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Archivi al mese maggio, 2017

mer, mag 31, 2017  Valentina
Carabinieri Forestali. Come procede la convivenza
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È giunto il momento di fare i primi bilanci in termini di convivenza tra l’ormai defunto corpo forestale dello stato e l’arma dei carabinieri. Una fusione imperfetta che ha creato malumori non solo nei diretti interessati ma anche in altre forze a cui sarebbero spettati di diritto alcuni vantaggi in termini di risorse, che invece sono finite nelle mani dei carabinieri, una su tutte i Vigili del fuoco.

Comunque, voluta o no, questa unione c’è stata ed è tempo di trarre le prime conclusioni su questo discusso esperimento.

 

 

 

 

Carabinieri Forestali. La resa è lontana

 

 

 

 

Iniziamo con il precisare che chi era contro questa unione, prevista, ricordiamolo dalla riforma Madia, non si è arreso al passaggio  forzato e ha avanzato ricorso al tar il tribunale amministrativo per far valere i primi diritti.

Solo nella regione Abruzzo i ricorsi presentati sono stati 200 sui 3000 che si stimano su tutto il territorio nazionale. “I ricorsi al Tar sono contro la perdita dello status di civili, la perdita dei diritti civili e sindacali e l’obbligo di dover sottostare, in caso di giudizio, al Tribunale militare”. Spiega Ferdinando Lattanzi, sindacalista della funzione pubblica abruzzese.

 

Già, perché un aspetto che ha fatto poco scalpore ma che è piuttosto grave riguarda proprio i forestali che svolgevano attività di sindacato. Per loro infatti la fusione ha rappresentato la restituzione della tessera, in quanto, essendo l’arma un corpo militare, non può sottostare ad alcuna rappresentanza sindacale.

 

 

 

 

Carabinieri Forestali. E il risparmio dov’è?

 

 

 

 

Un altro aspetto che rafforza il pensiero di Lattanzi riguarda il totale fallimento dell’obiettivo primario di questa riforma, cioè il risparmio. “Questo assorbimento del Cfs nei carabinieri aumenterà le spese; basti pensare alle scritte e nuove targhe degli automezzi, alle nuove divise, ai corsi e relative missioni, all’adattamento dei Comandi stazione, al cambio del sistema informatico, al cambio tesserini, per non parlare della nomina di tre nuovi generali di vertice”.

 

Insomma un po’ di tempo è trascorso, ma di persone soddisfatte da questa unione forzata non se ne sentono molte…magari è ancora presto. Magari ci vuole più tempo. O magari è stato un errore. L’ennesimo di un governo che ha pensato molto a come risparmiare, ma non ha saputo mettere in pratica in modo incisivo questi pensieri. Un errore però da cui difficilmente si torna indietro. E, ammesso che si possa fare, non sarà certo indolore e a costo zero.

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: gelocal / corriere

 

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

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mer, mag 31, 2017  Roberta Buscherini
Maternità Dipendenti Pubblici: La Guida
4 (80%) 20 Vota Questo Articolo

Maternità Dipendenti Pubblici: permessi, congedi e diritti.

Per le lavoratrici appartenenti alla pubblica amministrazione, la legge contempla il diritto a non fare certi lavori che possano mettere a rischio la propria salute o quella del bambino. Nel caso in cui, il lavoro svolto o la propria gravidanza siano a rischio, è possibile richiedere l’astensione anticipata dal lavoro per maternità dipendenti pubblici e quindi, assentarsi dal lavoro mantenendo il 100 % della retribuzione.

 

Astensione Obbligatoria per Maternità Dipendenti Pubblici

 

maternità-dipendenti-pubbliciLa legge prevede un’astensione obbligatoria dal lavoro di cinque mesi per maternità dipendenti pubblici. Nello specifico quest’assenza è prevista al compimento del settimo mese di gravidanza fino a che il bambino non avrà tre mesi.  Nel caso di mansioni che non rappresentino nessun rischio, è possibile posticipare l’astensione obbligatoria all’ottavo mese (presentando un certificato medico di supporto). In questo modo il rientro sarà previsto al compimento del quarto mese del bambino (5 mesi in tutto).

Durante questo periodo, di maternità dipendenti pubblici, non è possibile realizzare nessuna attività lavorativa.

Prima dell’astensione obbligatoria per maternità dipendenti pubblici è necessario presentare un certificato medico per attestare la data presunta della nascita. Inoltre, entro il primo mese del parto bisogna presentare all’amministrazione di appartenenza il certificato di nascita. Se si tratta di un parto prematuro, la lavoratrice ha il diritto a recuperare i giorni non goduti e sommarli al periodo di congedo obbligatorio per maternità dipendenti pubblici.

 

Astensione Facoltativa Maternità Dipendenti Pubblici

 

L’astensione facoltativa è il diritto dei dipendenti pubblici ad altri sei mesi di permesso per maternità. Questi devono essere utilizzati entro gli otto anni del bambino, in modo continuativo oppure frazionato. Per utilizzare l’astensione facoltativa è necessario presentare il modulo corrispondente indicando la durata del periodo di assenza, all’amministrazione di appartenenza, 15 giorni prima.

 

Scarica e compila QUI il modulo per l’astenzione facoltativa

 

Trattamento Economico per Maternità Dipendenti Pubblici

 

Diritti durante l’astensione obbligatoria:

-          100% dello stipendio

-          Mantenimento del posto di lavoro

-          Maturazione delle ferie

-          Tredicesima

-          Anzianità

Per quel che riguarda le ferie corrispondenti all’anno in questione, non possono essere usufruite durante l’astensione obbligatoria. Normalmente vengono attaccate subito dopo i permessi.

 

Diritti durante l’astensione facoltativa

 

-          100 % della retribuzione durante i primi 30 giorni se viene utilizzata entro i tre primi anni del bambino

-          30% della retribuzione i restanti 5 mesi, se viene utilizzata entro i tre primi anni del bambino

-          Nel caso di astensione facoltativa dopo il terzo anno del bambino, è necessario consultare le condizioni economiche con la propria amministrazione di appartenenza perché anche se, esiste il diritto all’astensione, il diritto all’indennizzo è previsto solo in determinate condizioni.

-          L’astensione facoltativa vale alla fine della maturazione di anzianità

-          No alle ferie

-          No alla tredicesima

 

Maternità Dipendenti PA: Permessi

 

Allattamento

La legge prevede il diritto di due ore al giorno di riposo (su un full time di 8 ore) per allattamento entro il primo anno di vita del bambino. Se si tratta di gemelli, la legge contempla quattro ore.

 

 Malattia del Figlio

Le legge contempla 30 giorni di astensione retribuita all’anno fino ai tre anni di età del bambino. Dal terzo al ottavo anno, è previsto il diritto a cinque giorni non retribuiti.

 

 

Maternità Dipendenti Pubblici: Altri Diritti

 

 

-          E’ vietato destinare la lavoratrice a turni notturni fino a che il bambino non avrà almeno un anno.  Dopodiché, può essere destinata ma non obbligata. In ogni caso, ha il diritto di rifiutarsi fino che il bambino non avrà almeno 3 anni.

-          E’ vietato il contatto con sostanze chimiche, pericolose o dannose fino al termine del periodo di allattamento.

 

Fonte: Ggilfo / Cgil

 

Roberta Buscherini

 

Per scaricare on line il tuo cedolino segue questo link: Stipendi Pa

 

 

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mar, mag 30, 2017  Valentina
Riordino Carriere. Ok del Consiglio dei Ministri
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Approvato. Ora non si torna indietro. A meno di decreti e deroghe che, come la storia ci insegna, vedranno la luce per rimediare agli errori più grossolani. Parliamo del decreto sul tema del riordino delle carriere. Il decreto in questione riguarda una serie di temi che vanno oltre il comparto delle forze armate. Dalla nuova carta di circolazione per moto e auto alle norme anti riciclaggio.

Fonte: mpnazionale.it

Fonte: mpnazionale.it

 

 

Se facciamo un focus sulle Forze armate le maggiori novità sono state ben riassunte dal sito del quotidiano Il Sole24ore: si tratta di 3 decreti attuativi che tra le altre cose prevedono anche titoli di studio universitari per l’accesso alla qualifica iniziale per l’accesso ai concorsi per ispettori, funzionari e ufficiali, valorizzazione delle carriere, adeguamento della disciplina della dirigenza e dei relativi trattamenti. Altro ambito di cambiamento è quello del riassetto delle strutture del Corpo dei vigili del fuoco, con il potenziamento della formazione e delle risorse.

 

 

 

Riordino Carriere. Per i VVF non tutti sono contenti

 

 

il decreto migliora l’efficacia e l’efficienza del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, anche alla luce delle competenze, trasferite dal Corpo forestale, in materia di lotta attiva contro gli incendi boschivi e di spegnimento con mezzi aerei degli stessi”. A dirlo è Franco Giancarlo, segretario generale della Confsal Vigili – “Tale approvazione consentirà entro 90 giorni, attraverso la bollinatura del previsto dpcm, la distribuzione delle risorse pari a 103 milioni di euro, mentre decorrerà 1 anno di tempo per le modifiche e i correttivi ordinamentali”.

 

 

A pensarla diversamente è invece il sindacato autonomo di categoria Conapo, il cui maggiore rappresentante ha messo in piedi la protesta più estrema, quella dello sciopero della fame, che lo ha portato perfino in ospedale.

 

 

 

 

Riordino Carriere.   La Polizia si dice soddisfatta

 

 

Da parte delle associazioni di categoria della polizia di stato invece la soddisfazione è comune: “Si è finalmente riconosciuta la vocazione dirigenziale della carriera dei funzionari di Polizia caratterizzata da un selettivo concorso pubblico cui partecipano i possessori di laurea quinquennale in giurisprudenza, e da un duro e qualificato corso biennale, ove conseguono un master universitario in sicurezza, seguito da due anni di tirocinio” dichiara con orgoglio il segretario nazionale dell’Anfp, Associazione nazionale dei funzionari di Polizia, Enzo Marco Letizia.

 

 

Non si può dire che questo decreto sia un decreto che accontenta tutti, ma di fatto nessuna legge avrà mai questo potere. Di certo non si può dire che non sia un decreto discusso e condiviso. A questo punto attendiamo la sua concreta attuazione per tirare le somme.

 

 

 

 

 

Fonte: siciliainformazioni / ilsole24ore /

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

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lun, mag 29, 2017  Valentina
Missioni All’Estero. Il mistero dei finanziamenti.
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Fonte: lookoutnews.it

Fonte: lookoutnews.it

Forse definirlo un mistero è esagerato. In fondo è un segreto di pulcinella. Una di quelle cose all’italiana che tutti sanno e nessuno dice. Però è giusto farci i conti. E ogni tanto riportarlo a gallo, per far sì che non venga dimenticato.

 

 

Perché il tema dei finanziamento del governo italiano per le missioni dei nostri militari all’estero è sempre passato in sordina. Come se fosse un fatto scomodo, una decisione imbarazzante.

E in effetti per certi versi lo è proprio. Basti pensare ai numeri: 1,28 miliardi di euro per finanziare l’impiego di 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano. Cifra enorme se paragonata ai 1.19 miliardi previsti per l’anno scorso.

Decisamente quindi una controtendenza discutibile quella del governo italiano che taglia dappertutto, accorpa e fonde in nome del risparmio. E poi aumenta la spesa per i militari all’estero…

Missioni all’estero. Molti impegni confermati

 

 

 

Prima di trarre conclusioni affrettate però, va ricordato che l’Italia riveste un ruolo internazionale di primo piano in molti paesi critici, al fianco delle maggiori nazioni mondiali.

 

 

Due fronti caldi certamente meritano di essere ricordati, quello libico e quello iracheno.
In Libia il compito principale dei nostri soldati è quello di formare l’esercito locale, come dichiarato anche dallo studio svolto dall’Osservatorio sulle spese militari italiane – Mil€x, per il quale “nel corso del 2016 sono stati svolti corsi teorici per 516 ore e pratici per 629 ore (130 ore in più rispetto al 2015), formando in totale 251 militari libanesi (23 allievi in più rispetto al 2015)”.

In linea con questi numeri, anche per l’anno in corso verranno schierati oltre 1.100 unità, 300 mezzi terrestri, 6 caccia per un costo di 153 milioni.
Anche l’Afghanistan è senza dubbio una delle zone che vede impegnati un numero di militari italiani enorme a dispetto di quanto dichiarò l’allora premier Renzi che prevedeva un ritiro totale delle nostre forze da quel territorio. Per il 2017 l’Italia ha 900 unità di personale impiegato, 148 mezzi terrestri e 8 aerei, per una spesa che sfiora i 180 milioni. Siamo ben lontani dal lasciare quello stato.
 

Militari all’estero. Nuovi impegni discutibili

 

 

 

 

Iniziamo ora a elencare ciò che però stona.

Primo tra tutti l’impegno italiano nel mediterraneo, zona la cui emergenza tocca direttamente l’Italia con la questione dei migranti e degli sbarchi indiscriminati e continui. Ebbene su questo fronte l’impegno italiano diminuisce. I fondi messi a disposizione per il 2017 scendono quindi dai 90 milioni dell’anno scorso a 83 per il 2017.
Questa discesa non può non essere legata a nuovi impegni dei militari italiani su altri fronti esteri, come quello orientale, verso Putin. Per il 2017 spediremo quindi in Turchia 136 militari, per una spesa complessiva di 13 milioni a cui se ne aggiungono altri 20 per i 160 soldati da inviare in Lettonia con il compito di “preservare l’integrità dello spazio aereo dell’Alleanza” e contribuire alla “capacità e la determinazione della Nato nel rispondere solidalmente alle minacce esterne lungo il confine orientale dell’Alleanza”.
Evidentemente non sarà questa la sede dove discutere di priorità di politica internazionale. Certamente però la stabilità e la solidità interna arrivano prima dell’estero. Non solo per costituzione, ma anche per buon senso.

 

 

Pensare a grandi investimenti a migliaia di chilometri e ad assenze paradossali in termini di mezzi e uomini dentro i nostri confini fa sorridere di un sorriso amaro. Gli esempi sono facili. Dal terremoto, alla valanga di Rigopiano, all’emergenza sbarchi.

 

 

Abbiamo talmente tanti fronti per i quali impiegare i nostri militari, che pensare di dedicare la loro esperienza ad altri paesi, benché più sfortunati del nostro, beh, lasciatemelo dire, non è per nulla facile da accettare tantomeno giusto.

 

 

 

 

Fonte: linkiesta
 

Valentina Stipa

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dom, mag 28, 2017  Valentina
Bonus Scuola. Un altro Flop
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Fonte: vastarredo.it

Fonte: vastarredo.it

Non ebbe molto clamore all’epoca della sua introduzione, forse perché nessun credeva che sarebbe potuto diventare uno strumento efficace. E in effetti è andata proprio così. Stiamo parlando dello school bonus, uno strumento nato con la riforma della Buona Scuola, che consente a chiunque, privato o impresa, di elargire donazioni a scuole di qualunque natura, paritarie o statali.

 

 

A fronte della donazione viene poi riconosciuto un credito di imposta pari al 65%  per le donazioni effettuate nel 2016, che scende al 50% per quelle del 2017. Neanche a dirlo, tirando le somme, si tratta di un completo fallimento. Nei primi sei mesi, le donazioni hanno raggiunto la modica cifra di 58 mila euro; sono state infatti solo 27, di cui 4 imprese e il resto privati cittadini.

 

 

 

 

Bonus Scuola. Le ragioni del fallimento

 

 

 

 

La motivazione principale di questa debacle è da ricercarsi prima di tutto nella mancata pubbicità di questa iniziativa. A differenza di altri aspetti della riforma della buona scuola, il bonus non ha ricevuto la stessa divulgazione mediatica, pertanto l’eco è stato misero.  A questo si aggiunge un altro problema tipicamente italiano: la complessità della parte amministrativa e la ristrettezza dei campi di azione.

 

 

Quindi non solo in pochi conoscono la possibilità di poter fare donazioni in favore della scuola, ma i pochi che lo sanno, si devono scontrare con una modalità molto articolata e possono donare solo per tre aree già definite, cioè ricostruzione di nuove scuole, ristrutturazioni e manutenzione edilizia o aumento dell’occupabilità. Il terzo ambito è tutto da interpretare e la circolare che avrebbe dovuto chiarire questo aspetto non è mai stata fatta.

 

 

Ammesso anche che si conosca la possibilità di poter donare e si decida a quale ambito rivolgere la propria donazione, bisogna sapere che il versamento deve essere fatto alla Tesoreria dello stato, per poi passare nelle mani del ministero delle finanze, poi della ragioneria dello stato, poi ancora al MIUR e infine alla scuola. In questa serie di assaggi, la donazione subisce una decurtazione del 10% che verrà destinato alle scuole più problematiche.

 

 

 

 

Bonus Scuola. Contrasto con Fundraising

 

 

 

 

Proprio per le modalità complesse e in particolare per l’impossibilità di eseguire donazioni dirette alle scuole, è stata richiesta un’interrogazione parlamentare per il Ministro Fedeli, da parte di Anna Ascani, appartenente al Partito Democratico, la quale sostiene che tale impossibilità di donazione diretta si ain contrasto con la disciplina del fundraising, uno strumento che, rispetto al passato ha visto un incremento di utilizzo. Attendiamo a questo punto la risposta del Miur sul tema.

 

 

 

 

 

 

Fonte: quotidiano /scuolainforma

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

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