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Policlinico militare di Anzio: 20 anni di sprechi e inefficienze.



Policlinico militare di Anzio: 20 anni di sprechi e inefficienze.
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Un’interrogazione parlamentare dell’ottobre 2011 avanzata da alcuni deputati del Partito Democratico all’allora Ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva già portato alla luce una realtà poco trasparente nel Policlinico Militare di Anzio. Poca trasparenza in termini di utilizzo della struttura, di risorse umane al suo interno. Perfino in termini archeologici, in quanto al suo interno giacciono reperti dell’epoca romana dal valore inestimabile.

 

 

Padiglione Policlinico - Il Fatto Quotidiano

 

 

 

 

Ma in Italia si sa, nella magia di cancellare domande e risposte scomode e di seppellire vergognose realtà di sprechi siamo maestri.
E così tutto è rimasto sepolto, ancora per diversi mesi fino all’inchiesta di qualche giorno da pubblicata su Il Fatto Quotidiano che ha riportato alla luce una realtà di inefficienze che perdura nell’ombra, per buona pace di tutti, da oltre 20 anni.
L’inchiesta si basa sulla visita che il giornalista del quotidiano ha compiuto all’interno del Dipartimento di Lungodegenza Movm Federico Bocchetti del Policlinico militare grazie all’aiuto di un lavoratore interno alla stessa struttura.
L’edificio, che in origine avrebbe dovuto ospitare pazienti e lungodegenti del ministero della difesa e delle forze armate per un massimo di 60 giorni, al suo esterno si mostra agli occhi degli osservatori come fatiscente, ai limiti dell’abbandono. Ciò nonostante però chi avrebbe dovuto rimanere là dentro per un massimo di 60 giorni – contano circa 30 persone -  ne ha fatto la sua stabile dimora da oltre 20 anni a totale danno dalla collettività che per ognuno di loro paga la bellezza di 300 euro al giorno.
Eh già, perché questi signori, tutti pensionati, non pagano nessun tipo di onorario per risiedere in quella struttura e possono oltretutto usufruire dei servizi che la stessa mette a disposizione, ovvero il reperimento di medicinali e l’esecuzione di esami di routine, senza chiaramente alcun ticket da pagare.
I 14 ettari di parco che compongono l’imponente edificio nascondono una realtà vergognosa e tutt’altro che efficiente, a dispetto di un’Italia sull’orlo del tracollo economico. Al suo interno esiste una farmacia e un laboratorio analisi, gestite entrambe da personale che lavora anche al di fuori del contesto militare e un personale fatto di poche decine di sanitari, tra cui medici convenzionati che utilizzano la struttura per eseguire i propri interventi in forma privata.
Ma non è tutto. La ciliegia sulla torta è rappresentata da distinte badanti, spesso straniere, che popolano le corsie di questa struttura della vergogna. Poiché il personale sanitario è poco numeroso, gli ospiti provvedono a loro spese – chiaramente in nero – a supplire a tutti quei servizi necessari per i quali non è prevista assistenza gratuita, come ad esempio le pulizie  la somministrazione dei medicinali.
Pensate che siano arrivati al fondo del baratro? Purtroppo non è così. Accanto agli incalcolabili sprechi di risorse economiche di questa struttura a pochi passi da Roma capitale e dall’Ospedale militare del Celio, emerge un’altra dimensione altrettanto ripugnante: quel luogo nasconde un immenso patrimonio artistico e archeologico che tutti sembrano voler ignorare. Sotto alcuni dei padiglioni della struttura si erge la Villa di Nerone ad esempio; lungo la strada che porta alla spiaggio di Anzio si vedono molte rovine dell’epoca romana.

Ogni scavo eseguito negli anni ha fatto emergere preziosi reperti storici dal valore inestimabile: che fine hanno fatto? Nessuno lo sa, anche se il sospetto che si siano trasformati in soprammobili all’interno delle abitazioni dei dipendenti della struttura è piuttosto forte .

Le proposte di ristrutturazione dell’edificio sono arrivate nel corso degli anni da più parti: privati, università e associazioni hanno presentato progetti di riqualificazione della zona. Tutti bocciati. E allora? Che fare? Al momento nulla. Solo osservare da fuori l’ennesimo spreco di un’Italia ferita grave.

 

 

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