servizio

4) il coordinamento

 

ed affida successivamente la procedura di assegnazione degli incentivi economici a una “valutazione motivata” del dirigente scolastico, sulla base dei criteri definiti dal Comitato di valutazione dell’istituto. Si tratta di un approccio sperimentale, che vale per i prossimi tre anni, al termine dei quali il Ministero effettuerà delle valutazioni sull’attività effettuata dalle singole scuole ed adotterà un protocollo di carattere nazionale (sentito il parere delle parti sociali).
In questo senso va infatti detto che lo stanziamento di 200 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016, distribuito sui circa 8.500 istituti sparsi per il territorio, ha prodotto la formazione dei comitati di valutazione che hanno a loro volta realizzato i criteri di accesso ai finanziamenti ministeriali.

 

Il Bonus merito docenti e i dubbi sollevati dai Comitati

 

Comitati che in rappresentanza dei docenti contribuiscono a sollevare numerosi dubbi rimasti dell’aria sul” bonus merito docenti” e che gli addetti ai lavori si stanno trovando ad affrontare: qual è la platea auspicabile dei beneficiari? E quali le evidenze oggettive che dovrebbero accompagnare la valutazione del dirigente? Dubbi di rilievo a cui tuttavia nemmeno il Ministero dell’istruzione ha saputo fornire una risposta tramite la nota 1804 emessa lo scorso 19 aprile.

Il Ministero ha nel frattempo avviato una prima forma di monitoraggio per rilevare le scelte che i comitati di valutazione e i dirigenti scolastici stanno adottando in materia, anche alla luce della attualmente in corso raccolta di firme per sottoporre a referendum abrogativo alcune parti della legge 107/2015, ad iniziare proprio dal meccanismo di assegnazione del bonus per il merito.

 

Bonus merito insegnanti: risposte operative ai dubbi

 

Tra le FAQ analizzate e chiarite almeno in parte dal MIUR sul tema dell’assegnazione del bonus merito docenti, segnaliamo al seguente: come dare trasparenza alle scelte e come pubblicare i dati sull’assegnazione del bonus? Su tale specifico dubbi il Ministero afferma che dopo aver pubblicato “i criteri stabiliti dal Comitato, in merito alla pubblicazione dei premi per i singoli docenti, mancando un’indicazione di riferimento specifica per la scuola, risulta opportuno fare riferimento al d.lgs. 33/2013 come aggiornato dal d.lgs. 97/2016″ (in vigore dallo scorso 23 giugno) all’art. 20, comma 1 e comma 2, in cui si evidenzia che: “Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati relativi all’ammontare complessivo dei premi collegati alla performance stanziati e l’ammontare dei premi effettivamente distribuiti”.

 

Di conseguenza, “le pubbliche amministrazioni pubblicano i criteri definiti nei sistemi di misurazione e valutazione della performance per l’assegnazione del trattamento accessorio e i dati relativi alla sua distribuzione, in forma aggregata, al fine di dare conto del livello di selettività utilizzato nella distribuzione dei premi e degli incentivi, nonché i dati relativi al grado di differenziazione nell’utilizzo della premialità sia per i dirigenti sia per i dipendenti”.

 

Fonti: leggioggi.it, tecnicadellascuola.it

 

Patrizia Caroli

 

 

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lun, lug 25, 2016  Roberta Buscherini
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L’approvazione in secondo esame preliminare da parte del Consiglio dei ministri è giunta la scorsa settimana a suggellare quello che si configura come uno dei decreti attuativi più delicati del complessivo pacchetto di (11) decreti che conferiranno forma plastica al grande progetto di riforma della Pubblica Amministrazione nel nostro Paese. Si tratta del decreto legislativo relativo al testo unico in materia di società a partecipazione pubblica: il testo stabilisce e definisce, in estrema sintesi, la chiusura (o l’alienazione) delle società partecipate troppo piccole (ad esempio società fuori dai servizi pubblici locali che che in 4 anni su 5 abbiano subito perdite superiori al 5% del fatturato), di quelle con più amministratori che dipendenti e, in generale, delle aziende che non rientrano nei servizi pubblici locali o negli altri settori di attività consentiti per l’intervento della Pubblica Amministrazione.

 

Decreto Partecipate, rischio esuberi

Riordino partecipate: il problema degli esuberi

 

A questo punto la scansione dei tempi è piuttosto serrata: ci sono a disposizione sei mesi di tempo per gli enti proprietari per scrivere i piani di razionalizzazione con l’alienazione obbligatoria delle partecipate fuori regola. Stesso lasso di tempo per le società controllate dalla PA per effettuare la ricognizione del personale ed indicare con precisione i propri esuberi. Questo infatti è il punto critico di tale decreto attuativo.

Si stima che in Italia vi siano 5mila società partecipate in cui sono impiegati ben 501mila lavoratori (dati che affiorano dalle rilevazioni effettuate da Cottarelli nel 2014 ai tempi del primo tentativo abortito di “spending review“). Entro gennaio 2017 dovrebbero giungere le prime indicazioni concrete sugli effetti della riforma. Il vero nodo, come appena affermato, è proprio quello della necessità di sfoltimento di personale che segue in maniera consequenziale la chiusura di un rilevante numero di società che non rientrano nei nuovi parametri stabiliti dal Governo. In questo senso emerge una data obiettivo: il 30 giugno del 2018. Superata quella scadenza, le società potranno ricominciare ad assumere secondo le procedure ordinarie, senza più l’obbligo di dover pescare dagli elenchi degli esuberi tranne che per quel che riguarda profili professionali specifici e assenti fra le “eccedenze”.

 

Il meccanismo per il riassorbimento degli esuberi

 

Per il meccanismo di riassorbimento degli esuberi che verranno inevitabilmente a crearsi, non verrà replicato l’elenco nazionale degli esuberi gestito dalla Funzione pubblica e già sperimentato per il riordino di Province e Città metropolitane: in questo senso il “pianeta partecipate” si configura come molto più variegato e non riconducile ad omogeneità immediata. Il primo “step” sarà quello relativo alla “ricognizione del personale in servizio”, che le società a controllo pubblico devono effettuare entro il termine di mesi per individuare le “eccedenze”: a questo punto il personale in eccesso verrà affidato “in primis” alle Regioni, le quali dovranno favorire la mobilità incrociando la domanda e l’offerta di lavoro sul territorio con gli strumenti che saranno individuati da un decreto successivo (a carico del Ministero dell’economia). Dopo ulteriori sei mesi, sarà il turno dell’Agenzia nazionale per il lavoro, la quale dovrà gestire gli esuberi rimasti mediante politiche attive. Le rassicurazioni in questo caso convergono nel seguente concetto espresso in evidenza nel testo del decreto: al personale in esubero potranno essere applicati tutti gli ammortizzatori sociali previsti dalla riforma del lavoro e dalle normative regionali.

 

Il caso di coloro che sono stati assunti in origine dalla PA

 

Caso specifico è quello rappresentato dal personale che in origine era stato assunto dalla Pubblica Amministrazione ed è successivamente passato a un’azienda partecipata in seguito all’esternalizzazione del servizio. Qualora l’attività venga riportata all’interno dell’ente (ad esempio perché la società strumentale non risponde ai parametri della riforma) tali dipendenti possono usufruire di una corsia preferenziale per la riassunzione nella Pubblica Amministrazione. Questa tuttavia non può in alcun modo derogare ai vincoli generali su turnover e spesa.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore

 

Roberta Buscherini

 

 

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gio, lug 21, 2016  Patrizia Caroli
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Meno insegnanti in Italia, ed un po’ più poveri. Questa l’istantanea tracciata dalla Corte dei conti nella sua Relazione resa nota la scorsa settimana. Anche se le azioni della “Buona Scuola” di matrice renziana rendono il “passivo” meno drastico di quello che sarebbe potuto essere. L’ultima Relazione sul Pubblico Impiego elaborata dalla Corte dei conti ha infatti posto la sua lente d’ingrandimento in particolar modo su scuola ed insegnanti, denunciando, fra le altre cose, l’impoverimento strutturale dell’Istruzione nel nostro Paese.

 

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Insegnanti scuola pubblica: i dati della Relazione

 

Le sezioni riunite in sede di controllo hanno infatti preso in esame i 6 anni della più grande crisi del dopoguerra, dal 2008 al 2014, sovrapponendoli in una comparazione anche alle due legislature di “austerity” condotte dai Governi Monti e Letta: in tale frangente l’accorpamento delle scuole italiane ha tolto all’istruzione un dirigente scolastico ogni tre, ora sono 7.440. Per risparmiare 63 milioni da questa voce, solo nel Lazio si sono persero 109 autonomie. In tutto, da 50mila plessi scolastici ne sono rimasti 41mila. In quel raggio di tempo (6 anni) sono usciti dalla scuola quasi 100mila dipendenti, mai sostituiti: l’8,1% del totale. Gli insegnanti in sei anni sono scesi del 9,2%, mentre sono cresciuti in maniera esponenziale gli insegnanti di sostegno, nel tentativo di mettere rimedio a un noto ritardo italiano: all’ultima data considerata erano 75mila, il 48% in più.

Altro dato rilevante evidenziato dalla relazione targata Corte dei conti è quello concernente la quota di personale impiegato nella scuola facente parte del Pubblico Impiego: gli occupati della scuola coprono la fetta più grande della Funzione pubblica italiana, ovverosia il 32% (da oggi inserito nel comparto “Istruzione e ricerca” dopo la firma intercorsa tra ARAN e sindacati in relazione all’accordo sulla riduzione dei comparto contrattuali del Pubblico Impiego).

 

L’andamento della retribuzione insegnanti tra 2008 e 2014

 

Tuttavia, e qui vengono le note dolenti, nei 6 anni di “lacrime e sangue” sopra menzionati, il milione abbondante (in discesa) dei dipendenti del settore “Istruzione” ha visto la sua retribuzione in calo rispetto al costo della vita, in maniera davvero rilevante. La spesa generale per gli stipendi è scesa del 16% nel periodo menzionato, da 33,5 a 28,2 miliardi, con la busta paga media di un insegnante con dieci anni di anzianità, nel 2014, che ammontava a 1280 euro il mese (esattamente la metà di quella un preside, ed un sesto di quella di un dirigente statale di primo livello).

 

Prospettive per il futuro prossimo

 

La Relazione 2016 della corte dei conti, gettando uno sguardo sulle recenti mosse del Governo Renzi in materia di “Buona Scuola“, riconosce tuttavia che nello scorso mese di novembre sono stati immessi in cattedra 47mila nuovi docenti “in relazione alla creazione dell’organico dell’autonomia scolastica”, invertendo certamente la tendenza del taglio sul personale, tuttavia “non riuscendo a sanare le limitazioni di organico determinate nei 6 anni precedenti”. Elementi che inseriscono in circolo un po’ di metaforiche “endorfine” positive ad un corpo docente complessivo che negli ultimi anni ha visto ridursi in maniera cospicua il complessivo potere d’acquisto.

 

Fonte: la Repubblica

 

Patrizia Caroli

 

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mar, lug 19, 2016  Valentina
Esodati. Settembre forse decisivo
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Il tema della previdenza sociale è relegato, lo si sa, all’approvazione della legge di stabilità. Ma per ciò che riguarda la categoria degli esodati potrebbe invece smuoversi qualcosa prima.

Fonte: ilsussidiario.net

Fonte: ilsussidiario.net

 

A settembre per la precisione, almeno secondo quanto dichiarato dal presidente della commissione lavoro Damiano.

 

Certamente questa tempistica anticipata rappresenta un sollievo, se verrà confermata, per tutti gli appartenenti a questa categoria, che si è venuta a creare, lo ricordiamo, dopo l’approvazione della Legge Fornero e racchiude tutti coloro che erano vicinissimi alla pensione prima del 2012 prima dell’entrata in vigore di questa legge e che a seguito di essa si sono visti spostare in avanti l’ingresso nel sistema previdenziale.

Molti di loro avevano già lasciato il posto di lavoro e sono quindi da allora chiusi in un limbo da cui è difficile uscire.

 

 

 

Esodati. Le tutele già in atto

 

 

Sebbene il pasticcio della Legge Fornero, in parte sia stato recuperato, c’è ancora una fetta di esodati che non sono tutelati e continuano a vivere in questo limbo.

 

Tutti i governi dopo la legge Fornero hanno messo in atto disposizioni ad hoc che permettono loro di evitare di attendere i limiti e di età predisposti dalla legge. Sono 7 le tutele già approvate, ma per il presidente Damiano non sono sufficienti, in quanto oltre 32 mila lavoratori non rientrano ancora in nessuna delle salvaguardie previste, e per questo ha presentato un’ulteriore proposta.

 

Dal momento che le salvaguardie vengono finanziate utilizzando risorse già presenti, non serve inserire la manovra all’interno della legge di stabilità, ed ecco perché settembre potrebbe essere già il mese giusto per chiudere questa annosa vicenda e dare a tutti il diritto legittimo all’accesso nel sistema previdenziale.

 

I mesi estivi invece dovranno servire per definire, proprio in vista della scadenza di settembre, le soluzioni per la flessibilità in uscita attraverso il meccanismo dell’Ape e per studiare specifiche misure per esodati, precoci e usuranti.

 

 

Fonte: blastingnews / urbanpost

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

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gio, lug 14, 2016  Patrizia Caroli
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L’ufficialità è giunta, l’accordo c’è: ed ora tutto lo spazio è aperto per ricominciare la stagione dei contratti, con rinnovi necessari che si prospettano all’orizzonte. E’ certamente questa la conseguenza più rilevante della firma avvenuta nei giorni scorsi tra ARAN e sindacati che hanno così siglato l’accordo quadro nazionale che ridefinisce i nuovi comparti e le nuove aree di contrattazione del Pubblico Impiego.

 

Comparti PA, ufficiale la riduzione a 4

Comparti PA, ufficiale la riduzione da 11 a 4

 

Da 11 comparti si cala e si semplifica giungendo alla creazione di 4 settori in cui si incasellano coloro che lavorano presso la Pubblica Amministrazione. “Funzioni centrali“, nel quale confluiscono ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici e altri enti, “Funzioni locali“, che conserva il perimetro del precedente comparto Regioni-autonomie locali, “Istruzione e ricerca“, in cui vengono a fondersi i mondi di insegnati di scuola ed università, ed infine “Sanità“, che non modifica di fatto la sua fisionomia. Il comparto “Funzioni centrali” allineerà al suo interno in totale 247mila occupati, mentre quello relativo alle “Funzioni locali” 457mila. Il settore “Sanità” vedrà le sue fila ammontare a 531mila lavoratori e quello concernete “Istruzione e ricerca” sarà il più numeroso con oltre 1,1 milioni di lavoratori (comprendenti ovviamente tutto il corpo insegnante).
Ovviamente il metaforico “essudato” di questa ufficializzazione è l’apertura dello spazio (attesissimo) per il rinnovo dei contratti del Pubblico Impiego (congelati da ormai più di 5 anni). I sindacati non perdono tempo e puntano dritti al rinnovo del contratto: “Adesso non c’è più alcun motivo per rimandare il confronto – ha prontamente affermato il segretario confederale della Cisl, Maurizio Bernava -, il ministro Madia ci convochi subito”.

 

La soddisfazione dei sindacati: ora spazio per i sospirati rinnovi contrattuali

 

“Non possiamo aspettare oltre – ha aggiunto dal canto suo il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino -, già è passato un anno dalla sentenza della Corte sull’illegittimità del blocco dei contratti nella Pubblica Amministrazione”.  A queste voci si allinea anche quella di Pino Turi, segretario generale della Uil Scuola, il quale ha definito la firma dell’accordo alla stregua di “un passo importante, un passo atteso da tempo. Il sindacato ha dimostrato concretezza e serietà. Ora si deve puntare ad un contratto vero, deciso dalle parti. Non sarà un contratto per adesione, siamo pronti ad un vero negoziato in cui dovranno essere presenti tre requisiti indispensabili: adeguate risorse, riconoscimento reciproco e superamento delle barriere legislative, barriere che ostacolano il libero confronto”.

 

A partire da quando si applicheranno le novità?

 

In connessione con l’ufficializzazione dei quattro comparti, l’intesa siglata ridefinisce anche le aree dirigenziali, ovverosia gli ambiti sui quali saranno negoziati gli specifici accordi riguardanti la dirigenza pubblica. Inoltre il nuovo accordo innescherà una notevole semplificazione dell’attività negoziale: “In passato, per gli 11 comparti e le 8 aree dirigenziali, era necessario concludere 38 accordi ogni 4 anni. Oggi gli accordi da fare scendono a 8 per un triennio contrattuale” spiegano i sindacati (che questa settimana festeggiano). Ora cosa accade? Il cambiamento avverrà immediatamente, in automatico? La risposta è negativa: per accompagnare il passaggio al nuovo assetto contrattuale, i sindacati avranno un breve periodo di tempo per realizzare processi di aggregazione o fusione.

 

Fonte: Sole24Ore

 

Patrizia Caroli

 

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