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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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lun, ago 6, 2012  Roberta Buscherini

Sulle carceri mi sono fatta un’impressione variegata che dipende dall’istituto visitato. Ci sono carceri tradizionali, con detenuti in attesa di giudizio (…) che rappresentano una realtà grondante dolore e sofferenza. Sono situazioni nelle quali nessuno di noi vorrebbe vivere e veder vivere altri. Sono carceri datate e le spese di ristrutturazione sono elevatissime e si stanno affrontando progressivamente. Dall’altra parte vedo anche in queste realtà difficili una grande professionalità da parte degli operatori della polizia penitenziaria. Ci sono degli abissi di sofferenza, dei picchi di professionalità e delle carceri modello (…) quella cosiddetta ‘a porte aperte’ con una forma di auto-responsabilizzazione del detenuto, in cui lo stesso detenuto stipula un patto di legalità con gli agenti di polizia penitenziaria”.

 

Questa una delle ultime dichiarazioni rilasciate dal Ministro della Giustizia Paola Severino circa la vergognosa situazione delle nostre carceri. La guarda sigilli punta all’applicazione di misure alternativa per risolvere quella che ormai non solo è una piaga indelebile, ma può considerarsi una vera e propria emergenza.

 

Il punto però è che per ammissione dello stesso ministro volontariato e lavori socialmente utili rimangono dei palliativi: il vero nodo è quello dei processi e fino a quando non verrà modificato questo, tutte le misure alternative rimarranno dei blandi paravento.

 

Un dato su tutti rende l’idea di quanto appena detto: 25.927 detenuti in carcere dei 66.236 totali sono in attesa di giudizio. Questo indica non solo che la giustizia sotto questo aspetto non funziona, se è vero che in Italia vige ancora la presunzione d’innocenza, ma in virtù del principio appena citato è altrettanto vero che una percentuale di questi risulterà a fine giudizio innocente e avrà sostenuto l’onta fisica e psicologia dell’ingiustizia carceraria, tanto più lunga, quanto più lenta è la tempistica dei processi.

 

“Il 68% degli appelli vengono dichiarati infondati. C’è una parte di appelli che possono subire una scrematura in una fase iniziale senza attendere l’esito finale dell’appello. Non saranno il 68% ma noi abbiamo stabilito dei parametri sulla base dei quali il giudice può arrivare anche a decretare l’inammissibilità dell’appello nella fase iniziale, per mancanza di requisiti di forma e di sostanza”. Questa certamente è una misura efficace ma ancora insufficiente per la risoluzione del problema del sovraffollamento, ancora davvero troppo lontana.

 

Insomma così non gira. Non può girare. In un’Italia dove si fanno incursioni nei canili per liberare cuccioli di cani vilmente torturati in nome della ricerca, perché sul sovraffollamento si tace e non ci si indigna? Perché l’indignazione è così fortemente circoscritta a coloro che appartengono a questo settore? Eppure anche chi non possiede un cane si mobilita e s’indigna di fronte a un canile lager. I detenuti non sono forse cuccioli di uomo?

 

Colpevoli o no non fa differenza perché si parla di condizioni talmente basilari che la colpevolezza non può certo essere una discriminante.

 

 

Fonti: Tgcom24, Ibidem


 

 

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lun, dic 5, 2016  Valentina
Fonte: cerchioblu.org

Fonte: cerchioblu.org

“La parola sicurezza è solo una promessa elettorale agitata per ottenere voti, ma quando si può fare qualcosa nel concreto Renzi e compagni lasciano sguarnite le carceri italiane di agenti. Poi ci meravigliamo delle continue evasioni e provano a scaricare la colpa sugli operatori della sicurezza che ormai sono allo stremo delle forze e della pazienza. Si nega a giovani preparati e vincitori di concorso, attraverso lo scorrimento delle graduatorie, di riempirei i vuoti di organico della Polizia Penitenziaria”.

 

 

È questa la rabbiosa reazione del capogruppo della commissione Giustizia Vittorio Ferraresi, in seguito alla bocciatura da parte del governo degli emendamenti che avrebbero permesso l’assunzione di quasi 900 risorse per la polizia penitenziaria e oltre 100 per il DAP.

Impedire nuove assunzioni è una colpa grave, così si fa perdere sempre di più credibilità al sistema Giustizia in Italia”. Carica ferraresi.

 

 

Polizia Penitenziaria. E intanto i suicidi aumentano tra gli agenti

 

 

E intanto in carcere si muore. Ma non muoiono solo i detenuti. Nella più assoluta e silenziosa indifferenza a morire sono sempre più spesso gli agenti. E sono proprio loro che gridano aiuto, che urlano la loro disperazione. Ma nessuno accogli la loro disperazione.

 

 

Adesso basta. Non possiamo più leggere freddi comunicati nei quali si esprime cordoglio, cercando la causa del suicidio altrove, purché non emerga il nesso tra il lavoro e il rischio suicidario; facendo capire all’opinione pubblica che comunque l’ambiente carcerario non influisce minimamente sulla psiche, e che i problemi erano solo personali o familiari”. Si legge in un articolo scritto proprio da un agente.

 

 

Perché in carcere ci sono anche loro. E chi legittimamente si prodiga per rendere gli istituti penitenziari dei luoghi più civili e più vivibili, nei quali i detenuti possano trascorrere le loro giornate in modo tranquillo e dignitoso dovrebbe non dimenticarsi che dentro quelle stesse mura ci sono anche loro.

Quei baschi blu, con la divisa scura, lo sguardo duro e gli attenti. Un esercito di quelle che qualcuno chiamò “guardie bigotte” senza un comandante, alla deriva più totale.

 

 

Polizia Penitenziaria. E’ uno stallo che non può durare

 

 

Ed ecco allora che quando iniziative politiche – rarissime – non trovano il plauso delle stesse istituzioni da cui nascono, l’amaro in bocca è davvero impossibile da mandare giù.

L’aumento dei suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria è un fatto. Reale. Drammatico. In crescita. Di cui nessuno sembra volersi fare carico.

 

Fino a quando mi chiedo? Fino a quando si potrà ignorare? Fino a quando ci si potrà permettere di investire energie in celle migliori e soffioni della doccia nuovi, invece che in risorse umane?  È una domanda che per ora una risposta non ce l’ha. Se la stanno ponendo davvero in pochi. Troppo pochi. E troppo poco potenti.

 

 

 

 

Fonte: poliziapenitenziaria

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

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lun, ago 1, 2016  Valentina

Minaccia Jihadista

Che il rapporto tra Isis e polizia penitenziaria esistesse lo sapevamo già. Purtroppo. Abbiamo infatti già affrontato il tema di come le nostre carceri siano poco tsrutturate per affrontare l’emergenza del terrorismo internazionale così come sono strutturate adesso, ovvero sotto organico e con personale che non riceve la corretta e giusta formazione come dovrebbe.

 

Forse proprio dalla consapevolezza di questa mancanza è nata la circolare dello scorso 22 luglio firmata dal ministero della giustizia che affronta il tema di “azioni ostili nei confronti di rappresentati delle forze dell’ordine, quali obiettivi da parte dello stato islamico”.

 

 

Dunque se fino ad oggi il problema era evitare che i detenuti creassero dei punti di formazione e proselitismo all’interno delle mura carcerarie, oggi la priorità diventa esitare che questi stessi detenuti portino avanti vere e proprie azioni violente ai danni degli agenti di custodia.

 

 

 

Polizia Penitenziaria. Cambia la prospettiva di allarme Isis

 

 

Questo cambio di rotta ha ricevuto una spinta forte a causa del un video, nel quale Abou Mohammed Al Adnani, uno dei portavoce dello stato islamico, annunciava che le guardie penitenziarie sono “un obiettivo da colpire”.

 

Un annuncio preoccupante, non c’è dubbio, ma che è stato immediatamente volto a sensibilizzare tutto il personale e i vertici dei baschi blu, affinché non solo non sottovalutino il problema, ma prendano le dovute precauzioni per prevenire eventuali azioni terroristiche, isolando i potenziali autori.

 

È lo stesso Franco Gabrielli, capo della Polizia, a invitare a non sottovalutare il problema: “la dinamica del terrorismo jihadista si prefigge infatti (…) di colpire anche chi abbia una valenza simbolica, in modo da amplificare l’effetto, generativo di insicurezza, movente principale delle loro azioni”.

 

 

 

 

Polizia Penitenziaria: Problema tutt’altro che Italiano

 

 

Il problema non riguarda solo l’Italia. Basti pensare che gli attentatori degli ultimi episodi accaduti in Francia provenivano proprio dalle carceri Francesi e belghe. Proprio per questo motivo, la Gran Bretagna ha deciso di scegliere la strada delle pene alternative proprio per evitare situazioni di proselitismo all’interno degli istituti penitenziari.

 

A ricordarlo è anche Andrea Orlando, ministro della Giustizia durante una trasmissione televisiva sulla rete nazionale, nella quale, dopo aver ricordato gli enormi sforzi, non ancora sufficienti, per migliorare la situazione delle carceri italiani, proprio in favore di un minor astio dei detenuti, ha anche sottolineato come questo allarme proselitismo non vada sottovalutato, ma affrontato nei giusti modi evitando estremizzazioni.

 

 

 

 

Fonte: poliziapenitenziaria / la stampa

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

 

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lun, mar 14, 2016  Valentina
Fonte: vita.it

Fonte: vita.it

Quando un programma televisivo dagli ascolti molto alti e destinato a un target di pubblico di ampio spettro pone l’accento su argomenti delicati e di interesse pubblico è sempre un bene per la società intera.

 

Quando lo fa non dando tutte le informazioni e rimane troppo da un solo lato della barricata rischia invece di fare non solo dell’informazione non corretta ma di mettere in pericolo un’intera categoria di lavoratori come quelli della polizia penitenziaria.

 

Il riferimento è al servizio mandato in onda dal programma “Le Iene”, il quale trattava lo scomodo tema delle violenze in carcere, descrivendo con l’aiuto dei racconti scioccanti di un detenuto e altrettanto forti di un ex agente di polizia penitenziaria, la condotta di una manciata di agenti dalla mano a dir poco pesante all’interno di un istituto penitenziario italiano di Asti tra il 2004 e il 2005.

 

 

Polizia Penitenziaria. La risposta del Sappe

 

 

Come era prevedibile, il sindacato autonomo di categoria Sappe non ha perso tempo, rispondendo con una lettera pubblica direttamente a Matteo Viviani, autore del servizio tv, con alcune precisazioni, tutte volte a non fare di tutta l’erba un fascio: “la responsabilità penale è personale e chi si è reso responsabile di gravi reati, una volta acquisite le prove certe e inequivocabili, ne deve pagare le conseguenze anche in relazione all’appartenenza al Corpo di Polizia Penitenziaria, che è una Istituzione sana”.

 

Il sindacato poi non manca di ricordare che l’ex agente di polizia penitenziaria intervistato è stato “destituito dalla Polizia Penitenziaria, perché giudicato responsabile di diversi reati tra i quali spaccio di droga, truffa, ricettazione, favoreggiamento e spendita di banconote false”.

Dunque oltre ad avere dubbia attendibilità non è certo stato un agente modello.

 

 

Arriva anche la precisazione del Dap

 

 

A riprova del fatto che non corrisponde al vero che i 5 agenti incriminati non abbiano subito provvedimenti, proprio a seguito della messa in onda del servizio, il dipartimento di amministrazione penitenziaria si è affrettato a chiarire subito che “ha intrapreso le azioni disciplinari non essendo ostative le pronunce giudiziarie e ha adottato due provvedimenti di destituzione dal servizio e due provvedimenti di sospensione dal servizio”.

 

Questo, nonostante la sentenza 78 del febbraio 2012 pronunciata dal tribunale di Asti assolveva uno degli agenti per non aver commesso il fatto, dichiarava di non doversi procedere per difetto di querela nei confronti di altri due agenti e il non doversi procedere nei confronti degli ultimi due a seguito del decorso del termine prescrizionale per il reato di cui all’art. 608 c.p.

 

Questa dichiarazione del Dap ha il solo intento di controbilanciare quanto divulgato nel servizio tv e a precisare ancora una volta con forza che i “singoli condannabili episodi, (…) non devono e non possono minimamente ledere l’onore e il prestigio dei singoli appartenenti e del Corpo nel suo insieme, cui va tributato il riconoscimento per il difficile compito al quale sono chiamati quotidianamente per la tutela dei diritti e delle garanzie dei principi costituzionali”.

 

 

 

 

Fonte: polpen / peoplexpress / sappe

 

 

 

 

Valentina Stipa

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mer, feb 17, 2016  Valentina
Fonte: ilperiodicodibiella.com

Fonte: ilperiodicodibiella.com

L’ironia è d’obbligo quando il tempo trascorso è talmente tanto da aver fatto dimenticare l’esistenza del concorso. Eppure è ancora lì, rimasto a metà, quel concorso interno per ispettore di polizia penitenziaria.

 

E come per magia, in questo inizio 2016 il Dap si è deciso a programmare la prova scritta per tutti coloro che hanno superato la prova preliminare.

I partecipanti saranno quindi chiamati a presentarsi il giorno 23 marzo presso il padiglione numero 6 della nova fiera id Roma per le ore 7.30.

 

 

Polizia Penitenziaria. Non Tutti Sono Contenti

 

 

O meglio non tuti sono soddisfatti e non considerano questa zolletta di zucchero sufficiente a sedare l’amarezza di una categoria che chiama a gran voce l’uguaglianza.

 

Il Sappe, uno dei maggiori sindacati autonomi di categoria ha già annunciato infatti una grande manifestazione nazionale a Roma per denunciare alcune decisioni dell’amministrazione che non hanno favorito la categoria.

 

I punti caldi su cui si cercherà di ottenere risultati sono principalmente 3.

Il primo riguarda l’ottenimento di nuove assunzioni, anche a seguito della bocciatura in fase di approvazione della legge di stabilità dell’emendamento che avrebbe previsto l’assunzione di 800 agenti aggiuntivi, con priorità per gli idonei non vincitori dei concorsi passati.

 

Il secondo punto è accelerare l’emanazione di un concorso per vice sovrintendente, esattamente come già fatto per la polizia di stato. Con la divulgazione della data per la prova scritta per il concorso di sovrintenditi, questo secondo punto di protesta di è leggermente attenuato, ma non è ancora completamente soddisfatto.

 

Il terzo e ultimo punto, forse il più importante, ma il più difficile è l’ottenimento di un incontro con le amministrazioni per un progetto di riordino delle carriere con lo scopo di equiparare le carriere di tutto il comparto sicurezza.

 

 

 

Polizia Penitenziaria. E Intanto Anche L’allarme Sovraffollamento Rientra…

 

 

 

Se l’Italia calcolasse i numeri di posti detentivi regolamentari disponibili in maniera conforme agli indici medi internazionali, fruirebbe di un numero di posti regolamentari superiore al numero di detenuti presenti”. Questa la risposta del Dap ai recenti articoli che parlano di un’emergenza sovraffollamento ancora molto accentuata e poco definita; per l’amministrazione l’emergenza è sotto i livelli di guardia perché  “con i miglioramenti apportati nell’ultimo anno il 95% dei detenuti è in “custodia aperta” e trascorre tra le otto e le dieci ore in spazi comuni, fuori dalle camere di pernottamento, impegnati in attività trattamentali e di sostegno. La custodia aperta progressivamente si sta estendendo anche ai detenuti dell’alta sicurezza”.

 

 

Fonte: polpen/sappe/alsippe

 

 

Valentina Stipa

 

 

 

 

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