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lun, mag 29, 2017  Valentina
Missioni All’Estero. Il mistero dei finanziamenti.
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Fonte: lookoutnews.it

Fonte: lookoutnews.it

Forse definirlo un mistero è esagerato. In fondo è un segreto di pulcinella. Una di quelle cose all’italiana che tutti sanno e nessuno dice. Però è giusto farci i conti. E ogni tanto riportarlo a gallo, per far sì che non venga dimenticato.

 

 

Perché il tema dei finanziamento del governo italiano per le missioni dei nostri militari all’estero è sempre passato in sordina. Come se fosse un fatto scomodo, una decisione imbarazzante.

E in effetti per certi versi lo è proprio. Basti pensare ai numeri: 1,28 miliardi di euro per finanziare l’impiego di 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano. Cifra enorme se paragonata ai 1.19 miliardi previsti per l’anno scorso.

Decisamente quindi una controtendenza discutibile quella del governo italiano che taglia dappertutto, accorpa e fonde in nome del risparmio. E poi aumenta la spesa per i militari all’estero…

Missioni all’estero. Molti impegni confermati

 

 

 

Prima di trarre conclusioni affrettate però, va ricordato che l’Italia riveste un ruolo internazionale di primo piano in molti paesi critici, al fianco delle maggiori nazioni mondiali.

 

 

Due fronti caldi certamente meritano di essere ricordati, quello libico e quello iracheno.
In Libia il compito principale dei nostri soldati è quello di formare l’esercito locale, come dichiarato anche dallo studio svolto dall’Osservatorio sulle spese militari italiane – Mil€x, per il quale “nel corso del 2016 sono stati svolti corsi teorici per 516 ore e pratici per 629 ore (130 ore in più rispetto al 2015), formando in totale 251 militari libanesi (23 allievi in più rispetto al 2015)”.

In linea con questi numeri, anche per l’anno in corso verranno schierati oltre 1.100 unità, 300 mezzi terrestri, 6 caccia per un costo di 153 milioni.
Anche l’Afghanistan è senza dubbio una delle zone che vede impegnati un numero di militari italiani enorme a dispetto di quanto dichiarò l’allora premier Renzi che prevedeva un ritiro totale delle nostre forze da quel territorio. Per il 2017 l’Italia ha 900 unità di personale impiegato, 148 mezzi terrestri e 8 aerei, per una spesa che sfiora i 180 milioni. Siamo ben lontani dal lasciare quello stato.
 

Militari all’estero. Nuovi impegni discutibili

 

 

 

 

Iniziamo ora a elencare ciò che però stona.

Primo tra tutti l’impegno italiano nel mediterraneo, zona la cui emergenza tocca direttamente l’Italia con la questione dei migranti e degli sbarchi indiscriminati e continui. Ebbene su questo fronte l’impegno italiano diminuisce. I fondi messi a disposizione per il 2017 scendono quindi dai 90 milioni dell’anno scorso a 83 per il 2017.
Questa discesa non può non essere legata a nuovi impegni dei militari italiani su altri fronti esteri, come quello orientale, verso Putin. Per il 2017 spediremo quindi in Turchia 136 militari, per una spesa complessiva di 13 milioni a cui se ne aggiungono altri 20 per i 160 soldati da inviare in Lettonia con il compito di “preservare l’integrità dello spazio aereo dell’Alleanza” e contribuire alla “capacità e la determinazione della Nato nel rispondere solidalmente alle minacce esterne lungo il confine orientale dell’Alleanza”.
Evidentemente non sarà questa la sede dove discutere di priorità di politica internazionale. Certamente però la stabilità e la solidità interna arrivano prima dell’estero. Non solo per costituzione, ma anche per buon senso.

 

 

Pensare a grandi investimenti a migliaia di chilometri e ad assenze paradossali in termini di mezzi e uomini dentro i nostri confini fa sorridere di un sorriso amaro. Gli esempi sono facili. Dal terremoto, alla valanga di Rigopiano, all’emergenza sbarchi.

 

 

Abbiamo talmente tanti fronti per i quali impiegare i nostri militari, che pensare di dedicare la loro esperienza ad altri paesi, benché più sfortunati del nostro, beh, lasciatemelo dire, non è per nulla facile da accettare tantomeno giusto.

 

 

 

 

Fonte: linkiesta
 

Valentina Stipa

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lun, mag 22, 2017  Valentina
Diritti Sindacali Militari. Apertura del Consiglio di Stato
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Fonte: sicurezzacgs.it

Fonte: sicurezzacgs.it

Il principio di diritto chiaramente affermato dalle due pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo citate dai ricorrenti è, invece, di segno radicalmente opposto: la restrizione dell’esercizio del diritto di associazione sindacale dei militari non può spingersi sino alla negazione della titolarità stessa di tale diritto, pena la violazione dei menzionati articoli 11 e 14 della Convenzione”.

A dirlo è il consiglio di stato con l’ordinanza nu, 2043/2017 che di fatto afferma “l’illegittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 (Codice dell’Ordinamento Militare) il quale recita che “i militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali”.
Si tratta di una presa di posizione epocale e di una svolta altrettanto radicale per la quale non tarderanno a farsi sentire le prime conseguenze.

Diritti sindacali militari. Tutto in mano alla Corte Costituzionale

 

 

 

Questa dichiarazione di illegittimità di fatto passa la patata bollente alla corte costituzionale; la stessa nel lontano 1999 aveva già sentenziato che “il divieto sancito per i militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale“, nonché di “aderire ad altre associazioni sindacali non fosse anticostituzionale”. Ad oggi però questa dichiarazione deve essere rivista alla luce di quanto dichiarato dalla corte di Strasburgo.
Sarà ben più difficile per l’italia ignorare il peso di questa ammissione, perché fa riferimento a quanto stabilisce la stessa corte europea dei diritti dell’uomo, la quale all’art. 11 dichiara che “ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire a essi per la difesa dei propri interessi. 2. L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale e alfa protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il presente articolo non osta a che restrizioni legittime siano imposte all’esercizio di tali diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato”.

 

 

Non ci sono margini di interpretazione. Siamo sul binario diametralmente opposto a quanto stabilisce il codice dell’ordinamento militare. A questo si aggiunge anche che la Francia, paese natale del casus belli che ha portato a questa pronuncia si è già adeguata a quanto previsto dalla CEDU.

 

 

 

 

Diritti sindacali dei militari. La necessità è reale

 

 

 

In effetti il caso italiano è davvero peculiare in Europa, dove esistono circa 30 tra associazioni e sindacati di militari attivi in diversi 21 Paesi.

 

Come sottolineato anche da Salvatore Rullo, presidente Assodipro (Associazione Solidarietà Diritto e Progresso) “la richiesta di strumenti di rappresentanza vera, la concessione di diritti, sono necessari affinché i cittadini in uniforme, donne e uomini al servizio del Paese, possano essere integrati completamente ed effettivamente nella società e non come cittadini di serie B, pagando una presunta specificità militare che diventa negatività su diritti e porta all’isolamento”.
Fonte:  infodifesa / beppegrillo
Valentina Stipa

 

 

 

 

 

 

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mar, gen 10, 2017  Valentina
Polizia. Servono cambiamenti per una sicurezza globale qualificata
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Fonte: questure-poliziadistato.it

Fonte: questure-poliziadistato.it

In un mondo globalizzato, nel quale il web la fa da padrone, è di tutta evidenza che temi come Immigrazione, terrorismo, diplomazia internazionale, economia criminale e cyber security diventano focali per garantire la sicurezza pubblica.

 

E questi sono stati i temi affrontati un convegno promossa nel mese di dicembre dal sindacato di polizia Silp Cgil, al quale hanno preso parte, tra gli altri, anche il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, il sottosegretario Marco Minniti, l’onorevole Emanuele Fiano, il capo della polizia Franco Gabrielli, l’ambasciatore russo Sergey Razov e numerosi esperti.
La conclusione del convegno e la premessa con il quale è stato organizzato sono perfettamente coincidenti: è priorità assoluta e globale quella di prevedere e programmare “politiche a medio lungo termine con asset e strategie protesi all’individuazione di modelli di sicurezza adeguati alle sfide che ci attendono”.

 

 

 

Polizia. La soluzione non può essere l’esercito

A margine del convegno però non sfugge alle orecchie più attente il comento del capo della polizia Franco Gabrielli, che, senza intenti polemici sottolinea come “sul tema dell’utilizzo dei militari per il contrasto al crimine bisogna uscire da un equivoco: li ringraziamo per il oro contributo, ma un conto è il presidio di alcune zone, un altro è il controllo del territorio che piò essere attribuito solo alle forze di polizia”.
In altre parole, grazie dell’aiuto, ma a ognuno i propri ruoli.
Gabrielli poi rincara la dose con una frecciatina diretta alle istituzioni, ricordando loro come sarebbe importante “recuperare l‘esperienza degli ausiliari” invece di “spendere milioni e milioni di euro per i militari”. Servirebbe secondo il capo della polizia un piano di formazione mirata che sfrutti il background di queste risorse e permetta il cambio generazionale per coloro che hanno già servito lo stato molti anni e hanno bisogno di riposo.
 

Polizia. Rispolverare Gli Ausiliari

 
Questa proposta viene sposata subito anche da Felice Romano, Segretario generale del SIULP, il quale si ritiene, come associazione sindacale, “tra i primi fautori di questa strategia per abbassare il più velocemente possibile l’attuale età media dei poliziotti che ormai sfiora i 50 anni, la proposta di recuperare il meccanismo di arruolamento dei volontari nelle Forze di polizia come accadeva nel passato”.
Proprio sulla proposta degli ausiliari, Romano aggiunge: “questo metodo consentirà di scegliere donne e uomini di 19 anni che, volendo entrare nelle Forze di polizia per servire il Paese, in meno di 12 mesi potranno essere selezionati, formati e inviati sulle strade del nostro territorio per garantire più sicurezza ma anche maggiore libertà”.

 

 

 

 

 

Fonte: rassegna

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mer, nov 2, 2016  Valentina
Uranio Impoverito. Le morti silenziose che urlano giustizia
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Fonte: espresso-repubblica.it

Fonte: espresso-repubblica.it

Quando si parla di uranio impoverito a tremare sono diverse sedie. A partire da quelle di coloro che ci devono convivere- e la lista è drammaticamente lunga – passando per coloro che ne sono rimasti vittime, per concludere con chi viene ritenuto su più livelli responsabile del suo scellerato impiego.

 

Eppure la questione è, non solo aperta, ma è di grandissimo interesse, seppure per motivazioni differenti. Dal 1999 in avanti quella che passerà alla storia come Sindrome dei Balcani lascia giorno dopo giorno dietro di sé una scia infinita di malattie tumorali, tra cui il linfoma di Hodgkin.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali o delle sentenze giudiziarie, che pure ci sono state, il nesso tra l’esposizione all’uranio impoverito e queste malattie diventa sempre più difficile da negare.

 

 

 

Uranio Impoverito. Al vaglio una proposta onteressante

 

 

 

Nel silenzio più assoluto dei media, a luglio, è stata proposta una legge che preveda un passaggio di competenza dall’attuale ministero della difesa all’Inail in merito a malattie e morti di militari per esposizione all’uranio impoverito. A proporlo è stata la quarta commissione parlamentari d’inchiesta sul tema, giustificando la scelta in maniera molto semplice: “la Commissione ha scelto di non dilungarsi in diatribe scientifiche, ma di concentrarsi nella ricerca di soluzioni concrete, perché mentre gli esperti dibattevano di nesso causale, la gente moriva. Si è parlato tanto di specificità delle Forze armate. Sinora ha voluto dire che la vita dei militari valeva meno di quella degli altri lavoratori. Per noi significa invece che maggiori sono i rischi, più rigorosa deve essere la prevenzione“.

 

È bene ricordare, perché spesso si fa confusione, cos’è l’uranio impoverito e perché è tanto pericoloso. Iniziamo con il dire che le munizioni all’uranio impoverito vengono chiamate API (Armor Piercing Incendiary), ovvero munizioni perforanti incendiarie, perché quando raggiungono l’obiettivo, lo incendiano, frantumando l’uranio in particelle infinitesimali che vengono facilmente ingerite o inalate, senza alcuna consapevolezza. l’altro modo nel quale questo veleno può provocare malattie è l’esposizione alla sua radioattività per lunghi periodi.

 

Ora se si pensa che circa 300 tonnellate di uranio impoverito sono state esplose durante la prima guerra del Golfo e un altro quantitativo seppur inferiore è stato utilizzato anche nell’operazione Enduring Freedom, in Bosnia e nella guerra del Kosovo si intuisce la gravità del problema.

 

 

 

Uranio Impoverito. Continua la guerra nei tribunali

 

 

 

Seppure, come abbiamo già scritto, il nesso causale tra esposizione a questo veleno e nascita di malattie tumorali venga ancora istituzionalmente negato, molti tribunali amministrativi stanno creando precedenti importanti in questa direzione.

 

Primo tra tutto quello del Lazio che, ha espresso sentenza positiva verso un caporal maggiore a cui il ministero della difesa aveva negato gli indennizzi. I giudici del tribunale hanno infatti sentenziato che deve essere il ministero a dimostrare che i tumori non sono stati causati dall’esposizione all’uranio impoverito e non il contrario.

E per questo condanna nuovamente le istituzioni.

Fino ad oggi le sentenze di condanna a carico del ministero sono 47.

 

 

 

 

 

Fonte: meteoweb/nonsolomarescialli

 

 

 

 

Valentina Stipa

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lun, mag 23, 2016  Valentina
Uranio Impoverito. Anche le buone notizie passano in sordina
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Tutto sotto silenzio, nessuna pubblicità. Poca informazione. Nulla è cambiato con gli anni e con le sentenze. Di condanna, s’intende.

 

uranioIl tema è quello scomodo, brutto, indegno dell’uranio impoverito. Il protagonista è Salvatore Vacca, fante del 151° Reggimento della Brigata Sassari, morto a 23 anni per una leucemia dovuta agli effetti dell’uranio impoverito, con il quale era venuto a contatto durante la missione in Bosnia.

 

Ci sono voluti qualcosa come 16 anni affinché la Corte d’appello di Roma condannasse il ministero della difesa per omicidio colposo. Finalmente la sentenza è stata resa pubblica e quanto riporta non lascia spazio all’interpretazione: “la pericolosità delle sostanze prescinde dalla concentrazione (…) cvi è compatibilità tra il caso dei riferimenti proveniente dalla letteratura scientifica (…) esistenza di collegamento causale tra zona operativa e insorgenza di malattia”.

 

Frasi che non lasciano dubbi né margini di interpretazione. Lo stato è colpevole. Per Vacca e per tutti quelli che non ce l’hanno fatta. Per Lorenzo Motta e per tutti quelli che hanno sconfitto il male che hanno dovuto imparare a conviverci. Per tutti quelli che, vivi o morti, hanno subìto vessazioni e umiliazioni da chi oggi è stato condannato senza riserve.

 

 

Sentenza:Uranio Impoverito. Le reazioni

 

 

La mamma coraggio di Salvatore non poteva che commentare positivamente la sentenza, ma i soldi previsti come risarcimento non daranno indietro un figlio né faranno dimenticare i silenzi, le sofferenze e l’abbandono di tanti anni.

 

Per Domenico Leggiero, dell’Osservatorio Militare, si tratta “di una sentenza storica, perché conferma la consapevolezza del ministero del pericolo a cui andavano incontro i militari in missione in quelle zone”. Leggiero poi continua nel commento a questa sentenza: “è importante perché fissa dei principi fondamentali: primo la colpa del ministero della Difesa e secondo la distinzione che c’è tra indennizzo e risarcimento. La madre infatti aveva già avuto un indennizzo per danno patrimoniale, mentre ora i giudici attestano che da parte del ministero c’è stato un danno causato dall’inadempienza di misure di sicurezza previste per il militare. È una sentenza unica nel suo genere da questo punto di vista. Se si parla di omicidio colposo di un militare morto, se parliamo di 333 vittime cosa è, una strage? e perché ancora non si fa nulla? il ministro Pinotti ora non potrà ignorare quello che emerge dalla sentenza”.

E infatti per i prossimi giorni è prevista un’audizione alla commissione uranio, nella quale ci si aspetta che il ministro Pinotti prenda atto della sentenza e si esprima finalmente in modo chiaro sul tema.

 

 

Uranio Impoverito. I Numeri non possono più essere ignorati

 

 

Se lo stato di fatto fino ad oggi ha voluto ignorare il numero di soldati, vittime in vita o no, del suo scellerato comportamento negli anni passati, di certo non potrà ignorare ancora a lungo le sentenze di condanna a suo carico.

 

Siamo ormai infatti a quota 47. E questa ultima sentenza, come abbiamo già detto, ha un’importanza maggiore delle altre e potrebbe avere ripercussioni oltre che nella commissione parlamentare, anche in Europa. Potrebbe addirittura essere il primo passo verso la chiusura definitiva di questo increscioso capitolo di storia italiana.

 

Un capitolo buio, sporco. Dal quale le istituzioni escono con le ossa rotte e molta meno credibilità. Quella credibilità che potrebbero almeno in parte recuperare se solo ammettessero le loro responsabilità di fronte alle vittime. La gravità del loro operato non sarebbe considerata minore, ma si ripulirebbero un po’ dal fango che hanno addosso. Ogni sentenza, sempre un po’ di più.

 

 

 

 

Fonte:  rainews / repubblica

 

 

 

 

Valentina stipa

 

 

 

 

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