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gio, nov 24, 2016  Roberta Buscherini
Ape: come anticipare la pensione e quanto si perde sull’assegno
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Attenzione: orecchie aperte per tutti i dipendenti pubblici e privati. L’Ape (leggi Anticipo pensionistico) dovrebbe entrare in vigore a partire dal prossimo anno (2017). L’Ape, lo rammentiamo, è un istituto che consentirà ai nati tra il 1951 e il 1954 di lasciare il lavoro ed andare in pensione tre anni prima di quanto previsto dalla Legge Fornero, con una penalizzazione variabile sull’assegno pensionistico.

 

Ape, anticipo pensionistico

 

Le tempistiche verso l’ufficialità dell’Anticipo pensionistico (Ape)

 

Il Governo avrà 60 giorni dopo l’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2017 (in questo momento al Senato, l’approvazione definitiva è prevista per la settimana precedente a Natale, “terremoti referendari” permettendo), per definire all’interno di un decreto l’entità massima ma anche minima del prestito pensionistico che si può richiedere. Andare in pensione fino a 3 anni e 7 mesi prima del requisito di vecchiaia, a partire dai 63 anni, sarà dunque possibile, ma soltanto entro limiti ben tracciati.
Coloro i quali decideranno di sfruttare questo meccanismo per uscire dal lavoro in anticipo devono sapere che negli anni dell’anticipo riceveranno dodici mensilità e non tredici, come accade normalmente per la pensione. Non è pertanto prevista la tredicesima con l’Ape (come per la Naspi, il sussidio di disoccupazione). La sua restituzione avverrà poi nell’arco temporale di 20 anni, con tredici rate all’anno.

 

Calcolo della pensione con Ape in vigore

 

Ma facciamo un paio di calcoli concreti per capire a quanto ammonterà l’assegno pensionistico in presenza di Ape: ebbene il trattamento ammonterà al 95% della pensione futura, per un solo anno di anticipo, il 90%, per due anni, l’85%, per tre anni. In tale ultima fattispecie, affermano fonti governative, il pensionato rinuncerà al 4,7% della sua pensione futura per ogni anno anticipato e dunque a circa il 15% per tre anni. In soldoni, anziché avere circa 1.300 euro di pensione netta, ne riceverà circa 1.000. Tuttavia sarà uscito dal mondo del lavoro a 63 anni anziché 66.
Altri dati per comprendere le cifre: su una pensione netta di 1.286 euro (16.718 annui con 13 mensilità) si riceverà un anticipo di tre anni fino a 1.093 euro al mese (l’85% della rata mensile). Il prestito annuo sarà di 13.116 euro (il 78,45% della pensione annua certificata dall’INPS). Su tale prestito si pagherà il 4,7% sulla rata di pensione per ogni anno di anticipo.

 

Ape: possibili emendamenti alla Camera verso l’approvazione della Manovra

 

Il decreto – atteso al massimo per febbraio – conterrà anche un Ape minima da richiedere. “Certo non sarà del 10%”, affermano da Palazzo Chigi. Tuttavia tale soglia non è stata ancora definita. In questo momento c’è fermento alla Camera in merito al fiume di emendamenti presentati al testo della Manovra 2017 (Legge di Bilancio): da alcune indiscrezioni sembrava potessero intervenire modifiche sull’Ape “social” ma il sottosegretario Nannicini ha spento sul nascere le voci che davano per certo il correttivo. Difficile pertanto al momento azzardare ipotesi in merito al punto fino a cui potrebbero spingersi le modifiche all’istituto dell’Ape all’interno della Legge di Bilancio 2017. Ricordiamo che proprio Nannicini aveva dato per certa l’estensione dell’Ape ai dipendenti pubblici.

 

Fonte: Sole 24 Ore

 

Roberta Buscherini

 

 

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mar, lug 12, 2016  Roberta Buscherini
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Pensioni Pubblico ImpiegoLa scorsa settimana l’INPS ha presentato alla Camera il suo XV Rapporto Annuale: al suo interno sono presenti interessanti dati relativi alle prospettive pensionistiche sia per i lavoratori del settore privato che per quelli impiegati presso la Pubblica Amministrazione oltre ad alcune riflessioni di rilievo su attuali dati relativi alle cifre incassate dai pensionati e sulla reale efficacia delle buste arancioni (contenenti le previsioni degli assegni pensionistici per coloro che usciranno dal mondo del lavoro tra qualche anno).
Il presidente dell’INPS Tito Boeri ha scritto una relazione in cui fa un bilancio dei risultati delle politiche dell’istituto nell’ultimo anno, parlando tra le altre cose anche della proposta all’Unione Europea di istituire un codice di protezione sociale che valga per tutti i paesi membri.

 

 

Rapporto Annuale INPS 2015: i dati sulle pensioni del pubblico impiego

 

Il rapporto annuale INPS 2015 rileva che circa 6 milioni di pensionati (ovverosia il 38% del totale) percepiscono assegni lordi mensili inferiori ai mille euro. Rispetto all’anno precedente (2014) la percentuale di chi ha un reddito da pensione inferiore ai mille euro è calata (era del 40,3% pari a circa 6,5 milioni di pensionati).

pensioni-pubblico-impiego

Il numero dei pensionati INPS è pari a 15.663.809 con un importo lordo medio mensile di 1.464,41 euro. Nel 2015 la spesa pensionistica complessiva è aumentata di oltre 4 miliardi di euro (crescita del 1,58%), passando da 268 miliardi nel 2014 ai circa 273 nel 2015.
Il presidente INPS Tito Boeri ha definito “molto positivo” il confronto tra Governo e parti sociali per l’individuazione di possibili correttivi alla disciplina generale in materia di pensioni con forme di flessibilità in uscita: stiamo ovviamente parlando dell’Anticipo pensionistico (APE), l’istituto che consentirà anche ai dipendenti pubblici di uscire in anticipo dal mondo del lavoro.

 

Pensioni dipendenti pubblici: le prossime mosse del Governo nel 2016

 

A livello invece di concreti provvedimenti governativi in materia, la “deadline”, ovverosia il termine per le decisioni ufficiali è collocata nell’ambito della prossima manovra di bilancio autunnale. Il Governo Renzi prenderà le sue decisioni, non prima di un confronto presso tavoli tecnici informali anzitutto per accorciare ulteriormente le distanze sui differenti punti di vista esistenti sul tema. Un nodo importante è in questa direzione rappresentato dal progetto di APE, (Anticipo pensionistico) confezionato dalla cabina di regia economica di Palazzo Chigi, e dalla sua potenziale estensione anche al Pubblico Impiego.
L’ipotesi al vaglio in questo momento è la seguente: la composizione di un pacchetto specifico per coloro che sono impiegati presso la Pubblica Amministrazione. Anche agli impiegati pubblici infatti si cercherà di garantire l’APE, tenendo conto delle leggere differenze che attualmente permangono in parte sulle “uscite” e in toto sulle liquidazioni, accantonate figurativamente nel Pubblico Impiego sotto forma di Tfs.

 

Le forme di uscita “flessibili” e le pensioni del pubblico impiego

 

A livello generale tuttavia, e tornando sui dati affiorati dal Rapporto Annuale INPS secondo Tito Boeri risulta “fondamentale assicurare che tutti coloro che potranno un domani esercitare opzioni di uscita flessibile siano in grado di capire fino in fondo le implicazioni delle loro decisioni”. Non si può infatti negare che “rate ventennali di ammortamento di un prestito costituiscano una riduzione permanente della pensione futura. Né si può negare che, continuando a lavorare, il contribuente avrebbe diritto a una pensione più alta” spiega il numero uno dell’INPS. Proprio per questi motivi l’obiettivo dell’APE “non dovrebbe essere certo quello di spingere più persone possibile a uscire dal mercato del lavoro”, bensì “quello di garantire maggiore libertà di scelta consapevole, senza aumentare il debito pensionistico e senza creare generazioni di pensionati poveri”.

 

Fonte: Sole24Ore

 

Roberta Buscherini

 

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mer, giu 1, 2016  Patrizia Caroli
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Il momento storico di un’Italia attraversata da una timida e tiepida ripresa dalla dura crisi del quinquennio 2008-2013 mette al centro del dibattito senza ombra di dubbio alcuna il tema delle pensioni pubbliche e private. Ecco alcune riflessioni emerse nelle ultime settimane in merito ai trattamenti pensionistici dei dipendenti della Pubblica Amministrazione italiana che può contribuire a comprendere alcuni punti di vista (corroborati dai dati) sul tema.

 

Pensioni impiegati pubblici

Pensioni impiegati pubblici: prospettive immediate

 

In proposito vanno citate le dichiarazioni di Walter Rizzetto, vice Presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei deputati (e deputato Fdi), pubblicate sul sito di Fratelli d’Italia: “Gli ultimi dati sul calo dell’aspettativa di vita degli italiani non possono che darci ragione sul fatto che è un parametro obsoleto, ingiusto ed utilizzato dai soliti burocrati per poter fregare il prossimo pensionando di turno, tutto questo con il beneplacito del Pd che ancora discute su quale misura possa essere la migliore rispetto al tema pensioni“. A parere del parlamentare è necessario obliterare definitivamente questo parametro e concentrarsi sui Quota 96, trovando subito una soluzione definitiva per ancora migliaia di esodati.
Quella messa in evidenza non è altro che la grande contraddizione che passa tra quei dipendenti pubblici che non possono andare in pensione per mancato raggiungimento dei requisiti di anzianità e l’ampia mole di persone che attendono da tempo una collocazione lavorativa dopo aver superato i concorsi pubblici. Risulta necessario, anche a parere di un’ampia fetta di opinione pubblica, rinnovare il settore pubblico anche prevedendo un ricambio generazionale che apporti nuove competenze. Lo scorrimento delle graduatorie degli idonei permetterebbe di fare fronte all’esigenza di cambiamento generazionale nel settore pubblico e alla necessità di collocare persone con comprovate competenze.

 

Pensioni: l’impatto sul nuovo assetto del personale della PA

 

“Alla mia richiesta di proroga delle graduatorie – spiega Rizzetto – il ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia ha più volte dato generiche risposte senza nulla dire su come il governo stia pianificando il nuovo assetto del personale della PA. Ho quindi interrogato il ministro per sapere, una volta per tutte, se intenda prorogare le graduatorie degli idonei anche in vista della ricollocazione del personale delle province e quali provvedimenti siano stati adottati concretamente per pianificare il nuovo assetto del personale pubblico”. Rimaniamo in attesa di risposte su un tema davvero delicato, mentre l’ISTAT conferma il trend fotografando la realtà con le istantanee della statistica: l’età media di pensionamento è in crescita costante.

 

Pensioni dipendenti pubblici: I dati del Rapporto annuale ISTAT 2016

 

Il Rapporto annuale ISTAT 2016 traccia un quadro in cui si comprende perfettamente come tra il 2003 e il 2014 l’età di pensionamento si sia progressivamente innalzata e l’età media dei nuovi pensionati di vecchiaia sia transitata “da 62,8 a 63,5 anni e quella mediana da 60 a 62″. nel quadro tracciato dall’Istituto Nazionale di Statistica risultano in crescita anche il numero di anni di contribuzione con cui si arriva al pensionamento: “Tra i nuovi pensionati di vecchiaia – si legge nel Rapporto – l’incidenza di coloro che hanno versato contributi per non più di 35 anni scende dal 54,9 al 37,5% tra il 2003 e il 2014, quella di chi ha versato contributi per un periodo compreso tra i 36 e i 40 anni passa dal 37,6 al 33,7%, mentre per chi ha percorsi contributivi superiori ai 40 anni l’incidenza si quadruplica, passando dal 7,6 al 28,8 per cento”.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore, contattonews.it

 

Patrizia Caroli

 

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lun, mag 19, 2014  Roberta Buscherini
Pensione Anticipata Per I Dipendenti Pubblici: Tutte le novità
3.88 (77.5%) 16 Vota Questo Articolo

http://www.fanpage.it/

http://www.fanpage.it/

Pensione anticipata per i dipendenti pubblici: La normativa;


Il decreto legge 201/2011 deliberato dalla riforma Monti-Fornero fissa il limite minimo per potersi avvalere della pensione anticipata per i dipendenti pubblici (quella che matura dopo un certo numero di anni di carriera indipendentemente dall’età) nel 2014/2015.

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Gli uomini possono accedere alla pensione anticipata con 42 anni e 6 mesi di contributi versati.
Le donne possono accedere alla pensione anticipata con 41 anni e 6 mesi di carriera alle spalle.

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Chi sceglie di usufruire della  pensione anticipata  concludendo il servizio prima dei 60-62 anni però, va incontro a delle penalizzazioni : la retribuzione viene tagliata dell’1% per ogni anno che precede il compimento dei 62 anni e del 2% per ogni anno che separa il lavoratore in pensione dal raggiungimento dei 60 anni.

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Pensione anticipata per i dipendenti pubblici: come calcolarla

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La pensione anticipata nel pubblico impiego viene calcolata considerando gli effettivi anni di servizio e i periodi di astensione giustificati, vale a dire i periodi di assenza per:

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• Maternità
• Servizio Militare
• Malattie
• Infortunio
• Assenze Per Donazione Di Sangue
• Congedi Per Paternità E Maternità
• Ipotizzabili Periodi Di Cassa Integrazione

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Si calcola una riduzione pari al 4% della pensione anticipata nel pubblico impiego, se durante gli anni di servizio ci si fosse assentati per altri motivi non giustificati. In questo caso, per avere diritto alla pensione completa si possono recuperare i periodi di assenza dal lavoro continuando a lavorare ed evitando, così, la decurtazione della pensione.

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La domanda di pensione anticipata per i dipendenti pubblici

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La domanda di pensione anticipata si presenta via web accedendo tramite PIN attraverso il portale Inps o via telefono chiamando il Contact Center al numero gratuito 803164 da rete fissa o al numero 06164164 da rete mobile a pagamento, in base alla tariffa applicata dal proprio gestore telefonico. È possibile, infine, inoltrare domanda rivolgendosi a enti di Patronato e intermediari autorizzati dall’Inps.

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La domanda di pensione anticipata per i dipendenti pubblici: Quando si inizia a percepire

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La pensione anticipata nel pubblico impiego entra in vigore dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Per accedere alla pensione è necessario concludere il proprio rapporto di lavoro da dipendente. Il lavoratore autonomo, invece, può continuare a svolgere la propria attività anche dopo il conseguimento della prestazione pensionistica.

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Roberta Buscherini

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mer, gen 29, 2014  Roberta Buscherini
Ricorso Pensioni Carabinieri: Tutte Le Informazioni Necessarie
4.42 (88.39%) 31 Vota Questo Articolo

Due sentenze del Tar del Lazio hanno già da tempo stabilito l’obbligo da parte delle Amministrazioni che non avevano ancora provveduto a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa. Le sentenze si basano sul ricorso pensioni carabinieri presentato da numerosi appartenenti all’Arma che di fatto hanno stabilito l’ inadempimento della Pubblica Amministrazione. Recentemente, sempre il Tar del Lazio ha cambiato il proprio orientamento in materia (sentenza 8420/2013) adeguandosi ai principi espressi da più sezioni del Tar e dal Consiglio di Stato negando ai singoli dipendenti la possibilità di agire in giudizio per obbligare le Amministrazioni ad avviare forme pensionistiche complementari ma dandone la possibilità unicamente alle Organizzazioni sindacali e ai Comitati Centrali di rappresentanza degli stessi.

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pensioni-carabinieri

Pensioni carabinieri: danni per il ritardo dell’avvio della previdenza complementare

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Il ricorso pensioni carabinieri è andato comunque avanti. Nel 2013, infatti, è stato nominato un Commissario ad acta – nella persona del Capo del III Reparto della Direzione Generale per il Personale Militare, Brig. Gen. Roberto Sernicola, per intervenire nel caso di inadempimento dell’Amministrazione. Lo stesso Commissario ad acta ha chiesto al Tar de Lazio alcune indicazioni utili a definire i limiti, l’ambito e le modalità della propria attività finalizzata a dare avvio alla previdenza complementare per il personale del Comparto Sicurezza e Difesa, una volta accertata l’inottemperanza da parte delle Amministrazioni intimate.

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I ritardi annosi per la costituzione della previdenza complementare sta portando ad un altro ricorso pensioni carabinieri per riconoscere il danno subito per questo ritardo. Più fonti autorevoli, infatti, hanno riconosciuto che  “Il ritardo danneggia i lavoratori del settore che stanno perdendo, tra l’altro, la possibilità di usufruire del contributo datoriale, con connesse conseguenze sullo sviluppo dell’accumulazione con finalità previdenziale; un tale ritardo, quindi, non è più giustificabile”.

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Come sottolineato da varie organizzazioni del settore durante il ricorso pensioni carabinieri: “Ritardare la partecipazione ad un programma di risparmio previdenziale costa caro: per ottenere l’integrazione del ridotto tasso di sostituzione (rapporto pensione/ultimo stipendio percepito) del 30 per cento al momento della pensione, è necessario investire nella previdenza integrativa il 5,4 per cento del proprio reddito annuo, ma se si inizia a farlo 10 anni più tardi (nel nostro caso stiamo arrivando ai 20 anni di ritardo) occorrerà versare quasi tre volte tanto: il 13,8 per cento”. “Costruirsi una pensione integrativa adeguata richiede un lungo periodo di partecipazione al Fondo Pensione: un ritardo di venti anni nell’aderire, determina una riduzione della relativa rendita pari al 46,42 per cento”.

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Ricorso Pensioni carabinieri: una storia lunga 20 anni

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La riforma del sistema previdenziale,  iniziata nel 1992 con il Decreto legge Amato n. 503 e proseguita nel 1995 con la legge Dini n. 335, aveva stabilito un sistema differenziato a seconda dell’anzianità maturata fino a quel momento. Al sistema retribuito, per il calcolo della pensione, potevano accedere solo  dipendenti che potevano contare su almeno 18 anni di contributi, compresi i contributi figurativi, da riscatto e ricongiunzione, alla data del 31 dicembre 1995, mentre per tutti gli altri era previsto il sistema contributivo (o misto). Questo sistema ha notevolmente penalizzato chi si trova nella condizione di un calcolo pensionistico con il sistema contributivo. Un carabiniere, infatti, si troverà con una riduzione del 30/40% rispetto al vecchio sistema. Per fare fronte a questo problema, il legislatore aveva previsto la previdenza complementare da attuarsi attraverso i fondi pensione. Previdenza che per i carabinieri e le altre forze di Polizia e Militari ancora non è stata attuata ed è nato il ricorso pensioni carabinieri.

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Una storia che sembra infinita, che dura ormai da 20 anni, che i carabinieri (e non solo) sperano di vedersi conclusa positivamente per il giusto diritto ad avere una pensione integrativa.

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Roberta Buscherini

 

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