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ven, mag 20, 2016  Patrizia Caroli
Pensionamenti d’ufficio Pubblico Impiego: i requisiti
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Un paio di novità rilevanti sono affiorate in questi ultimi giorni con specifico riferimento al tema delle pensioni dei dipendenti pubblici. Un tema che solleva sempre importanti conseguenze su un settore in cui le risorse umane possiedono un’età media piuttosto elevata. D’altronde, quello della progressiva uscita dal mondo del lavoro di un cospicuo numero di dipendenti pubblici che hanno maturato il diritto ad andare in pensione, costituisce una grande sfida a livello di gestione della complessa macchina previdenziale e pensionistica dello Stato. Ma andiamo ad analizzare queste due novità in sintesi.

 

Pensionamenti d'ufficio Pubblico Impiego

 

Ricezione pensione dipendenti pubblici: cambiano le date?

 

Pensioni dipendenti pubblici: novità in merito alla ricezione della pensione da parte di coloro che la pienamente hanno maturata. A delineare la novità è la circolare n. 1763/2016 dell’INPS, nel quale si afferma che a partire da questo mese di maggio anche per le pensioni liquidate nell’ambito delle gestioni prima amministrate dall’INPDAP, il primo pagamento potrà essere effettuato, oltre che il giorno 1, anche il giorno 7 del mese, o il giorno “bancabile” immediatamente successivo, nel caso in cui l’1 o il 7 sia festivo o non bancabile. Il calendario risulta identico indipendentemente dal mezzo di pagamento prescelto dall’avente diritto alla prestazione.
Queste scadenze fino ad ora erano state attivate per le sole pensioni delle gestioni private, mentre per le pensioni della gestione pubblica risultava operativa la sola scadenza del giorno 1 per la liquidazione della pensione. Pertanto, in sintesi, a partire da questo mese di maggio, nelle gestioni pubbliche, il primo pagamento relativo alla pensione potrà essere effettuato, oltre che il giorno 1, anche il giorno 7 del mese.

 

Pensionamenti d’ufficio per i dipendenti pubblici

 

L’altra novità giunta in questi giorni riguarda i dipendenti pubblici rimasti incagliati nelle secche della Riforma Fornero datata 2011: entro la fine di quest’anno infatti, tutti i dipendenti pubblici che avevano maturato un diritto alla pensione entro il fatidico anno 2011 (quello che ha partorito il “monstrum” giuridico dei Quota 96) verranno collocati in pensione d’ufficio per raggiungimento del limite ordinamentale. Ad ufficializzarlo è l’ufficio parlamentare di Bilancio della Camera dei deputati che la scorsa settimana ha emesso un interessante report sul trend quantitativo dei pensionamenti d’ufficio all’interno del Pubblico Impiego (ovverosia, dentro le varie amministrazioni dello Stato).

 

Pensione d’ufficio: i requisiti di età e contributi

 

Ma cosa viene sancito con precisione? Il seguente concetto: gli statali che avevano raggiunto la cosiddetta Quota 96 entro il mese di dicembre 2011 (ovvero 60 anni e 36 di contributi oppure 61 e 36 di contributi) entro la fine di quest’anno raggiungeranno l’età ordinamentale massima per restare in servizio (65 anni), valicando conseguentemente i confini oltre i quali scatta il meccanismo automatico di collocamento a riposo d’ufficio (da parte dell’amministrazione statale di appartenenza). Nel report si conferma che nel corso del 2015 sono stati già collocati in pensione d’ufficio 5.201 dipendenti pubblici che avevano validamente raggiunto un diritto a pensione al compimento del limite ordinamentale per la permanenza in servizio. Per l’anno in corso si prevede un andamento numerico simile nell’uscita dal servizio, con circa ulteriori 5mila uscite di scena tra coloro che sono impiegati nel Pubblico Impiego.

 

Fonte: pensionioggi.it

Patrizia Caroli

 

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mar, mag 10, 2016  Valentina
Dipendenti Pubblici. Tutte le novità contrattuali
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Fonte: businessonline.it

Fonte: businessonline.it

Dopo 7 anni di attesa e ben 4 ore di riunione si è finalmente arrivati a un accordo tra sindacati e Aran – Agenzia Rappresentanza Negoziale Pubbliche Amministrazioni – che rappresenta la PA come datore di lavoro, in tema di contratti.

 

Si tratta semplicemente dell’attuazione de decreto legislativo 150/2009 che prevede la riduzione dei comparti dei dipendenti pubblici da undici a quattro, fermo restando il comparto previsto per la presidenza del consiglio che rimane a sé e che conta 1900 dipendenti e 300 dirigenti.

 

Questo accordo in realtà dovrebbe gettare le basi per il rinnovo dei contratti dell’intero mondo dei dipendenti pubblici, del quale fanno parte qualcosa come 3 milioni di italiani.

Il rinnovo sarà possibile grazie alla sentenza nym.178 della corte costituzionale che lo scorso luglio ha dichiarato ufficialmente illegittima la sospensione della contrattazione collettiva.

 

A giorni quindi inizierà il confronto con il ministro Madia e le alleanze sindacali per arrivare poi all’estate con una bozza di rinnovo che soddisfi entrambe le parti.

 

 

Dipendenti Pubblici. Da dove si parte

 

 

Il punto di partenza per redigere un nuovo contratto di lavoro per i dipendenti pubblici passa dunque dall’accordo di cui abbiamo parlato in apertura.

Ma cosa prevede esattamente questo accordo? Iniziamo con il sottolineare che la riduzione dei comparto era già prevista della Legge Brunetta del 2009, dunque da questo punto di vista nessuna novità.  I 4 comparti definiti con l’accordo di qualche settimana fa sono:

 

1. Sanità

 

2. Enti locali

 

3. Funzioni centrali – tra cui ministeri, enti pubblici non economici e agenzie fiscali

 

4. Istruzione

 

A questi, come già anticipato, si aggiunge il comparto della presidenza del consiglio che, sempre sulla base della riforma Brunetta, viene escluso da questo meccanismo di razionalizzazione.

 

Stanno ora per scadere i 30 giorni di tempo per i sindacati che, a fronte dell’accordo raggiunto con l’ARAN, devono trovare un’intesa da formalizzare in sede di contrattazione.

 

 

 

Dipendenti Pubblici. Cosa cambierà davvero

 

 

L’ultima legge di stabilità ha già previsto uno stanziamento di circa 300 milioni di euro con lo scopo di coprire gli aumenti stipendiali che certamente ci saranno a seguito dello sblocco.

 

La cifra è già stata definita inadeguata, in qualche caso ridicola e in effetti facendo un rapido e semplice calcolo con quei soldi si arriverebbe a un aumento di 8 euro mensili.

Il calcolo, come detto, è semplice e non reale, perché non tiene conto delle fasce di reddito e della produttività, variabili che per qualcuno incideranno negativamente in termini economici.

 

Non rimane dunque che attendere per capire quale accordo i sindacati raggiungeranno e andranno a discutere sul tavolo del ministero e quanto quest’ultimo voglia giocare al ribasso.

 

 

 

 

Fonte: ibtimes

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

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lun, apr 11, 2016  Patrizia Caroli
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Ricollocamento dipendenti pubblici impiegati nelle province? Un compito più difficile del previsto, almeno a quanto emerge dalle ultime indiscrezioni giunte da diversi territori provinciali. L’operazione mobilità conseguente alla riforma dell’architettura amministrativa del Paese (la quale ha trasformato le province in enti di area vasta, con numerose funzioni transitate in capo alle Regioni) palesa infatti il suo obiettivo nel riassorbimento del personale in esubero a seguito del progetto targato Delrio. I numeri affiorati nelle ultime settimane a riguardo sono i seguenti: 1644 dipendenti in piena fascia di ricollocamento (praticamente assicurato), 274 a serio rischio “uscita”. Andrà così a concludersi il cosiddetto processo di svuotamento delle province.

 

trasferimento dipendenti province

Trasferimenti dipendenti province: la situazione

 

Il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia getta la sua aura rassicurante affermando: “Stiamo ricollocando migliaia di dipendenti delle Province nelle amministrazioni dove hanno bisogno di loro, come le cancellerie e i tribunali”. Insomma la complessiva operazione ricollocamento sembrerebbe starsi sviluppando secondo modalità corrette. Tuttavia incrociando eccedenze di personale e posti liberi il saldo negativo si riscontra in 13 province su 67. E tra le entità regionali “in rosso” i casi più complessi sono più o meno la metà. Insomma, si palesa un secondo “problema”: quello dei trasferimenti geografici dei dipendenti. Al fine di evitare ai dipendenti inseriti nelle liste di mobilità spostamenti da una provincia ad un’altra il Governo continuerà a ricercare posti vacanti all’interno delle diverse amministrazioni, in maniera tale da restringere il più possibile la platea dei trasferimenti a lungo raggio. A tal riguardo il Ministero della Pubblica Amministrazione ha aperto un portale “dedicato” attraverso cui gestire mediante via digitale i trasferimenti dei dipendenti in esubero. Uno strumento digitale che contribuisce ad aprire ad una prospettiva di innovazione anche tali peculiari processi della Pubblica Amministrazione italiana.

 

Le province in cui il ricollocamento è più difficile

 

Una cosa certa emerge analizzando la situazione a livello geografico: il problema degli esuberi colpisce in maniera quasi esclusiva il Sud. Secondo una rilevazione effettuata dal Fatto Quotidiano le situazioni più complesse si trovano a Caserta (-70 nel saldo dei posti disponibili) e Potenza (-58). A seguire Salerno (-28), Vibo Valentia (-24), Avellino (-23), Perugia (-22), Isernia (-16) e Catanzaro (-10). Margine di manovra più ampio e rassicurante per soluzioni risolutive invece a Brindisi (-9), Benevento (-7), Campobasso (-5), Teramo (-1), Cuneo (-1). Nessun problema nelle province lombarde di Milano, Como, Brescia, e Monza Brianza dove le posizioni che aspettano di essere coperte sono nell’ordine delle centinaia.

 

Trasferimenti dipendenti province e la mobilità: un portale per scegliere

 

A confermare i numeri, intervenendo nell’ambito della scuola di formazione politica del Partito Democratico, è stata sempre il Ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, la quale ha affermato che per fine mese sarà attivata sul sito mobilità.gov.it del Governo una funzione che permetterà la scelta della posizione più idonea. Ci sarà a disposizione un mese di tempo per esprimersi a riguardo e i trasferimenti diventeranno operativi ad inizio giugno. Va ricordato a tal riguardo che nel complesso, nel nostro Paese ci sono 3205 posti liberi e 1644 esuberi da ricollocare (come affermato in apertura).

 

Fonti: ilfattoquotidiano.it, trmtv.it, quotidianodipuglia.it

 

Patrizia Caroli

 

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mer, feb 10, 2016  Patrizia Caroli
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Dipendenti pubblici: cominciano a delinearsi in maniera concreta i comparti entro cui sarà ridisegnata la geografia contrattuale del pubblico impiego nel nostro Paese.

 

Dipendenti pubblici

Dipendenti pubblici: i 4 comparti contrattuali

 

Saranno 4 i comparti contrattuali relativi ai dipendenti pubblici e 4 quelli concernenti i dirigenti. Ecco come saranno strutturate nel concreto le divisioni.
- Scuola: con università, ricerca e alta formazione artistica e musicale;
- Sanità;
- Poteri locali: Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane;
- Poteri nazionali: in cu sarà accorpato tutta la restante branca della galassia del pubblico impiego.
In tutto ciò rimane, tuttavia, al momento sospeso il destino della presidenza del Consiglio, in bilico fra l’inglobamento nel super-comparto nazionale e il tentativo di mantenere la propria autonomia.
A tal riguardo va scoperto il nervo di Palazzo Chigi: i suoi oltre 2mila dipendenti oggi alloggiano in un comparto totalmente autonomo. Una situazione complessa e di non facilissima risoluzione. La disciplina sulla Pubblica Amministrazione definita da Brunetta negli scorsi anni parla di un “numero massimo” di quattro comparti, con l’eventuale isolamento di un quinto che potrebbe scatenare una reazione a catena di rivendicazioni ed eccezioni di ulteriori “specificità” in cerca di autonomia.

 

Il nodo della scuola

 

L’ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) ha definito e tracciato negli scorsi giorni ai sindacati la già nota riduzione a 4 dei 12 comparti in cui è diviso oggi il pubblico impiego, condizione indispensabile per avviare le trattative sui contratti, come d’altronde rammentato nei giorni scorsi dal ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia.
Ma cosa accadrà ora? In questi giorni si paleserà la risposta sui criteri di calcolo della rappresentatività al fine di individuare i sindacati capaci di raggiungere il numero sufficiente di voti e di deleghe per sedersi alle trattative dei nuovi comparti. I nodi della questione risiedono senza dubbio alcuno su università e Afam (costrette ad unirsi al milione di dipendenti della scuola) e il “maxi-comparto” nazionale. Dall’altro lato molta più calma si respira per enti territoriali e sanità, settori per i quali il quadro rimarrebbe, nella realtà concreta, invariato.

 

Province e dipendenti comunali

 

Un altro tema bollente in materia di pubblico impiego è quello concernente la ricollocazione del personale impiegato presso le Province: qui si stanno per serrare gli ingressi all’interno del metaforico cancello della mobilità. A tal proposito la Funzione pubblica ha comunicato ufficialmente che la rilevazione della “offerta di mobilità”, ovverosia l’inserimento degli esuberi provinciali chiamati a spostarsi in un’altra amministrazione, sarà disattivata a tutti gli effetti il 12 febbraio (questo venerdì).
Per concludere la panoramica relativa alla odierna situazione di mutamento presente all’interno del pubblico impiego nel nostro paese va fatta menzione di dipendenti comunali: i dati emessi dalla Cgil lo scorso weekend hanno portato alla luce il calo delle buste paga dei dipendenti. 740 euro in meno all’anno tra il 2010 e il 2014. Il calo sarebbe prevalentemente causato dall’andamento del salario accessorio che, nei 5 anni presi in considerazione, è diminuito complessivamente del 15,7%. A ciò si va ad aggiungere il più ampio e strutturato blocco dei contratti del pubblico impiego, ormai cristallizzati da 6 lunghi anni di “grande freddo” recessivo. A tal proposito, ecco la chiusura del cerchio: la ripresa della contrattazione, idonea a mitigare questo grande freddo, sarà possibile solo nel momento in cui i comparti saranno ridotti a 4. Motivo in più per una rapida composizione costruttiva della situazione delineata in apertura di articolo.

 

Fonti: Sole24Ore, la Repubblica

 

Patrizia Caroli

 

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mer, dic 9, 2015  Patrizia Caroli
Articolo 18: Addio al diritto di reintegrazione anche per gli statali?
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Addio al “mitologico” articolo 18 anche per i dipendenti pubblici: anche per questa categoria sarà possibile il licenziamento senza possibilità di reintegrazione. Dimenticate le rassicurazioni del Governo, che aveva promesso che le novità del Jobs Act si sarebbero limitate al settore privato.

 

Articolo 18

Articolo 18: cosa afferma la Cassazione?

 

La Corte di Cassazione, infatti, mediante la sentenza n. 24157 del 25 novembre 2015, ha dichiarato che l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300), così come modificato, è applicabile anche per i dipendenti pubblici. I giudici della Cassazione hanno rilevato infatti che l’inequivocabile tenore dell’art. 51 comma 2 del d.lgs. 165/2001 prevede l’applicazione anche al pubblico impiego cd. contrattualizzato della suddetta legge 300/1970 e “successive modificazioni ed integrazioni” indipendentemente dal numero dei dipendenti. I giudici hanno chiarito che lo Statuto dei lavoratori, così come riformato dalla legge Fornero, si applica anche al pubblico impiego contrattualizzato, cioè ai dipendenti statali e locali esclusi professori, magistrati e militari.

 

Addio reintegrazione? L’opinione del giuslavorista

 

Come afferma al Fatto Quotidiano Umberto Romagnoli, professore emerito di diritto del lavoro all’Università di Bologna “è sempre stato ovvio che l’articolo 18 vale anche ai dipendenti pubblici. Politicamente è una materia scottante, ma giuridicamente non c’è mai stato alcun dubbio”. La sentenza, però, parla solo della riforma dell’articolo 18 introdotta dalla legge Fornero. Il discorso vale anche per il Jobs Act? “Assolutamente sì – spiega il giuslavorista –, nella riforma manca un’esclusione esplicita dei lavoratori pubblici dalla nuova disciplina dei licenziamenti. E nel silenzio della legge, l’abolizione dell’articolo 18 si applica anche agli statali”. In soldoni, tutti i dipendenti pubblici assunti dopo il 7 marzo 2015 potranno essere licenziati senza possibilità di reintegrazione.
C’è chi ha affermato “l’avevo detto”, come Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica e sottosegretario all’economia, e Pietro Ichino, giuslavorista di rilievo nel panorama italiano, che da un anno continuavano a insistere: il Jobs Act giuridicamente vale anche per i dipendenti statali, esclusi professori, magistrati e forze dell’ordine.

 

Jobs Act e dipendenti pubblici: la questione dell’articolo 18

 

Il caso si specie (analizzato dalla sentenza della Cassazione) riguardava il licenziamento disciplinare di un dirigente di un consorzio pubblico siciliano: qui il ricorrente poneva la questione dell’estensione dell’art. 18 al pubblico impiego, chiedendo, in caso di risposta negativa, di promuovere la questione di legittimità costituzionale del suddetto articolo. I giudici della Suprema Corte, affermando l’applicabilità del nuovo testo dell’art. 18 al pubblico impiego, non hanno nemmeno ritenuto necessario porre la questione di legittimità costituzionale richiesta dal ricorrente. Una decisione che fa riflettere sulla chiarezza del dettato normativo.
In merito alla dibattuta (almeno sul piano politico) questione dell’applicabilità o meno della tutela reintegratoria ex articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la Cassazione ne ha rilevato l’applicabilità della in caso di licenziamento intimato al pubblico impiegato in violazione di norme imperative (quali l’art. 55-bis, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001, trattandosi di nullità prevista dalla legge).
A questo punto la riforma della Pubblica Amministrazione (e del pubblico impiego) dovrà precisare se le norme del settore privato si applicano anche al pubblico.

 

Fonti: ilfattoquotidiano.it, giurdanella.it

 

Patrizia Caroli

 

 

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