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Polizia Penitenziaria: detenuti e terremoto



Polizia Penitenziaria: detenuti e terremoto
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Il problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari affligge indistintamente tutto il nostro paese.

Un dato su tutti divulgato da Luca Frongia, segretario Generale aggiunto Lisiapp dà l’idea di quanto questa condizione sia una vera e propria emergenza: “nel 2001, (…) erano in servizio circa 42mila unità, con una popolazione detenuta attestata intorno alle 45mila presenze. Dieci anni dopo con una popolazione detenuta che ha sfondato quota 67mila, con molti istituti penitenziari nuovi e qualche decina di nuovi padiglioni attivati, la polizia penitenziaria conta 37.784 unità. In sintesi negli ultimi dieci anni la popolazione detenuta è aumentata del 51% mentre l’organico della polizia penitenziaria ha subito un decremento di circa il 9%[1]”.

 

 

Questa condizione è stata denunciata più volte nel corso degli anni a livello sociale e politico e in molti si sono attivati per cercare soluzioni pratiche e immediate, primi tra tutti i radicali, da sempre impegnati su questo fronte.

In Emilia Romagna, dopo il terremoto dei giorni scorsi il sovraffollamento si è trasformato improvvisamente in un’emergenza da affrontare nell’immediato e per questo il Ministro della Giustizia Severino ha ordinato il trasferimento di 350 detenuti attualmente nei penitenziari di Modena e Bologna presso istituti fuori regione. Contemporaneamente  verranno anche inseriti alcuni agenti penitenziari in affiancamento a quelli già in servizio per distribuire in maniera più equa le responsabilità e il carico di lavoro durante i turni.

 

 

A questa decisione si aggiunge quella di tenere le celle aperte di giorno e di notte poiché, dalle parole del Guardasigilli, “Non si può aggiungere al carcerato l’angoscia della claustrofobia (…) il detenuto sa di non poter andare da nessuna parte: è una situazione come capite molto angosciante. E le porte delle celle aperte hanno l’unica funzione di mostrare al detenuto una via d’uscita in caso di pericolo reale[2]”.

 

 

Ma i detenuti possono anche diventare una risorsa sociale importante e l’idea lanciata proprio dal Ministro Severino potrebbe avere un seguito interessante anche e soprattutto per i detenuti stessi; stiamo parlando dell’idea di “rendere utile la popolazione carceraria, quella non pericolosa, per i lavori di ripresa del territorio, affinché il lavoro carcerario sia una risorsa per il detenuto, un vero modo per portarlo alla risocializzazione e al reinserimento nella società[3]“.

Nell’ottica di un carcere rieducativo, csì come intendeva Mario Gozzini nel lontano 1986, l’idea del Ministro Severino sarebbe un ottimo strumento di reinserimento sociale per i detenuti che, non solo potrebbero rendersi concretamente utili e attivi, ma potrebbero anche sviluppare rapporti sociali con la comunità che li accoglierà in via definitiva allo scadere della pena detentiva.

Questa proposta deve essere chiaramente vagliata in modo attento e meticoloso prima di tutti insieme ai direttori dei singoli carceri e va circoscritta in ogni caso a quei soggetti che non sono considerati socialmente pericolosi.

 



[1] Fonte: http://www.romatoday.it/politica/carceri-lisiapp-sovraffollamento-e-disagi-dei-poliziotti.html

[2] Fonte: http://www.iltempo.it/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMTIwNjA0MTQwNzI0LnhtbCI7fQ==

[3] Fonte: http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/7797-terremoto-emilia-romagna-carceri-severino

 

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