Dipendenti statali -il Blog-

Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: il blog di esternazioni liberatorie

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ven, giu 13, 2014  Roberta Buscherini
Riforma Delle Pensioni Comparto Scuola: Ecco cosa cambia nel 2014 3.00/5 (60.00%) 3 Vota Questo Articolo

Le difficoltà dell’attuale momento congiunturale nel nostro paese rendono la riforma delle pensioni comparto scuola un tema di eminente rilevanza: e contemporaneamente una materia da manovrare con i guanti, dal momento che trovare la “quadra” del sistema appare un compito molto arduo.

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riforma delle pensioni comparto scuola

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Riforma delle pensioni comparto scuola: il Governo Renzi cosa fa?

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C’è sicuramente grande attesa per le azioni che l’attuale Governo Renzi cercherà di implementare per il sistema pensioni

del comparto scolastico: intanto le novità non paiono giungere per le pensioni inerenti ai cosiddetti “Quota 96”. Le “news” governative si occupano per ora dell’importanza della scuola, del piano per l’edilizia scolastica e del via a tagli Irpef importanti per buste paga anche per gli insegnanti (a patto di percepire meno di 1500 euro al mese): ma per ciò che inerisce alle pensioni dei “Quota 96” ed al ringiovanimento del corpo docente italiano, le novità ancora devono giungere. La riforma delle pensioni comparto scuola è ancora lungi dall’essere completata.

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I requisiti per raggiungere la pensione docenti

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Intanto pare doveroso dare un’occhiata ai requisiti contributivi e di anzianità per raggiungere la pensione a partire dal settembre 2014. Per chi li ha raggiunti entro il 31 dicembre 2011 i requisiti per la pensione di anzianità sono: età non inferiore a 60 anni con almeno 36 anni di contributi, oppure 61 anni e 35 di anzianità contributiva, o infine almeno 40 anni di contribuzione indipendentemente dall’età. Al fine di raggiungere la famigerata “Quota 96” è possibile aggiungere diverse frazioni tra anzianità contributiva ed età anagrafica.

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Per ciò che riguarda la pensione di vecchiaia è necessario per gli uomini avere un’età anagrafica di 65 anni e le donne almeno 61 con un’anzianità contributiva di almeno 20 anni (oppure aver conseguito un’anzianità contributiva di almeno 40 anni).

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Riforma delle pensioni comparto scuola, si torna ai requisiti pre-Fornero?

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Gettando un’occhiata alla riforma delle pensioni comparto scuola, ci si accorge che i requisiti cambiano al passaggio della Riforma Fornero: in questo caso la pensione di vecchiaia si configura con il compimento dei 66 anni e 3 mesi entro l’agosto 2012. In tal caso il collocamento avviene d’ufficio, mentre va fatta la richiesta qualora si concretizzi la maturazione di almeno 20 anni di contribuzione. La pensione anticipata sviluppa invece i suoi effetti per gli uomini con 42 anni e 6 mesi di contribuzione alla fine del 2014 e per le donne con almeno 41 anni e 6 mesi di contribuzione alla medesima data.

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Intanto il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sta lavorando alacremente insieme al Ministro del Lavoro Giuliano Paoletti ed al responsabile del dicastero economico Pier Paolo Padoan al fine di rintracciare la soluzione più corretta ed efficiente per risolvere l’annosa questione ed implementare definitivamente una riforma delle pensioni comparto scuola: si profilano importanti modifiche in un percorso che dovrà attraversare anche la temuta Commissione Bilancio del Governo. Intanto la bozza del disegno di legge Ghizzoni-Marzana è in procinto di essere completata: parrebbe prospettarsi per la scuola la reintroduzione dei requisiti pensionistici esistenti prima della approvazione della riforma Fornero.

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Fonti: Blasting news, pensioniblog.it

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Roberta Buscherini

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gio, giu 12, 2014  Patrizia Caroli
Dipendenti Pubblici Categoria B: Le Qualificazioni Professionali 4.75/5 (95.00%) 4 Vota Questo Articolo

Come si configura il ruolo dei dipendenti pubblici categoria b all’interno del corpo complessivo della Pubblica Amministrazione italiana? Innanzitutto va affermato che, all’interno dei profili professionali inerenti all’impiego pubblico nel nostro paese, la categoria b riveste un ruolo di non esigua importanza. Infatti appartengono a questa categoria i lavoratori dipendenti pubblici che rivestono posizioni di lavoro per le quali sono richieste conoscenze teoriche di base inerenti allo svolgimento dei compiti assegnati, oltre a capacità manuali e tecniche specifiche riferite alle proprie qualificazioni e specializzazioni professionali, oltre ovviamente ai requisiti dell’autonomia e della responsabilità nell’ambito delle funzioni di rilievo amministrativo.

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dipendenti pubblici categoria b

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Dipendenti pubblici categoria b, radiografia della Pubblica Amministrazione

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In questo senso è possibile eseguire una scansione (a mo’ di radiografia) delle categorie di impiegati afferenti alla Pubblica Amministrazione, effettuando una pratica suddivisione sulla base del comparto amministrativo di appartenenza. Per ciò che riguarda le amministrazioni centrali dello Stato, il contratto collettivo di comparto per i Ministeri e gli Enti pubblici non economici prevede tre aree (denominate a, b e c) fornite di declaratorie che descrivono l’insieme di requisiti indispensabili per l’inquadramento nell’area, corrispondenti a livelli omogenei di competenze. Ovviamente la descrizione degli appartenenti all’area fa anche riferimenti ad attività rimesse all’ambito operativo e gestionale del dipendente. Ogni settore ed area riunisce molteplici posizioni economiche, prevalentemente coincidenti con le ex qualifiche funzionali, in una prospettiva di nuovo inquadramento del personale già in servizio. La scansione di profili (compresi quelli afferenti ai dipendenti pubblici categoria b) sono elencati esaustivamente dal contratto collettivo, in modo tale da impedire ad ogni singola Amministrazione di intervenire effettuando integrazioni o modifiche sull’elencazione tassativa.

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Requisiti ed esperienza necessari

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Fra i dipendenti pubblici categoria b sono presenti coloro che sono in possesso del requisito basilare della scuola dell’obbligo, tendenzialmente cumulato con la frequenza di corsi di formazione specialistici uniti ad una buona esperienza nelle attività caratterizzanti la categoria. Sempre per ciò che riguarda i requisiti per la categoria b, vanno menzionate alcune specifiche abilitazioni: mentre le relazioni interne sono contraddistinte dal carattere di una forma diretta.

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Dipendenti pubblici categoria b: quali lavoratori vi appartengono?

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Il contenuto di stampo operativo della attività eseguita dai dipendenti pubblici categoria b si delinea in questioni di discreta complessità ed ampiezza delle soluzioni da sviluppare. Effettuando qualche esemplificazione relativa al profilo di dipendente di categoria b si può menzionare la figura di riferimento del lavoratore che, nel settore amministrativo, provvede alla redazione di atti e provvedimenti utilizzando software grafici, fogli elettronici e sistemi di videoscrittura, collaborando alla gestione degli archivi e degli schedari e all’organizzazione di viaggi e riunioni. Sempre afferente al settore dei dipendenti pubblici di categoria b è la figura del lavoratore che compie interventi di tipo risolutivo sull’intera gamma di apparecchiature degli impianti, elaborando diagnosi, impostazione, preparazione dei lavori in fattispecie di discreta complessità.

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Sono inoltre inseriti all’interno della cornice di questa categoria, ad esempio, i profili inerenti al lavoratore addetto alla cucina, all’addetto all’archivio, operaio professionale o conduttore di macchine complesse (ovvero scuolabus o macchine operatrici che richiedono particolari licenze).

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Fonti: regione.lazio.it, paologros.net

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Patrizia Caroli

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mer, giu 11, 2014  Marco Brezza
Dipendenti Pubblici Doppio Lavoro, 3 Cose Importanti Da Sapere 5.00/5 (100.00%) 1 Vota Questo Articolo

Si tratta senza dubbio di uno degli argomenti che scaldano maggiormente gli animi tra le varie scuole di pensiero che allignano all’interno del pubblico impiego in Italia: la questione afferente ai dipendenti pubblici doppio lavoro attraversa diverse e variegate sfere della materia attinente alla gestione dell’amministrazione pubblica, e come tale si presta ad interpretazioni e prese di posizione fortemente polarizzate.

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Fonte: ocst.com

Fonte: ocst.com

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Dipendenti pubblici doppio lavoro: quando è possibile?

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Va innanzitutto analizzato ciò che la legge afferma nel nostro paese riguardo al tema dei dipendenti pubblici doppio lavoro: in questo senso il Decreto Legislativo n. 165 del 30 marzo 2001 statuisce, senza troppi timori o dubbi, il generale divieto per i dipendenti statali di svolgere un secondo lavoro. Esistono tuttavia delle deroghe, di carattere tassativo, a favore, per esempio, dei lavoratori a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno. Questi ultimi possono pertanto effettuare una attività lavorativa (di tipo subordinato oppure autonomo) qualora non esista alcun tipo di conflitto di interessi con le funzioni esercitate per conto della Pubblica Amministrazione.

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Un fenomeno molto diffuso nel nostro paese

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È evidente, però, che nella pratica delle cose e nella contingenza degli accadimenti presenti (fortemente condizionati dalla crisi economica) il doppio lavoro per i dipendenti statali si configura come esorbitante i limiti imposti dalla legislazione italiana: nel corso del 2012, per esempio, la Guardia di Finanza ha puntato la sua lente di ingrandimento su 879 casi nei quali il secondo lavoro si configurava come “lavoro nero”. Le oltre 300 indagini concluse nel corso di quell’annata hanno permesso di accertare oltre 5 milioni di euro percepiti indebitamente a causa dell’ulteriore lavoro nero: pertanto ogni dipendente pubblico “doppiolavorista” ha incamerato di nascosto dal Fisco uno stipendio di oltre 14mila euro. Non esattamente bruscolini, o piccoli “extra” dall’impatto veniale.

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La materia inerente ai dipendenti pubblici doppio lavoro si presta senza ombra di dubbio a pareri discordi: c’è infatti tra i dipendenti statali chi ne invoca la necessità per sopperire ai basi stipendi (con scatti di anzianità ed adeguamenti congelati) e per fare fronte alle numerose spese imposte dalla quotidianità (si fa spesso riferimento a indifferibili spese mediche). Motivazioni legittime ma che non paiono possedere la forza giuridica per invertire la tendenza normativa che vede il pubblico impiego come occupazione precipuamente esclusiva: è infatti il principio di esclusività che sovrintende alla materia inerente ai dipendenti pubblici doppio lavoro.

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Dipendenti pubblici doppio lavoro: la Corte dei Conti cosa dice?

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Utilizzando parole usate più volte dalla Corte dei Conti per definire controversie in tema, si configura come “incompatibile qualsiasi attività non pertinente al rapporto di impiego che, per intensità, prevalenza, continuità costanza e professionalità, individui la realizzazione di un nucleo di interessi estranei ai doveri d’ufficio”. Ovviamente, come detto in precedenza, vanno escluse le attività esercitate in maniera occasionale.

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In questa direzione pare interessante citare un caso concreto avvenuto nella Regione Trentino: qui ad un infermiere sono state contestate attività svolte in un biennio presso una cooperativa esterna in assenza di preventiva e specifica autorizzazione. Il dipendente pubblico aveva un contratto part-time pari e poteva pertanto svolgere legittimamente altre attività ma avrebbe dovuto comunque comunicarlo all’Azienda Sanitaria dal momento che questa tipologia di incarichi per regolamento non possono essere svolti in “conflitto di interessi”. In questo caso sussisteva conflitto di interessi poiché il dipendente svolgeva presso terzi la medesima attività di infermiere: quest’ultimo è quindi stato condannato ad un risarcimento di circa 8mila euro, cifra equivalente agli stipendi ricevuti dal dipendente da parte dell’Azienda sanitaria nel periodo di coabitazione dei due lavori.
Va pertanto tenuto conto di diverse variabili per definire la legittimità o meno in materia di dipendenti pubblici doppio lavoro.

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Fonti: lineaamica.gov.it, ilsole24ore.com, atlasorbis.it, ladige.it

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Marco Brezza

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mar, giu 10, 2014  Roberta Buscherini
Indennità Di Disoccupazione Ordinaria: Chi può ottenerla e come 5.00/5 (100.00%) 1 Vota Questo Articolo

Indennità di disoccupazione ordinaria: Aspi, Assicurazione sociale per l’impiego;

 

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http://www.newnotizie.it/

http://www.newnotizie.it/

L’indennità di disoccupazione ordinaria, dal 2013  definita Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego), viene erogata dall’Inps e nasce con l’obbiettivo di garantire un trattamento economico sostitutivo a chi perde la propria occupazione.;

In tal modo, oltre a contenere gli effetti negativi che scaturiscono dallo stato di disoccupazione, si assicura al lavoratore la copertura contributiva necessaria ai fini pensionistici.

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Possono beneficiare dell’indennità di disoccupazione ordinaria, Aspi, tutti i lavoratori che perdono il posto di lavoro in seguito al licenziamento o a dimissioni per giusta causa. I neo disoccupati se hanno versato per almeno 52 settimane i contributi all’Inps e se hanno stipulato da almeno 2 anni assicurazione sociale per l’impiego (Aspi, appunto), possono aver diritto all’indennità ordinario di disoccupazione , un’assegno che viene erogato dagli 8 ai 12 mesi per il 40% o 60% della retribuzione media.

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Più precisamente, possono usufruire dell’indennità di disoccupazione ordinaria:

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• lavoratori sospesi per mancanza di lavoro (per un massimo di 90 giornate)
• lavoratori che danno le dimissioni per “notevoli variazioni delle condizioni di lavoro”
• lavoratori licenziati in seguito ad un periodo di lavoro svolto con contratto di inserimento
• lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato o determinato
• lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno ” non stagionale”

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L’indennità ordinaria di disoccupazione non è riconosciuta se il lavoratore si dimette volontariamente, ma lo è nei casi di dimissioni volontarie per giusta causa come:

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• Mancata retribuzione
• Considerevoli cambiamenti delle condizioni di lavoro
• Variazioni squalificanti delle mansioni lavorative
• Mobbing
• Molestie sessuali
• Trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra
• Comportamento umiliante da parte del superiore gerarchico

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Indennità di disoccupazione ordinaria e doppio lavoro

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Chi svolge un doppio lavoro, se viene licenziato da una delle due attività che svolge e questa rappresentava la sua principale fonte economica, ha diritto a percepire l’indennità ordinaria di disoccupazione.

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L’indennità di disoccupazione ordinaria non può essere percepita da:

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• Lavoratori che si dimettono volontariamente, con le eccezioni sopra descritte.
• Lavoratori autonomi
• Soci dipendenti da società o enti cooperativi
• Lavoratori a tempo parziale di tipo verticale
• Lavoratori iscritti nella gestione separata che svolgono esclusivamente lavori parasubordinati
• Lavoratori titolari di trattamento pensionistico diretto
• Apprendisti
• Lavoratori che hanno fornito ai Centri per l’impiego la dichiarazione di “immediata disponibilità” allo svolgimento di attività lavorativa
• Lavoratori che presentino la domanda oltre il termine previsto
• Extracomunitari con permesso di soggiorno stagionale

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Durata e calcolo dell’importo dell’ indennità di disoccupazione ordinaria

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La durata dell’indennità ordinaria di disoccupazione è di 8 mesi per i lavoratori con età inferiore a 50 anni e di 12 mesi per i lavoratori con età pari o superiore ai 50 anni.

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L’indennità viene corrisposta nelle seguenti misure:

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Per i lavoratori la cui retribuzione non superava la cifra di 1.180 euro mensili l’indennità corrisponderà al 75% dello stipendio mensile. Se la retribuzione mensile era superiore ai 1.180 euro, l’indennità corrisponderà al 75% più una somma pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile e il suddetto importo.

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Indennità di disoccupazione ordinaria: Come fare la Domanda

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Il lavoratore, per ottenere l’indennità ordinaria di disoccupazione, deve presentare la domanda all’Inps entro 68 giorni dalla data di cessazione dell’attività. Se non vengono rispettati i termini di presentazione della domanda si perde, automaticamente, il diritto alla percezione dell’assegno.

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Roberta Buscherini

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lun, giu 9, 2014  Roberta Buscherini
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La crisi economica che ha colpito in maniera devastante tutto il pianeta, in particolare la frazione di mondo occidentale industrializzato, ha sicuramente inferto una stoccata insidiosa per quel che riguarda il sistema sanitario. Focalizzandosi sulla penisola italiana è palese come la crisi sistema sanitario abbia attraversato praticamente l’intero lustro trascorso dopo la scintilla che ha dato l’innesco fatale alla crisi, ovvero il caso “subprime” avvenuto negli Stati Uniti nel 2008.

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crisi sistema sanitario

adnkronos.com

Crisi sistema sanitario: situazione in Italia

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Il Servizio Sanitario italiano è, da sempre, considerato uno dei migliori di tutto il Vecchio Continente: efficienza delle cure e grande competenza dei medici sono alcuni dei fiori all’occhiello del sistema nel nostro paese. In questo senso pare un dato contraddittorio quello che posiziona la spesa sanitaria pubblica in Italia come meno ingente rispetto alle altre nazioni europee. Un’indagine dell’Osce riferita all’anno 2011 registra che la spesa inerente al sistema sanitario pubblico in Italia si assestava sulla cifra di 112 miliardi di euro, ovvero circa il 7 % del Prodotto Interno Lordo del paese: una cifra elevata ma non paragonabile a quella che si registra nei paesi dell’Europa settentrionale (evidenti alfieri di un welfare esteso, improponibile nel nostro paese) per affrontare la crisi sistema sanitario.

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Il Decreto Stabilità per l’anno in corso (2014), approvato lo scorso ottobre, dal Consiglio dei Ministri del Governo uscente, aveva stabilito che da quest’anno la spesa sanitaria sarà caratterizzata da un aumento pari a circa 2 miliardi: per l’anno in corso, quindi, la quota a carico dello Stato sarà di 109 miliardi, cioè circa due in più rispetto ai 108 previsti dalla precedente Legge di Stabilità.

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SSN: due volti della stessa medaglia

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In realtà, da una indagine effettuata dall’Istat, emergerebbe una situazione non eccessivamente negativa per quanto riguarda la crisi sistema sanitario: infatti, per ciò che riguarda i servizi erogati nei confronti dei pazienti, ben 7 italiani su 10 affermano di godere di buona salute. Insomma il 70% circa degli italiani intervistati dichiarano di stare bene nonostante la crisi economica che ha colpito anche il nostro sistema sanitario. Ovviamente non bisogna farsi ingannare da un dato apparentemente positivo: circa il 45 % degli intervistati è affetto da malattie croniche. In questo senso la problematica della riduzione delle cure mediche per esigenze di “spending review” potrebbe divenire un problema grave per il sistema sanitario nazionale.

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Crisi sistema sanitario: addio Welfare State?

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In questa direzione pare interessante riportare il pensiero di Gino Rubini (Responsabile del Dipartimento Salute e Sicurezza della Cgil Emilia Romagna) in tema di crisi sistema sanitario. Rubini afferma infatti che “la Corte dei Conti ha certificato che la spesa sanitaria non è più fuori controllo e che il Sistema sanitario nazionale è il settore della Pubblica Amministrazione che più si è organizzato per governare la spesa. Il problema della sostenibilità non nasce da dati oggettivi interni al sistema sanitario, ma dall’equilibrio complessivo dei conti dello Stato. Qui sta il punto”. Insomma secondo Rubini qualcuno in Europa sta spingendo sull’idea che in Europa debba essere effettuato un cambiamento di prospettiva sui modelli di welfare sin ora adottati: il welfare così come l’abbiamo conosciuto nel corso del Novecento non ha più sostenibilità economica per le nazioni del Vecchio Continente? Una domanda importante: e le risposte potrebbero essere decisive per il sistema sanitario. E chiaro, in conclusione, come l’assenza di salari stabili e il tramonto di efficaci sistemi di welfare conduca molti cittadini europei a rinunciare alle cure proprio per la suddetta mancanza di risorse. Alcune statistiche hanno rivelato che 9 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi proprio per queste cause. Urgono idee e visioni per reinventare il sistema sanitario ed il welfare (se così potrà essere denominato) del futuro.

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Fonti: controcampus.it, allasalutesel.it

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Roberta Buscherini

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