Dipendenti statali -il Blog-

Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: il blog di esternazioni liberatorie

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mer, gen 29, 2014  Roberta Buscherini
Ricorso Pensioni Carabinieri: Tutte Le Informazioni Necessarie 4.73/5 (94.67%) 15 Vota Questo Articolo

Due sentenze del Tar del Lazio hanno già da tempo stabilito l’obbligo da parte delle Amministrazioni che non avevano ancora provveduto a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa. Le sentenze si basano sul ricorso pensioni carabinieri presentato da numerosi appartenenti all’Arma che di fatto hanno stabilito l’ inadempimento della Pubblica Amministrazione. Recentemente, sempre il Tar del Lazio ha cambiato il proprio orientamento in materia (sentenza 8420/2013) adeguandosi ai principi espressi da più sezioni del Tar e dal Consiglio di Stato negando ai singoli dipendenti la possibilità di agire in giudizio per obbligare le Amministrazioni ad avviare forme pensionistiche complementari ma dandone la possibilità unicamente alle Organizzazioni sindacali e ai Comitati Centrali di rappresentanza degli stessi.

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Pensioni carabinieri: danni per il ritardo dell’avvio della previdenza complementare

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Il ricorso pensioni carabinieri è andato comunque avanti. Nel 2013, infatti, è stato nominato un Commissario ad acta – nella persona del Capo del III Reparto della Direzione Generale per il Personale Militare, Brig. Gen. Roberto Sernicola, per intervenire nel caso di inadempimento dell’Amministrazione. Lo stesso Commissario ad acta ha chiesto al Tar de Lazio alcune indicazioni utili a definire i limiti, l’ambito e le modalità della propria attività finalizzata a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa, una volta accertata l’inottemperanza da parte delle Amministrazioni intimate.

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I ritardi annosi per la costituzione della previdenza complementare sta portando ad un altro ricorso pensioni carabinieri per riconoscere il danno subito per questo ritardo. Più fonti autorevoli, infatti, hanno riconosciuto che  “Il ritardo danneggia i lavoratori del settore che stanno perdendo, tra l’altro, la possibilità di usufruire del contributo datoriale, con connesse conseguenze sullo sviluppo dell’accumulazione con finalità previdenziale; un tale ritardo, quindi, non è più giustificabile”.

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Come sottolineato da varie organizzazioni del settore durante il ricorso pensioni carabinieri: “Ritardare la partecipazione ad un programma di risparmio previdenziale costa caro: per ottenere l’integrazione del ridotto tasso di sostituzione (rapporto pensione/ultimo stipendio percepito) del 30 per cento al momento della pensione, è necessario investire nella previdenza integrativa il 5,4 per cento del proprio reddito annuo, ma se si inizia a farlo 10 anni più tardi (nel nostro caso stiamo arrivando ai 20 anni di ritardo) occorrerà versare quasi tre volte tanto: il 13,8 per cento”. “Costruirsi una pensione integrativa adeguata richiede un lungo periodo di partecipazione al Fondo Pensione: un ritardo di venti anni nell’aderire, determina una riduzione della relativa rendita pari al 46,42 per cento”.

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Ricorso Pensioni carabinieri: una storia lunga 20 anni

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La riforma del sistema previdenziale,  iniziata nel 1992 con il Decreto legge Amato n. 503 e proseguita nel 1995 con la legge Dini n. 335, aveva stabilito un sistema differenziato a seconda dell’anzianità maturata fino a quel momento. Al sistema retribuito, per il calcolo della pensione, potevano accedere solo  dipendenti che potevano contare su almeno 18 anni di contributi, compresi i contributi figurativi, da riscatto e ricongiunzione, alla data del 31 dicembre 1995, mentre per tutti gli altri era previsto il sistema contributivo (o misto). Questo sistema ha notevolmente penalizzato chi si trova nella condizione di un calcolo pensionistico con il sistema contributivo. Un carabiniere, infatti, si troverà con una riduzione del 30/40% rispetto al vecchio sistema. Per fare fronte a questo problema, il legislatore aveva previsto la previdenza complementare da attuarsi attraverso i fondi pensione. Previdenza che per i carabinieri e le altre forze di Polizia e Militari ancora non è stata attuata ed è nato il ricorso pensioni carabinieri.

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Una storia che sembra infinita, che dura ormai da 20 anni, che i carabinieri (e non solo) sperano di vedersi conclusa positivamente per il giusto diritto ad avere una pensione integrativa.

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Roberta Buscherini

 

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mer, gen 22, 2014  Marco Brezza
Pensioni Dipendenti Statali: buco da 23 miliardi 4.00/5 (80.00%) 8 Vota Questo Articolo

Sono tempi difficili per il nostro paese: i venti della crisi stanno spazzando con forza il territorio italiano e il tasso di occupazione è calato a livelli negativi da record. Emerge inoltre con prepotente forza anche il tema delle pensioni. E proprio attraverso un non trascurabile travaglio stanno transitando infatti anche le pensioni dei dipendenti pubblici: è di pochi giorni fa la notizia che la Corte dei Conti ha scovato un “buco” dell’importo di 23 miliardi di euro, che l’Inps avrebbe ereditato dall’Inpdap a causa della mancata corresponsione dei contributi del personale a tempo determinato.

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Quello che è avvenuto rischia di apportare un grave “vulnus” ai trattamenti pensionistici dei dipendenti pubblici attualmente in servizio: per tale motivo l’Anief (importante associazione sindacale afferente al settore formazione) agirà per rivendicare la certificazione dei crediti presso il tribunale, muovendosi anche sulle orme della sentenza emanata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza 13 novembre 2008).

Fonte: www.lintraprendente.it

Fonte: www.lintraprendente.it

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Pensioni dipendenti pubblici: cosa accade?

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Il sindacato ha manifestato proprio in queste settimane dinnanzi a Palazzo Chigi, anche attraverso l’icastico slogan “Vogliono toglierci anche il bastone-pensione”. Ed interessanti sono state le parole del Presidenti di Anief, Marcello Pacifico: “Quanto sta realizzando lo Stato con i suoi lavoratori è una vera e propria evasione. E ha dell’incredibile, perché l’amministrazione si rende artefice esattamente di quello che non permette di fare alle imprese private”. Pacifico ha poi proseguito su tale china affermando che il Governo si troverebbe ora ad affrontare una discreta “patata bollente”, costituita dal dover trovare quei 23 miliardi di euro che “l’istituto nazionale di previdenza ha impropriamente sottratto ai dipendenti del pubblico impiego”.

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Il succo della questione alligna nel fatto che, a parere del sindacato (e non soltanto) sembra che lo Stato stia cercando di fare cassa sulle spalle dei pensionati: verrebbe in questo senso negata alle varie tipologie di dipendente pubblico la possibilità di percepire una pensione congruente con la somma dei contributi versati durante tutta la carriera lavorativa. In questa direzione giunge in soccorso dei dipendenti statali una sentenza della Corte Costituzionale (la sent. n.116/2013): quest’ultima ha dichiarato incostituzionale il prelievo forzoso sulla differenza delle pensioni previsto dalla legge 111/2011.

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Il rebus Legge di Stabilità

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E a tal riguardo proprio pochi giorni fa è emerso da un emendamento alla Legge di Stabilità il fatto che non è prevista nessuna copertura per il disavanzo Inps ereditato dall’Inpdap: parrebbe che il buco da 23 miliardi sia stato celato. Un chiarimento in questo senso giunge da Antonio Mastrapasqua, il presidente dell’Inps, il quale afferma che non esisterebbe alcun tentativo di occultare buchi che non esistono. Ma ecco le parole testuali di Mastrapasqua: “Si sta solo effettuando quell’operazione tecnico-contabile di cui parliamo da un po’ di tempo necessaria per non rendere incomprensibili i conti dell’INPS. Come ho avuto modo di dire già questa estate, a luglio, presentando al Parlamento i conti del primo bilancio INPS dopo l’integrazione con la gestione dei dipendenti pubblici, il disavanzo di circa 9 miliardi era tutto imputabile all’ex-INPDAP e alla modalità con cui lo Stato trasferiva le risorse necessarie per le prestazioni previdenziali nel sistema pubblico”.

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Queste le parole che sgorgano del vertice dell’Istituto previdenziale: ai vocaboli rassicuranti seguiranno altre azioni e provvedimenti efficaci?

 

 

Marco Brezza

 

 

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ven, dic 13, 2013  Ranalli
IL Fondo Perseo…Storia Di Un Fondo All’Inizio Del Percorso Forse Accidentato 4.71/5 (94.29%) 7 Vota Questo Articolo

Il  Fondo Perseo. Siamo agli inizi ma già è un gran parlare nei corridoi dei Comuni, ASL e Regioni. Ci si domanda ma che cos’è e soprattutto a chi conviene e quali vantaggi in prospettiva si possono prevedere. Cerchiamo di dare una risposta seppure parziale.

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Innanzitutto bisogna chiarire subito una cosa : chi aderisce al Fondo Perseo che è un previdenzaperché gestito da un Ente Pubblico cessa nell’immediatezza di essere iscritto al TFS ( trattamento di fine servizio ). Quindi dal giorno dell’adesione si aderisce al TFR ( trattamento di fine rapporto ). L’adesione al fondo negoziale Perseo determina per il lavoratore che vi aderisce il pagamento di una quota fissa dell’1% della retribuzione tabellare ( ovvero fissa e continuativa ) , si percepisce quindi una retribuzione netta mensile leggermente ridotta, a cui va aggiunto un ulteriore 1% del datore di lavoro. Per i dipendenti assunti prima del 2000 vi è ulteriore partecipazione da parte dell’Ente datore di lavoro dell’1,50% quindi per un totale del 2,50% che diventa il 3,50 con l’1% del lavoratore. La corrispondente somma di questo 3,50% viene girata mensilmente al Fondo Perseo che raccoglierà a carriera conclusa l’ulteriore TFR nel frattempo maturato e accantonato presso l’INPS. Le statistiche e gli esperti in materia spingono a far aderire soprattutto tutti quei lavoratori i quali hanno ancora da svolgere una carriera lavorativa medio lunga (diciamo 15/20) anni per vedere una sostanziale pensione complementare a supporto di quella pubblica. Per quanti invece hanno ancora pochi anni di servizio da svolgere sembrerebbe non esservi la convenienza per un’eventuale adesione.

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Fondo Perseo: Fondo negoziale conveniente?

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Su quest’ultimo punto tuttavia è necessario fare una precisazione importante :  Se il versamento al Fondo Perseo ( quota del lavoratore obbligatoria ) effettivamente si rischia di mettere da parte davvero poco per poter usufruire di una decente pensione complementare. Ma dobbiamo dire anche che la legge che istituisce i Fondi Negoziale concede al lavoratore di poter concorrere per un ulteriore 9% della propria retribuzione. E’ chiaro che a questo punto le cose cambierebbero ed anche di molto. Ma quanti lavoratori dipendenti possono consentirsi una partecipazione di tale portata? Ritengo che anche quel 1% rappresenti oggi un problema per il lavoratore i quali vedrebbe ulteriormente depauperata una busta paga già terribilmente segnata dalla mancanza di rinnovi di contratti di lavoro che hanno determinato una mortificante perdita del potere di acquisto delle retribuzioni. Ecco perché è veramente difficile ad una esplosione di aderenti a detti fondi, invero c’è addirittura il rischio di un clamoroso flop a cui dovrebbero dar conto le politiche reddituali dei governi succedutisi alla guida del paese negli ultimi cinque anni. Fatta la legge quindi ma con i dipendenti allo stremo delle loro forze appare difficile pensare ad una legge funzionante. La riduzione del cuneo fiscale sicuramente in questa prima fase non determinerà un sostanzioso aumento del reddito disponibile, ragion per cui è lecito pensare ad un fondo con poche decine di iscritti. Con i simulatori tuttavia inserendo il reddito imponibile si può conoscere l’eventuale differenza in positivo tra TFS e TFR. Al termine della carriera lavorativa quindi si percepirà dal Fondo la pensione complementare maturata . Sarà poi il pensionato a scegliere la modalità : se percepire una rendita vitalizia oppure il TFR percentualizzando il dovuto.

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L’adesione al Fondo Perseo trai suoi vantaggi contempla nell’immediata la deduzione dal reddito imponibile di quello che si versa. Questo significa meno tassazione perché c’è meno Irpef da pagare.

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GIANCARLO RANALLI

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ven, nov 15, 2013  Ranalli
Guida Utile alla Previdenza: Contributi da Riscatto, Figurativi o Volontari? 3.41/5 (68.24%) 17 Vota Questo Articolo

previdenzaGuida utile per quanti in assenza di contribuzione obbligatoria intendono ovvero hanno la possibilità optare per altra forma di contribuzione così come prevista dalle norme vigenti.

Passiamo a valutarne alcune tra le diversi esistenti e quindi parliamo di: contributi da riscatto, contributi volontari, contributi figurativi.

 

Contributi da riscatto cosa sono e a cosa servono:

 

Sono contributi che vengo accreditati a seguito della facoltà concessa al lavoratore di coprire periodi privi di contribuzione ovvero se vi è stata omissione di versamenti ( parliamo di versamenti non effettuati dal datore di lavoro per attività subordinata o per coadiuvanti, per familiari coadiuvanti iscritti alla gestione separata che non abbiano l’obbligo contributivo) non vi era l’obbligo di versamenti.  Sono contributi scoperti di contribuzione ( parliamo di riscatto corso di laurea, attività svolta in paesi all’estero,  astensione facoltativa per maternità, attività di praticantato , part-time, co.co.co.

I lavoratori iscritti all’AGO, alla gestione speciale lavoratori autonomi, ai fondi speciali inps possono ovviamente presentare la domanda.

Ovviamente l’operazione in argomento è decisamente onerosa ma l’eventuale onere può essere pagato nella forma rateale e in molti casi anticipa di qualche anno il diritto alla quiescenza. Quindi in conclusione il periodo di contribuzione riscattato è utile per il diritto a tutte le prestazioni previdenziali, per l’accertamento del diritto alla prosecuzione volontaria, per il diritto e la misura di tutte le prestazioni pensionistiche.

 

Contributi figurativi cosa sono e a cosa servono:

 

Sono contributi accreditati senza onere a carico del lavoratore nei periodi in cui non ha prestato attività lavorativa, ha percepito una retribuzione ridotta, ha percepito un’indennità a carico del’inps. Sono accreditati a domanda il servizio militare di leva, malattia e infortunio, i congedi parentali, permesso retribuito ai sensi della legge 10492, congedo straordinario ai sensi della legge 388/00, periodo di aspettativa per lo svolgimento di funzioni pubbliche elettive, congedo per maternità durante il rapporto di lavoro, assenza da lavoro per donazione sangue ed altro. Diversamente la cassa integrazione guadagni straordinaria, i lavori socialmente utili , i periodi in cui si è usufruito dell’indennità di disoccupazione o di mobilità, sono accreditati d’ufficio senza fare alcuna specifica domanda.

 

Contributi volontari cosa sono e a cose servono:

 

Sono quei contributi che possono essere effettuati dai lavoratori che hanno cessato di lavorare per perfezionare i requisiti per accedere alla pensione o incrementare l’importo. I versamenti volontari devono essere autorizzati ovviamente dall’inps.

I contributi volontari sono utili per coprire con la contribuzione i periodi durante i quali il lavoratore non ha lavorato, ha chiesto periodi di aspettativa non retribuita , ha stipulato contratti part-time. Questo tipo di domanda a differenza delle altre va inviata esclusivamente per via telematica o tramite web , oppure tramite il contact center integrato, presso i patronati o i caf.

Al fine di poter chiedere l’autorizzazione alla prosecuzione volontaria dei contributi bisogna avere il requisito di almeno cinque anni di contributi versati  ovvero tre anni negli ultimi cinque che precedono la data della domanda. I contributi a cui si fa riferimento sono solo quelli reali quindi effettivi e non si fa alcun riferimento a quelli figurativi.

 

GIANCARLO RANALLI

 

 

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mer, ott 23, 2013  Ranalli
La previdenza integrativa dipendenti pubblici: a chi conviene e a chi no 4.67/5 (93.33%) 6 Vota Questo Articolo

Previdenza integrativa dipendenti pubblici:  A priori la convenienza è di tutti. Ovviamente parliamo della possibilità che viene offerta da alcuni fondi pubblici chiusi di recente istituzione ( vedi fondoperseo per le autonomie locali e fondoespero per la scuola ) di integrare la pensione che verrà erogata dallo stato con quella integrativa quella derivante dal cosiddetto terzo pilastro.

previdenza integrativa pubblico impiegoParlavo prima di convenienza a priori per tutti almeno per quanti sono certi e sono la stragrande maggioranza che percepiranno un assegno di quiescenza inferiore ai 1500 euro. Allora la domanda che ci si pone è la seguente: tutti coloro, dipendenti pubblici al momento in regime di trattamento di fine servizio e non di trattamento di fine rapporto hanno o no la convenienza ad aderire a tali fondi?

 

La previdenza integrativa dipendenti pubblici: aderire ai fondi oppure no?

 

Dal punto di vista sindacale la mia propensione è sempre stata quella di consigliare a tutti quanti sono stati assunti a far data dall’1.1.1996 ed a seguire dall’1.1.2000 di aderire prontamente a tali fondi . Non consigliavo la medesima cosa a quanti invece erano stati assunti prima della suddetta data. Tuttavia le norme e le situazioni nel tempo si modificano inesorabilmente.

Ad oggi  non me la sento più di consigliare la non adesione a tali fondi da parte dei dipendenti pubblici con molti anni di servizio alle spalle per un motivo ben preciso: dall’anno 2013 c’è stata un’ulteriore riduzioni dei coefficienti che vanno a calcolare l’assegno di pensione per cui questo significa che il medesimo assegno  anche in presenza di un cospicuo numero di anni di servizio va nel tempo sensibilmente a ridursi. Ecco perché  non me la sento più ad oggi di consigliarne la non adesione. Immagino che in particolare i dipendenti delle autonomie locali, sanità,  province e regioni con qualifica medio bassa avranno un assegno di quiescienza inferiore ai 1500 euro ragione per cui ritengo consigliabile a questo punto pensare ad una eventuale adesione ai fondi integrativi.

 

Previdenza integrativa per dipendenti pubblici: cosa significa aderire al fondo ?

 

Ricordo a quanti non lo sapessero che aderire ai fondi pensione integrativi significa pagare una minima cifra sulle competenze mensili che in genere si aggira su un minimo di 15 euro ma la sua entità dipende ovviamente dalla percentuale di adesione personale ( si va da un minimo di 0,50 ad un massimo del 10%) a questa ed è utile ricordarlo va aggiunta la parte obbligatoria che dovrà versare per legge l’amministrazione dalla quale si dipende.

Detto questo c’è da aggiungere che quanto viene versato dal dipendente e dall’amministrazione di servizio, viene gestito da una società pubblica con relativo statuto la quale ha l’obbligo di rendere il più possibile fruttuoso quanto si versa ed è per questo che da parte dei suddetti fondi viene richiesto ai dipendenti circa la cifra che si versa che tipo di gestione vuole che si venga fatta dei propri soldi ossia una gestione soft oppure più vivace.  Con l’iscrizione nell’area privata del fondo a cui si aderisce il dipendente può rendersi direttamente conto di tutto ciò che mese per mese anno per anno va maturando.

 

Previdenza integrativa dipendenti del pubblico impiego

 

I fondi ovviamente si differenziano gli uni dagli altri. Ad esempio il fondoespero per la scuola richiede un’adesione minima di otto anni per accedere alla previdenza integrativa mentre il fondoperseo per le autonomie locali ne richiede ben quindici.

Previdenza integrativa dipendenti pubblici : I benefici a cui si accede sono : la rendita vitalizia vita natural durante, rendita vitalizia + trattamento di fine rapporto ( la percentuale viene stabilita dall’interessato ) solo trattamento di fine rapporto in aggiunta a quello erogato dallo stato.

 

GIANCARLO  RANALLI

 

 

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