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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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mar, ott 11, 2016  Patrizia Caroli

Licenziamento nella pubblica amministrazione. Personale e Pubblico Impiego, nessun risarcimento in alternativa alla reintegra: è quanto affiora da una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (più precisamente la sentenza 20056/2016) in materia di licenziamenti di cui sia stata dichiarata l’illegittimità nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico. Un tema che assume tantissima rilevanza in questo momento, anche alla luce della complicazioni di sistema, non risolte troppo brillantemente dalla Legge Fornero. Ma cerchiamo di capirne di più.

 

Licenziamento nella Pubblica Amministrazione: unico rimedio la reintegra

Licenziamenti PA: nessun risarcimento in alternativa alla reintegra

 

A tale tipologia di licenziamento viene applicato il regime di tutela reale previsto dall’articolo 18 della legge 300/1970 nella sua formulazione precedente alle modifiche introdotte dalla legge 92/2012 (cd. Legge Fornero). Ma cerchiamo di capire dove alloggia il nodo della questione dal momento che proprio pochi giorni prima della sopracitata sentenza degli Ermellini è stata pubblicata una differente pronuncia (sempre ad opera della suprema Corte) all’interno della quale è stato statuito che anche ai dipendenti della Pubblica Amministrazione si applica il regime di tutela introdotto dall’art. 1 della legge 92/2012 di riforma dell’articolo 18 del cosiddetto Statuto dei Lavoratori (l. 300/1970). In forza di tale norma, la tutela reintegratoria (qualora il giudice abbia accertato la sussistenza o la insussistenza del fatto alla base del licenziamento) può risultare alternativa alla tutela risarcitoria nell’ipotesi di recesso datoriale illegittimo.

Il nodo alloggia proprio qui: la giurisprudenza di legittimità risulta non uniforme (e piuttosto ondivaga) in merito alla rilevante applicabilità ai lavoratori della Pubblica Amministrazione delle modifiche introdotte dalla legge Fornero con specifico riferimento agli effetti sanzionatori del licenziamento invalido.

 

Licenziamento pubblico impiego; l’orientamento della Cassazione

 

La sentenza 20056/2016 mette pertanto in evidenza un orientamento di legittimità che “carsicamente” riaffiora: secondo tale orientamento (che potrebbe presto trasformarsi in consolidato indirizzo) le modifiche apportate dalla legge 92/2012 non possono in alcun modo essere estese automaticamente ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, se non ad opera di un intervento di diritto positivo, ovverosia un atto di armonizzazione definito ed emesso dal Ministero per la Pubblica Amministrazione capitanato da Marianna Madia (come previsto dall’art. 1, commi 7 e 8, della stessa Legge Fornero) in questo momento alle prese con la grande opera di riassetto della Pubblica Amministrazione. Un provvedimento (quello di armonizzazione) che tuttavia non dovrebbe tardare a giungere e collocarsi all’interno dell’ordinamento.

 

Licenziamento dipendenti pubblici. Le conclusioni dei giudici: elemento chiave per i dipendenti PA

 

Gli Ermellini affermano che il lavoro privato e il lavoro pubblico (sebbene contrattualizzato) sono caratterizzati da una obiettiva diversità, poiché nel comparto pubblico è presente (a differenza del privato,) la necessità di far prevalere la tutela dell’interesse collettivo al buon funzionamento e all’imparzialità della Pubblica Amministrazione (fondamentale principio che sovrintende a tutto il funzionamento della PA, con dignità costituzionale). Rispetto a questa esigenza, a parere della suprema Corte di Cassazione, la sanzione reintegratoria si configura come l’unico strumento di rimedio a fronte di un licenziamento di un dipendente pubblico illegittimo. Ciò avviene poiché la sola tutela risarcitoria attraverso riconoscimento di un indennizzo economico non risulta in alcun modo idonea a rimuovere il pregiudizio arrecato all’interesse collettivo. Una pronuncia ed un precedente certamente importanti per tutto il Pubblico Impiego.

 

Fonte: Sole 24 Ore

 

Patrizia Caroli

 

 

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lun, set 12, 2016  Valentina

aumento-stipendio-pubblica-amministrazioneQuesta riforma della pubblica amministrazione continua a riservare tantissime soprese. Tutte ancora indiscrezioni, nulla di ufficiale, ma gli animi si stanno già scaldando al solo pensiero. Pare infatti che tecnici della pubblica amministrazione e sindacati stiamo lavorando a un progetto di aumento delle ore settimanali dei dipendenti statali, dalle attuali 36 alle ordinarie 40 del settore privato.

 

 

Tale progetto sarebbe però legato alla volontà del dipendente di scegliere o meno il nuovo orario, non ci sarebbero imposizioni.

 

 

 

Pubblica Amministrazione. Tutto ruota intorno alla flessibilità

 

 

 

 

Il principio della flessibilità dunque rimane un perno imprescindibile per questa riforma madia. Per coloro che sceglieranno di aumentare le proprie ore di lavoro ci sarà anche un aumento della retribuzione mensile.

 

 

Le indiscrezioni di cui stiamo parlando arrivano dal quotidiano “il messaggero” di giovedì 8 settembre e riportano anche che questa proposta sarebbe frutto dei sindacati, non del governo, ma che avrebbe comunque trovato terreno fertile nelle istituzione e un tavolo di discussione già aperto. Tale disponibilità deriva anche dalla volontà di voler adeguare le ore settimanali alla media europea.

Quello sulla flessibilità di orario non è l’unico tema di confronto in realtà.

 

 

Dalle indiscrezioni si deduce anche che potrebbero esserci altri due ambiti nei quali l’intenzione del governo è quella di restringere l’azione.

Il primo è quello dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per l’assistenza a parenti disabili. Questa legge è stata usata e abusata per troppo tempo e merita una revisione e un giro di vite.

 

 

Il secondo ambito riguarda invece le assenze registrate nei giorni di venerdì e lunedì, notevolmente più alte rispetto a quanto avviene nel settore privato, quindi degno di una revisione.

 

 

La prima scadenza sarà dunque il 15 settembre, giorno nel quale si concluderà la prima parte della negoziazione tra le parti. Per tutti gli aspetti invece tecnici si dovrà attendere febbraio prossimo e il testo unico che dovrà disciplinare l’intera riforma. Entro fine mese comunque dovrà essere apposta la firma tra i sindacati di categoria e il ministro Marianna Madia.

 

 

 

 

 

Fonte: blastin gnews / ilmessaggero

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

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mer, ago 31, 2016  Valentina

dipendenti-pubblica-amministrazioneQuesta riforma sui dipendenti pubblici di cui si sente tanto parlare, spesso anche a sproposito, che il Governo Renzi sta discutendo in questi giorni, cambierà le regole del gioco non solo per i semplici dipendenti, ma anche, meglio forse soprattutto per coloro che rivestono il ruolo di dirigente.
Nulla ancora di certo, è chiaro. Il parlamento non ha ancora espresso il suo assenso, ma l’impronta del presidente rottamatore e del suo braccio destro Marianna Madia, è ben definita in questa riforma, che mira a regolamentare la valutazione e la retribuzione dei dirigenti della pubblica amministrazione secondo parametri più rigidi di quelli vigenti. Tale scopo è in linea con quanto richiesto anche dall’Unione Europea.
Vediamo insieme nel dettaglio cosa potrebbe cambiare.

 

Pubblica Amministrazione: Ecco cosa potrebbe cambiare per i dirigenti della PA

 

 

 

La più grande novità e anche il primo grande nodo di scontro tra politica e PA riguarda l’azzeramento delle attuali fasce di appartenenza dei dirigenti. Nella riforma infatti si parla di un unico ruolo per tutti i dirigenti, che tradotto in termini pratica significherà la rinuncia per oltre 500 dirigenti attualmente inquadrati in fascia uno di tutti i privilegi disposti per legge.
Date le forti resistenze già mostrate proprio dai dirigenti attualmente in fascia uno a seguito di questa possibilità appena descritta, la riforma prevedrebbe un ultima possibilità: il 30% dei posti che verranno messi a bando dovranno rimanere riservati a loro. Una sorta di paracadute per i 500 dirigenti che, considerate le altre prospettive, non è niente male…
Anche i risultati ottenuti dai dirigenti verranno classificati secondo criteri molto più dettagliati, atti a valutare nello specifico l’attività dirigenziale. La valutazione andrà poi a incidere dal 30 al 40% sulla retribuzione.
Se la riforma vedrà l’approvazione del parlamento, i dirigenti avranno un incarico “a tempo” della durata di 4 anni, rinnovabili una sola volta per due anni, chiaramente a fronte di una valutazione sulle attività che sia positiva.

 

 

Pubblica Amministrazione. Il Rischio di perdere il ruolo c’è

 

 

Anche l’introduzione di un concorso nazionale che ogni dirigente dovrà sostenere ha suscitato reazioni negative nella categoria per molte e diverse ragioni che vi andiamo a elencare.
Lo scopo di ciò è quello di creare una graduatoria unica, da cui le singole amministrazioni possano attingere per l’assunzione dei dirigenti, sulla base delle specifiche competenze ed esigenze di settore.
Cosa accadrà a chi non verrà scelto? Tanto per iniziare vedranno ridursi la propria retribuzione fino alla soglia di base; inoltre per ogni anno nel quale rimarranno fermi in graduatoria senza ricevere incarichi da nessuna amministrazione, la retribuzione base subirà un ulteriore taglio del 10%.
Se la situazione di stallo rimane tale per sei anni, il dirigente dovrà abbandonare il suo ruolo, fino alla qualifica di semplice funzionario pubblico.

 

 

 

 

 

Fonte: panorama / liberoquotidiano

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

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mer, mar 30, 2016  Patrizia Caroli

I decreti attuativi che danno il via alla Riforma della Pubblica Amministrazione nel nostro Paese sono stasi emessi all’inizio del 2016: una riforma importante e molto attesa sia dai cittadini italiani che da coloro che sono impiegati e lavorano presso la Pubblica Amministrazione stessa. Ma quali sono le novità che cambiano maggiormente la fisionomia del Pubblico Impiego in questo 2016? E quali le critiche più forti giunte dai sindacati a questo riguardo? Scopriamolo insieme in questo articolo.

 

riforma-pubblica-amministrazione

Riforma Pubblica Amministrazione: critiche da più versanti

 

Va, in via introduttiva, affermato che le principali novità del corposo pacchetto di norme che modificano la struttura del Pubblico Impiego in Italia convergono anche verso una serie di misure per il controllo ed i provvedimenti sui cosiddetti “furbetti del cartellino con una accelerazione della procedura di espulsione e un inasprimento delle pene per i dipendenti pubblici e i dirigenti illegittimi. Sono nel complesso 11 i decreti attuativi approvati ed emessi dal Consiglio dei Ministri lo scorso 20 gennaio 2015 in attuazione della legge 7 agosto 2015, n. 124.
Ma le critiche sono giunte cospicue all’indirizzo del team di Governo negli scorsi giorni: non solo da alcuni settori dell’opposizione o da alcune frange dei sindacati, ma anche dai giornalisti.

In questo ha suscitato un certo scalpore la settimana scorsa un corrosivo corsivo di Michele Serra sulle colonne de La Repubblica: il giornalista del quotidiano ora diretto da Mario Calabresi si è dilungato in un articolo in cui ha definito la burocrazia italiana “stalker”. A riprendere le parole di Serra è stato il Segretario Generale della UILPA, Nicola Turco, il quale ha parlato di ”emblema di una riforma che finora non ha prodotto alcun risultato positivo”. E ha poi aggiunto: “Sono già trascorsi due anni dagli annunci roboanti del Premier sulla realizzazione di una riforma che avrebbe dovuto garantire una Pubblica Amministrazione più snella, efficiente e soprattutto più fruibile dal cittadino utente ed ora il Ministro Madia afferma candidamente che ne servono altri 2″.

 

Riforma PA: Questione di tempi

 

“Il tempo perso – prosegue Turco – non si recupera e aggrava una situazione ormai insostenibile per i cittadini e per i lavoratori, costretti ad operare all’interno di un tunnel di cui non si intravede la via d’uscita. Assetti organizzativi incoerenti, condizioni di lavoro indecenti, precarietà progressiva, invecchiamento generazionale, pessimi livelli di sicurezza nei luoghi di lavoro, retribuzioni bloccate, produttività immiserita, richiedono un intervento riformatore che l’attuale politica non è stata in grado di concepire, in quanto ha avuto paura di confrontarsi con chi vive e opera nella pubblica amministrazione e ne conosce ogni disfunzione”.

 

Riforma pubblica amministrazione: i cambiamenti più importanti

 

Ricordiamo che il complessivo disegno che definisce il mosaico della riforma della Pubblica Amministrazione coinvolge una multiforme varietà di materie che coinvolgono a diverso raggio, cittadini e persone impiegate presso lo Stato: sotto il punti di vista di quest’ultima categoria ricordiamo qui le 2 novità più importanti comprese all’interno della riforma: l’inasprimento delle sanzioni disciplinari per la falsa attestazione della presenza in servizio (con la sospensione dal servizio e dalla retribuzione del dipendente colto in flagranza entro 48 ore ed il procedimento disciplinare che può condurre al licenziamento entro 30 giorni) e la razionalizzazione delle funzioni di polizia con l’assorbimento del Corpo forestale dello Stato nei Carabinieri con valorizzazione della specificità agro ambientale (eliminazione di fatto delle duplicazioni delle funzioni dei corpi di polizia.
Fonti: il quotidianodellapa.it, parcodeinebrodi.blogspot.it

 

Patrizia Caroli

 

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lun, dic 28, 2015  Roberta Buscherini

La Riforma della Pubblica Amministrazione giunge finalmente alla sua fase concreta, ovverosia quella conclusiva a livello operativo: si sta aprendo infatti la porta al varo definitivo dei primi decreti attuativi (previsti inizialmente per il Consiglio dei Ministri del 23 dicembre, ma ora slittati alla prima metà di gennaio), gli strumenti normativi che definiranno in concreto i margini disciplinari relativi al grande progetto di cambiamento della Pubblica Amministrazione nel nostro paese. Un cammino di riforma, quello relativo alla PA, che ha attraversato aspre e numerose difficoltà: modificare un sistema che da più di 70 anni fornisce determinate garanzie si configura senza dubbio come un compito improbo. Ma il Governo Renzi ha effettuato un lavoro davvero efficace?

 

Riforma Pubblica Amministrazione

Riforma Pubblica Amministrazione: la carica dei decreti attuativi

 

Come annunciato dal ministro Madia (responsabile del dicastero che sovrintende alla Pubblica Amministrazione) al quotidiano Repubblica prima di Natale, l’insieme dei decreti (che dovrebbero essere circa una ventina) sarà approvato nell’arco del primo semestre del 2016. Ma affinché la riforma funzioni davvero diventerà determinante il ruolo dei dipendenti pubblici: “È finita l’epoca della retorica dei fannulloni nella pubblica amministrazione. Il motore della riforma ora sono i lavoratori pubblici“, ha spiegato il ministro del Governo Renzi.
Ma i termini della questione non si allineano in maniera così nitida: i contratti pubblici sono congelati dal 2009 per le scelte dei governi che si sono succeduti, stretti tutti dall’emergenza finanziaria, e i 300 milioni di euro stanziati nella Legge di Stabilità appena approvata non permetteranno incrementi retributivi superiore ai 10 euro mensili. Una cifra troppo esigua (più che un aumento stipendiale, appaiono alla stregua di una “mancia” che non può di certo soddisfare i lavoratori e chi li rappresenta) per motivare nuovamente in maniera efficace i 3,3 milioni di lavoratori pubblici (che in media risultano anche tra i più anziani nell’orizzonte europeo). Nel mese di gennaio la trattativa dovrebbe farsi serrata per poi giungere all’intesa nel giro di poche settimane: solo a quel punto si passerà all’effettivo rinnovo dei contratti.

 

Comparti contrattuali PA: si cambia

 

Prima, tuttavia, i sindacati insieme all’Aran dovranno ridefinire i comparti contrattuali: la riorganizzazione dei comparti del pubblico impiego dovrebbe infatti condurre a ridurre gli attuali 11 comparti a 4, ovverosia sanità, enti locali, amministrazioni centrali e scuola. In questo modo verrebbe superata la posizione del Governo che puntava ad un’ulteriore riduzione a 3 comparti.

 

Gli altri decreti attuativi: cosa accade

 

Gli ulteriori decreti attuativi della riforma della Pubblica Amministrazione andranno a toccare la questione dei licenziamenti, con particolare attenzione alla non applicazione del nuovo articolo 18 nel pubblico impiego. Il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia ha ribadito in questo senso a Repubblica che il settore della Pubblica Amministrazione non può essere paragonato a quello privato: “Se introducessimo il principio del Jobs Act nella pubblica amministrazione faremmo un doppio danno alla collettività. Perché se il licenziamento di un lavoratore pubblico che viene pagato con risorse pubbliche, fosse riconosciuto viziato, si dovrebbe pagare per l’ingiusto licenziamento e oltretutto si dovrebbe fare un concorso per assumerne un altro al suo posto”.

 

Fonte: La Repubblica

 

Roberta Buscherini

 

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