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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: il blog di esternazioni liberatorie

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mer, apr 22, 2015  Valentina
Vigili Del Fuoco. Soccorso a Rischio Se Lo Stato Non Cambia Rotta 4.50/5 (90.00%) 4 Vota Questo Articolo

 

Fonte: repubblica.it

Fonte: repubblica.it

La situazione che ha colpito la Liguria è l’esempio di come lo Stato ha intenzione di affrontare il soccorso, abbandonare il cittadino alla Dea della Fortuna“. La situazione a cui fa riferimento Stefano Giordano, coordinatore Usb Vigili del Fuoco di Genova è quella dell’esondazione del fiume Bisagno, durante la quale, casomai ce ne fosse stato bisogno, i vigili del fuoco hanno toccato con mano quanto il corpo abbia bisogno di un rinnovamento che vada però nella direzione contraria rispetto a quella intrapresa dal governo con il riordino del corpo nazionale.

 

Secondo quanto previsto dal progetto governativo infatti si avrà una riduzione dei distaccamenti e di risorse umane e di conseguenza un peggioramento del soccorso con seri rischi per i cittadini che si troveranno ad attendere molto tempo per una richiesta di intervento.

 

 

Vigili del Fuoco. “Pompieri Precari, Soccorso Discontinuo”

 

Era lo slogan di apertura del corteo che si è svolto in Piazza De Ferrari a Genova. A riprova del fatto che il problema dei precari, ignorato dalle istituzioni ricade di fatto sui vigili di ruolo con conseguenze disastrose sui servizi al cittadino.

 

Marco Vedelago, responsabile Usb, fa presente quanto il tema del precariato vada a incidere sui dipendenti regolari del corpo, costretti a fare turni massacranti in situazioni di pericolo costante. “Viene messa in atto una politica scellerata nella gestione del precariato, con un riordino del corpo che prevede gradualmente la sostituzione di parte dell’apparato di soccorso con strutture volontarie. I precari, in pratica, vengono buttati fuori dalla porta per poi essere ripresi dalla finestra a salario dimezzato”.

 

Vigili Del Fuoco. Dall’Abruzzo Un Barlume Di Speranza

 

Davanti alla sordità delle istituzioni, la Regione Abruzzo ha deciso di prendere l’iniziativa e ha firmato un protocollo per facilitare almeno in parte la vita ai vigili del fuoco “affinché possano attingere risorse umane dal servizio sanitario invece di provvedere in modo autonomo. In questo modo facciamo buon uso delle risorse che ci sono e i medici incaricati saranno individuati direttamente dalle Asl” come dichiarato dall’assessore regionale alla sanità, Silvio Paolucci.

 

A spiegare bene in cosa consiste questo accordo tra vigili del fuoco e Aul è il presidente della Giunta regionale abruzzese, Luciano D’Alfonso: “quando le risorse tradizionali diminuiscono devono aumentare le risorse innovative, come programmazione e organizzazione. Abbiamo a disposizione dei giacimenti di bravura, di capacità lavorativa. Mettiamo insieme due mondi, con le loro bravure e con le loro specialità per assicurare un servizio efficiente al cittadino con medici del Servizio sanitario incaricati annualmente nel Corpo dei vigili del fuoco”.

 

Un progetto ambizioso e innovativo. Controtendenza rispetto al resto del paese. Un progetto che dona speranza a un corpo che giorno dopo giorno la speranza la perde sempre di più.

 

 

 

 

Fonte: ilsecoloxix / abruzzoweb / repubblica

 

 

 

 

Valentina Stipa

mar, apr 21, 2015  Valentina
Uranio Impoverito. Lo Stato Pagherà 4.80/5 (96.00%) 10 Vota Questo Articolo

Magra, magrissima consolazione rispetto al calvario vissuto. Ma pur sempre una vittoria. Che merita le luci della ribalta. Che meriterebbe di essere conosciuta. Il condizionale è purtroppo d’obbligo in questo caso, perché quando si parla di chi con tutte le forze, anche quelle che non ha più, si oppone allo stato, dopo averlo servito con fedeltà per anni e alla fine vince, si ha sempre un retrogusto amaro nel diffondere la notizia, in questa Italia fatta di ombre e ricatti.

Lorenzo Motta

 

Lorenzo Motta oggi può dirsi guarito nel fisico, anche se di fatto lo è momentaneamente, perché l’uranio impoverito non ti abbandona. Le ferite mentali, che non si vedono, quelle non guariranno mai. Ma sono proprio loro a dargli la forza per rivendicare con orgoglio la sua vittoria contro uno stato che si è dimostrato meschino e bieco, di fronte a una malattia conclamata come il linfoma di Hodgkin, di cui ormai anche la magistratura ne ha conferito piena responsabilità agli organi statali coinvolti.

 

Una precisazione però è dovuta. Nessuno si ammala di uranio impoverito. L’uranio impoverito infatti è una lega, che alla temperatura di 3000 gradi rilascia una serie di metalli pesanti che, se vengono a contatto con l’uomo, provocano poi linfomi e tumori. La colpa dello stato è quella di non aver tutelato i suoi figli in missione e di averli lasciati a contatti con queste particelle, nonostante fossero in dotazione tutte le attrezzature necessarie per evitarlo.

Ma andiamo con ordine.

 

 

Uranio Impoverito. La Guerra Di Lorenzo

 

Nel 2005, Lorenzo Motta nel pieno della sua carriera all’interno della Marina Militare come specialista nel sistema di combattimento Telecomunicatore, dopo diverse missione all’estero tra cui Afghanistan e Golfo Persico, gli viene diagnosticato il linfoma di Hodgkin. Iniziano 8 cicli di chemioterapia e 35 cicli di radioterapia, a cui si aggiunge una lettera della Marina Militare che comunica una riduzione delle sue competenze  del 50%, annunciando anche che, nel caso in cui la malattia si fosse protratta per altre 3 mesi, le competenze si sarebbero azzerate, così come lo stipendio.

 

Le cure durano 17 mesi, durante i quali Lorenzo e la sua famiglia hanno dovuto fare i conti, come se non bastasse il tumore, anche con uno sfratto, legato proprio alla mancanza di stipendio. Inizia da qui una strada tutta in salita a livello professionale e personale, tra perizie del centro Nanodiagnostics dell’Università di Modena e trasferimenti se non intimidatori, quantomeno poco pertinenti considerata la situazione.

 

Si arriva così al 2010 quando il comitato di verifica del ministero dell’economia e delle finanze trasmette per conto del ministero della difesa parere negativo rispetto alla causa di servizio, che avrebbe dato a Lorenzo accesso a una serie di facilitazioni anche di carattere economico. Il ministero della difesa trasforma in tutta fretta il parere del comitato in decreto, formalizzando di fatto la non causa di servizio, credendo erroneamente di porre la parola fine a questa vicenda.

 

Il 23 gennaio di quest’anno invece Lorenzo insieme al suo avvocato si rivolge al Tar, ultima speranza, anche a seguito di una serie di illeciti burocratici commessi dai vari ministeri nell’emissioni dei pareri e dei decreti negativi.

 

Il 19 marzo scorso arriva la sentenza. Storica. Non c’è dubbio. Il Tar condanno lo stato italiano tramite il ministero della difesa e quello dell’economia e delle finanze a risarcire Lorenzo, riconoscendo di fatto, oltre a una serie di illeciti amministrativi, la causa di servizio, legata alla mancanza di impiego di attrezzatura adeguata, nonostante una circolare internazionale che ne obbligava all’utilizzo.

 

 

 

 Uranio Impoverito. Vincere Lo Stato Si Può E Si Deve

 

L’importanza di questa sentenza del tribunale amministrativo del Lazio è storica e crea un precedente certamente scomodo per lo stato italiano. Forse proprio per questo non è stata diffusa e non ha avuto la cassa di risonanza che meritava.

 

Ricordiamo che ad oggi ci sono ancora centinaia di militari malati, molti altri che non ce l’hanno fatta ed altri ancora che non hanno avuto la forza e la costanza di Lorenzo nel combattere un gigante che nei fatti è stato il loro stesso padre. Quel padre al quale hanno gridato a piena voce e con il braccio teso LO GIURO, per poi essere ringraziati così.

 

Oggi il grido di Lorenzo non è rivolto al tricolore, ma a tutti quelli che come lui lottano contro un gigante e rischiano di perdere la speranza. Ragazzi, la speranza c’è e questa sentenza lo dimostra senza meno. Si può vincere contro uno stato assassino. Si può e si deve.

 

Chiunque abbia avuto modo di parlare con un militare non può non essere colpito dall’orgoglio con cui indossa la divisa: petto largo, testa alta e occhi severi. Quella stessa divisa che agli uomini come Lorenzo, è stata strappata, infliggendo, nonostante tutto, un ennesimo lutto. Nonostante tutto. Perché si può pensare che se lo stato che servi per anni con diligenza e fedeltà ti tradisce, diventa lecito odiarlo, denigrarlo e non rispettarlo più. Ma chi è militare, lo rimane per sempre. Nonostante tutto. Anche senza la divisa.

 

 

 

 

Valentina Stipa

lun, apr 20, 2015  Marco Brezza
Formazione insegnanti scuola pubblica: cosa cambia con la Riforma? 5.00/5 (100.00%) 1 Vota Questo Articolo

Un terremoto è pronto ad abbattersi sulla riforma della scuola (“La Buona Scuola”) elaborata in questi mesi dal Governo Renzi: nell’aria c’è profumo di sciopero, made in FLCCGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA (Camusso dixit), come afferamto dai vertici sindacali nella manifestazione svoltasi sabato a Roma, in Piazza degli Apostoli. L’ufficialità e la data ci sono già: il 5 maggio sarà indetto uno sciopero della scuola, che seguirà quello del 24 aprile indetto da ANIEF, USB e UNICOBAS. Mentre le ondate sferzanti della contestazione sindacale fanno traballare il cargo renziano, i lavori procedono: questa settimana prosegue l’analisi degli emendamenti al disegno di legge sulla Buona Scuola.

 

Formazione insegnanti

Formazione insegnanti: come cambia con la Riforma

 

In questi giorni discretamente “turbolenti” risulta interessante soffermarsi sul tema (sempre importante) della formazione degli insegnanti della scuola pubblica: la formazione dei docenti andrà incontro ad una importante trasformazione (se quanto riportato nei testi della bozza di riforma sarà confermato) diventando “strutturale e obbligatoria”. Ma in che modo? Scopriamolo evidenziando le differenze tra formazione in ingresso e formazione dei docenti già in servizio.
La competenza per la formazione in ingresso sarà delegata in maniera importante al dirigente scolastico, il quale sulla base di una istruttoria del docente tutor, sentiti Collegio e Consiglio, effettuerà la valutazione. L’eventuale bocciatura non consentirà di ripetere una seconda volta l’anno di prova. Il corso di formazione si articolerà in un percorso di 50 ore: il modello sarà probabilmente quello attuato nel corso di quest’anno, ripartito tra condivisione del percorso formativo con incontri organizzati di 5 ore, laboratori di 12 ore, “peer to peer” di 10 ore e 20 ore di formazione pura online.

 

La struttura dei corsi per gli insegnanti già in servizio

 

Per quello che concerne la formazione dei docenti già in servizio, anche in questa fattispecie dovranno essere svolte 50 ore di formazione annue sulla base di obiettivi legati al piano nazionale di formazione che sarà adottato ogni 3 anni con decreto del Ministro dell’istruzione. L’obiettivo è quello di superare quanto previsto dal contratto collettivo che prevede la possibilità di 5 giorni di esonero dal servizio per i docenti che partecipano ad iniziative di formazione. Le 50 ore saranno da svolgersi in orario extracurriculare e non saranno retribuite.

 

La formazione non sarà retribuita

 

La non retribuzione delle ore obbligatorie relative alla formazione docenti appare pertanto come una certezza ed un obiettivo di base della riforma, in un percorso di evidente razionalizzazione dei costi che gravano sul comparto pubblico. Tali ore potranno tuttavia essere essere pagate con il bonus della carta Prof., ma non saranno conteggiate tra le ore di servizio. Ore gratuite dunque, ma per le quali non si dovrà spendere alcunché. Sarebbe però necessario ora capire se effettivamente la carta Prof. stabilita dall’art.10 del disegno di legge “La Buona Scuola” coprirà realmente i costi dei master, della formazione e-learning, dei corsi di specializzazione (tra i più frequentati quelli sui disturbi dell’apprendimento, Dsa e dislessia).
I costi per garantire la formazione al corpo docente incideranno per circa 40 milioni di euro: ma le coperture, spiegano fonti interne al Govenro, sarebbero ampiamente presenti.

 

Fonti: orizzontescuola.it, blastingnews.com

 

Marco Brezza

 

ven, apr 17, 2015  Valentina
Polizia Penitenziaria. Al Via La Chiusura Degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari 4.67/5 (93.33%) 3 Vota Questo Articolo

 

Fonte: corriere.it

Fonte: corriere.it

Se in un primo momento la notizia avrebbe potuto gettare nel panico vertici e base della polizia penitenziaria, la conversione in carceri a custodia attenuata delle strutture adibite a Ospedali Psichiatrici Giudiziari, tutto sommato ha diversi aspetti positivi anche per i baschi blu.

 

A sottolinearlo è Donato Capece, segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, il più rappresentativo della categoria, che, dopo aver espresso parere positivo su questa decisione, non manca di sottolineare “la professionalità, la competenza e l’umanità che per anni ha contraddistinto l’operato di centinaia di donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria (…)Quel che serve ora sono strutture di reclusione con una progettualità tale da garantire l’assistenza ai malati e la sicurezza degli operatori”.

 

 

 

Chiusura Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nuovo Impegno Da Gestire Per I Baschi Blu

 

 

 

 

E in effetti i numeri parlano da soli ed è quindi facile intuire che servirà un coordinamento e un supporto notevole agli agenti di polizia penitenziaria per far fronte a questa nuova sfida professionale.

Con la chiusura dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari ancora in funzione infatti dovranno essere redistribuiti 700 detenuti, 450 dei quali entreranno nelle Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza” (Rems), che prevedono un’assistenza solo sanitaria, secondo il decreto legge n. 211 del 22 dicembre 2011.

 

 

 

 

Polizia Penitenziaria. Ma La Vera Sfida è La Formazione

 

 

 

 

Quella della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari è solo la penultima sfida in ordine di tempo per gli agenti di polizia penitenziaria. L’ultima infatti riguarda la formazione.

 

È stato infatti indetto un corso di formazione per alimentaristi per detenuti è stato aperto anche al personale di Polizia Penitenziaria, che “per ragioni di economicità “, avrebbe partecipato alla formazione ma anche garantito la vigilanza durante le lezioni.

 

Questo accorpamento provvisorio suona male per diverse ragioni. La prima è  senz’altro quella che vede  gli enti che si occupano della formazioni di agenti e detenuti differenti, come distinte sono le direzioni che gestiscono questi due mondi. Tale condizione non è stata modificata neanche con  la nuova riforma del Ministero della giustizia, che ha infatti mantenuto due direzioni distinte , una per i detenuti e una per il personale di polizia penitenziaria.

A questa motivazione si aggiunge che  confondere troppo i ruoli, seppure con un fine formativo non fa bene ai rapporti quotidiani tra guardie e detenuti.

Ultimo, ma non meno importante è il duplice fattore che vedrebbe i baschi blu impegnati nel corso di formazione e contemporaneamente nella vigilanza. Suona come un modo neanche troppo nascosto di garantire sicurezza a costo zero. Ma questa è solo un’illazione.

 

 

 

 

Fonte: grnet / corriere / uglpoliziapenitenziaria

 

 

 

 

Valentina Stipa

gio, apr 16, 2015  Marco Brezza
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Sanità: il vitello da squartare per far quadrare i conti dello Stato? Oppure il settore giusto dove effettuare degli sfoltimenti della spesa pubblica? La domanda si pone con irruenza nei giorni dei tagli, alla luce anche delle parole del premier Matteo Renzi, con specifico riferimento alle Aziende sanitari locali (Asl): “Ma vi sembra normale che ci siano regioni con 7 provincie e 22 Asl? È una esagerazione. Se c’è accordo con le Regioni, perché tocca a loro intervenire, possiamo essere in condizione di ridurre le poltrone dei manager delle Asl e applicare i costi standard”.

 

tagli alle Asl

Sanità: arrivano i tagli alle Asl?

 

La possibile mannaia dei tagli potrebbe pertanto colpire i vertici delle Aziende sanitarie locali: o così par di capire analizzando le parole di Matteo Renzi in merito alla annosa questione dei risparmi da ottenere nella sanità. Pronta è stata la replica del governatore del Veneto Luca Zaia: “Siamo allibiti: prendo atto che il Presidente del Consiglio dello Stato italiano – dice Zaia – sfrutta la sua veste istituzionale per fare campagna elettorale, è gravissimo, ma lo avevamo già intuito. Ed è ancor più grave che lo faccia dicendo stupidaggini. Intanto – aggiunge – informo il disinformato Renzi che in quella Regione, cioè il Veneto, le Asl sono 21 e non 22″. Il presidente di Regione si è dilungato poi nella spiegazione relativa la fatto che “il Veneto ha i conti della sanità in attivo da 5 anni, senza introdurre mai addizionali Irpef regionali (unico in Italia) e senza mettere ticket se non quelli imposti da leggi nazionali”.

 

Il parere della Federazione delle aziende sanitarie

 

A far sentire la sua voce è anche la Fiaso, Federazione delle aziende Sanitarie ed ospedaliere, per mezzo del suo presidente Francesco Ripa di Meana: ”Il problema non è quello di ridurre le poltrone dei manager delle Asl, ma di averne bravi e capaci di centrare gli obiettivi di risparmio. La riduzione delle Asl è in alcuni casi sicuramente necessaria ed è un processo già in atto da tempo in molte Regioni. È bene però ricordare – prosegue il numero uno dellla Fiaso – che gli accorpamenti di servizi e funzioni sono stati portati avanti in questi anni dagli stessi manager alla guida delle Aziende. Ed è sbagliata l’equazione meno manager uguale più risparmio perché oltre ad incidere per lo zero virgola zero e qualcosa sui bilanci aziendali, molti di loro sono in aspettativa in altri enti della pubblica amministrazione, dove a volte erano anche meglio retribuiti. Il problema non è quello di ridurre i manager ma di averne di bravi e capaci di centrare gli obiettivi di risparmio. Quelli che dagli anni ’90 ad oggi proprio il management delle Aziende sanitarie ha contribuito a centrare, riducendo sensibilmente l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil. Che come certificato recentemente dall’Ocse è oramai la più bassa d’Europa”.

 

L’esempio della Regione Toscana

 

Un esempio nel senso dell’accorpamento arriva da un’altra realtà regionale, la Toscana: un passagio dalle Asl (istituite nel 1993) alle Super Asl. Sono 3, come afferma la legge regionale approvata un mese fa: nord, sud e centro, ribattezzate aree vaste. Assorbiranno le attuali 16 sorelle più piccole (12 sanitarie e 4 ospedaliere universitarie), a capo di ciascuna sarà collocato un coordinatore. L’assessore alla Salute della Regione Luigi Marroni, ingegnere meccanico, da alto dirigente di Fiat trattori ha gestito due fusioni. L’ultima impresa in un settore diverso lo inorgoglisce addirittura di più: “Quando la riforma entrerà a regime risparmieremo almeno il 5-6% del fondo totale. Avevamo già centralizzato acquisti, informatica e amministrazione del personale, compresi i bandi. Settanta milioni all’anno in meno”.

 

Fonti: metropolisweb.it, corriere.it

 

Marco Brezza