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Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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Archivi per la categoria 'Pubblica Amministrazione'

mar, set 20, 2016  Patrizia Caroli
Dipendenti statali: la Manovra 2017 conduce allo sblocco dei contratti?
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Mancano poco meno di 20 giorni alla stesura definitiva della Manovra 2017, ovverosia la Legge di Stabilità all’interno della quale verranno definite e ripartite le risorse per stimolare la crescita nel nostro Paese per l’anno prossimo. Al centro di gravità del provvedimento ovviamente sono posizionate le questioni che interessano da vicino il Pubblico Impiego: i contratti pubblici ed il loro rinnovo, uno dei grandi temi che ci sta accompagnando in questa fine di estate, hanno infatti una rilevanza amplissima. Ma cosa accadrà?

 

manovra-2017-contratti-statali

La Manovra 2017 pone al centro gli statali: visione d’insieme

 

Una visione generale in primo luogo: la Legge di Stabilità 2017 prevederà meno tasse, più investimenti, pensioni minime e ovviamente rinnovo dei contratti pubblici. Il premier Renzi pigia sull’acceleratore della nuova Manovra che dovrebbe essere pronta entro il 12 ottobre. Lo scheletro del provvedimento è da tempo all’attenzione dei tecnici: l’intervento a favore dell’economia sarà di circa 25 miliardi. Le coperture, per circa 10 miliardi, arriveranno da spending review, rientro capitali, lotta all’evasione e risparmi sugli interessi, mentre circa un punto di Pil, pari a 16 miliardi, sarà imputato a deficit.

 

Rinnovo contratti Pubblico Impiego 2017: il rebus delle coperture

 

Come detto in apertura al centro del provvedimento si collocano il pacchetto pensioni, il rinnovo del contratto degli statali e la scuola. Le risorse per il nuovo contratto di lavoro degli statali, fermo da sette mesi, dovrebbero ammontare a circa 2 miliardi. Ma attenzione, due ordini di temi vanno esposti per comprendere appieno cosa accadrà con riferimento a questo importantissimo tema. Infatti le dimensioni della dote aggiuntiva che sarà messa a disposizione dalla legge di bilancio rimane la variabile fondamentale per il rinnovo dei contratti di coloro che sono impiegati nella PA: si tratta della cosiddetta rigidità delle “fasce di merito” introdotte dalle mai attuate norme della riforma Brunetta. Queste imporrebbero di dedicare ai premi individuali la quota prevalente dei fondi decentrati concentrando sul 25% del personale il 50% delle risorse. Inoltre affiorerebbe forte limitazione delle regole contrattuali realizzata fissando per legge una serie di materie prima lasciate alle relazioni sindacali.
Dopo oltre 2 settimane di trattative con l’ARAN, i sindacati hanno lasciato emergere tali nodi: nodi il cui superamento (con conseguente allargamento delle materie da lasciare alle trattative sindacali) è anche un obiettivo del Governo Renzi. Quest’ultimo, mediante le bozze del nuovo Testo Unico del Pubblico Impiego attuativo della riforma Madia, sta elaborando gli strumenti per porre ordine alla disciplina. Il decreto, tuttavia, non giungerà al traguardo prima di giugno e quindi non potrà risolvere una contrattazione chiamata a ripartire da luglio 2015. Permane pertanto l’incognita sull’entità delle coperture di un rinnovo che, qualora non dovessero essere risolti tale problematiche, potrebbero essere ridotte a circa 800 milioni di euro complessivi, meno della metà assicurata tramite gli annunci delle scorse settimane. A tal riguardo maggiori chiarimenti giungeranno dalla riunione collettiva che si terrà nella giornata di domani.

 

Manovra 2017. Insegnanti e pensioni

 

Infine, tornando alla Manovra 2017, l’intervento sulle pensioni dovrebbe configurarsi più snello del previsto e concentrarsi sull’Anticipo pensionistico (Ape), la possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro, con, in aggiunta, la cosiddetta quattordicesima per le pensioni inferiori a 750 euro, con un incremento di circa 50 euro al mese. Confermati, in ultima istanza, i circa 350 milioni del bonus per l’aggiornamento professionale degli insegnanti.

 

Fonte: Sole24Ore

 

Patrizia Caroli

 

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mar, set 13, 2016  Roberta Buscherini
Anticipo pensionistico (Ape) anche per i dipendenti statali: ultime novità
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Il Governo effettua l’annuncio che non possiede ancora i crismi dell’ufficialità, ma che disegna nell’etere di questo mese di settembre 2016 una certezza: l’Ape, ovverosia l’Anticipo pensionistico creato dalla compagine governativa renziana, diventerà operativo a breve, già a partire dal 2017. E attenzione: sarà applicabile anche ai dipendenti pubblici. Insomma, finalmente si potrà andare in pensione in lieve anticipo, con un piccolo sacrificio in termini economici, graduato tuttavia sulle condizioni del lavoratore. Ma di cosa si tratta, nella sostanza?

 

APE anticipo pensionistico

Anticipo pensionistico (Ape): di cosa si tratta

 

L’Anticipo pensionistico (Ape) è un istituto che consentirà ai nati tra il 1951 e il 1954 di lasciare il lavoro tre anni prima di quanto previsto dalla Legge Fornero. “L’anticipo pensionistico – afferma il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini, intervistato dal programma di Rai3 “Presadiretta” – è per tutti, indipendentemente dalla gestione previdenziale. Quindi vale per gli autonomi, per le partite Iva della gestione separata, artigiani, commercianti». Come riporta il Corriere della Sera, nell’intervista Nannicini non cita espressamente i dipendenti pubblici, “ma, dopo qualche oscillazione nelle settimane passate, ormai è certo che la misura riguarderà anche loro”.

Non conterà, pertanto, la provenienza della gestione previdenziale. Ma chi potrà accedere all’Ape? Tutti quei lavoratori (350 mila il primo anno, secondo le stime del Governo) cui mancano tre anni e sette mesi alla pensione di vecchiaia. A partire dal 1° gennaio 2017 (a patto che l’accordo venga firmato entro la data tassativa del 21 settembre) potranno andare in pensione, pagando una rata ventennale, i lavoratori con 63 anni di età. Il prestito sarà sperimentato per due anni e la spesa pubblica prevista non dovrebbe superare i 400 milioni di euro. L’anticipo pensionistico si configurerà come una libera scelta del contribuente, consapevole del taglio alla futura pensione di vecchiaia (previsto nell’ordine del 5% dell’assegno lordo per ogni anno che si scelga di anticipare)

 

Anticipo pensionistico APE. Di quanto si riduce la pensione?

 

Sulla pensione anticipata il Corriere della Sera ha effettuato un calcolo riferito alla situazione-tipo di un dipendente pubblico, un docente della scuola in servizio da trentaquattro anni, che al termine di quest’anno scolastico, con il riscatto dei quattro anni della laurea, accumulerà trentotto anni di contributi versati. Nell’ipotesi di non ricorrere alla pensione anticipata, con l’attuale normativa l’insegnante potrà lasciare il posto di lavoro solo a partire dal 1° settembre 2020, con quarantadue anni e tre mesi di contributi totali. Al contrario, con l’anticipo pensionistico coniato dal Governo, il docente potrebbe godere dell’uscita flessibile con decorrenza settembre 2017, tre anni prima della pensione di vecchiaia.

 

APE: Eccezioni e benefici

 

Ovviamente sono al vaglio misure per consentire una flessibilità indolore a determinate categorie di lavoratori: si tratterebbe di agevolazioni per consentire un accesso all’Ape senza costi per i disoccupati, i disabili e i lavoratori privi di ammortizzatori sociali: in tale circostanza l’intera rata di ammortamento andrebbe a carico dello Stato. All’interno di questo novero dovrebbero essere inclusi i lavori particolarmente pesanti (l’ipotesi più probabile è quella che ammette al beneficio i lavoratori dell’edilizia, della scuole di infanzia, macchinisti ed infermieri) purché l’importo della pensione sia inferiore 1.200 euro netti (cioè 1.500 euro lordi).

 

Fonte: corriere.it

 

Roberta Buscherini

 

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lun, set 12, 2016  Valentina
Pubblica Amministrazione. Aumenti in vista. E non solo di stipendio
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aumento-stipendio-pubblica-amministrazioneQuesta riforma della pubblica amministrazione continua a riservare tantissime soprese. Tutte ancora indiscrezioni, nulla di ufficiale, ma gli animi si stanno già scaldando al solo pensiero. Pare infatti che tecnici della pubblica amministrazione e sindacati stiamo lavorando a un progetto di aumento delle ore settimanali dei dipendenti statali, dalle attuali 36 alle ordinarie 40 del settore privato.

 

 

Tale progetto sarebbe però legato alla volontà del dipendente di scegliere o meno il nuovo orario, non ci sarebbero imposizioni.

 

 

 

Pubblica Amministrazione. Tutto ruota intorno alla flessibilità

 

 

 

 

Il principio della flessibilità dunque rimane un perno imprescindibile per questa riforma madia. Per coloro che sceglieranno di aumentare le proprie ore di lavoro ci sarà anche un aumento della retribuzione mensile.

 

 

Le indiscrezioni di cui stiamo parlando arrivano dal quotidiano “il messaggero” di giovedì 8 settembre e riportano anche che questa proposta sarebbe frutto dei sindacati, non del governo, ma che avrebbe comunque trovato terreno fertile nelle istituzione e un tavolo di discussione già aperto. Tale disponibilità deriva anche dalla volontà di voler adeguare le ore settimanali alla media europea.

Quello sulla flessibilità di orario non è l’unico tema di confronto in realtà.

 

 

Dalle indiscrezioni si deduce anche che potrebbero esserci altri due ambiti nei quali l’intenzione del governo è quella di restringere l’azione.

Il primo è quello dei permessi previsti dalla legge 104/1992 per l’assistenza a parenti disabili. Questa legge è stata usata e abusata per troppo tempo e merita una revisione e un giro di vite.

 

 

Il secondo ambito riguarda invece le assenze registrate nei giorni di venerdì e lunedì, notevolmente più alte rispetto a quanto avviene nel settore privato, quindi degno di una revisione.

 

 

La prima scadenza sarà dunque il 15 settembre, giorno nel quale si concluderà la prima parte della negoziazione tra le parti. Per tutti gli aspetti invece tecnici si dovrà attendere febbraio prossimo e il testo unico che dovrà disciplinare l’intera riforma. Entro fine mese comunque dovrà essere apposta la firma tra i sindacati di categoria e il ministro Marianna Madia.

 

 

 

 

 

Fonte: blastin gnews / ilmessaggero

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

 

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mer, set 7, 2016  Patrizia Caroli
Rinnovo contratti PA: la stagione del disgelo comincia ora
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I giorni decisivi per il rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione stanno per arrivare: dopo l’incontro rilevante tra il ministro della PA Marianna Madia e i Sindacati riuniti avvenuto lo scorso 26 luglio, ampio spazio sarà riservato in questo “caldo” autunno ad uno temi più rilevanti dell’agenda del 2016 (soprattutto per le tasche di quasi 3 milioni di dipendenti pubblici). Le richieste dei sindacati hanno preso forma, e subito dopo Ferragosto ampio spazio è stato riservato all’argomento sui principali quotidiani italiani. Al momento, secondo l’ultima rilevazione ISTAT, sono 15 i contratti della Pubblica Amministrazione da rinnovare, con una platea interessata di 2,9 milioni di addetti su un totale di 8,2 milioni.

 

Rinnovo contratti PA

Rinnovo contratti Pubblica Amministrazione: le pretese dei sindacati

 

“Il blocco della contrattazione dal 2010 al 2015 ci è costato 35 miliardi come certificato dalla Avvocatura dello Stato” hanno spiegato con una solo voce le maggiori sigle sindacali: ed in tale direzione non bisogna dimenticare che l’anno scorso la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittimo (da agosto del 2015) il blocco della contrattazione, escludendone tuttavia la retroattività che avrebbe portato disastri e aperto una voragine nel bilancio dello Stato. Ma sul campo la pronuncia ha effetti enormi per i dipendenti pubblici che da oltre 7 anni vedono la loro busta paga immobile di fronte ad un costo della vita che si innalza. Come se non bastasse è giunto poi il conteggio dell’Avvocatura generale, che ha quantificato il costo dei mancati rinnovi 2010-2015 in 35 miliardi. Da qui le pretese (sacrosante) dei sindacati.

 

Rinnovo contratti PA: All’appello mancano 212 euro lordi al mese a testa

 

Dall’altro lato la CGIL ha quantificato i mancati aumenti in busta paga cagionatisi in questi anni di congelamento dei contratti. Il saldo è il seguente: 212 euro lordi al mese per ogni anno. Per giungere a tale cifra è infatti sufficiente dividere i 7 miliardi annui mancanti per la platea di circa 3 milioni di dipendenti della Pubblica Amministrazione.
La richiesta delle sigle sindacali è tuttavia abnorme per le casse (piangenti) dello Stato: i 7 miliardi di euro richiesti per “restituire dignità e professionalità ai lavoratori”sono un’utopia fatta e finita in tempi di revisione della spesa e finanziarie lacrime e sangue. Tuttavia una spazio di sacrosanta mediazione deve affiorare.

 

Il balletto delle cifre e la realtà delle cose

 

Sono ora in arrivo le settimane decisive per il rinnovo contratti PA : negli scorsi giorni il viceministro dell’Economia Enrico Morando ha evidenziato nella giornata di ieri la necessità di “aumentare le risorse”, andando oltre i 300 milioni previsti dal Governo, ritenendo tuttavia impossibile raggiungere i 7 miliardi evocati (messianicamente) dai sindacati. Il balletto delle cifre dovrà concludersi presto, però, per affluire poi nell’alveo onnicomprensivo della Legge di Stabilità 2017 (attesa come di consueto per la fine dell’anno, a ridosso di Natale). Un contenitore “polivalente” attraverso il quale dovrà essere trovata una formula magica per “coprire” da un punti di vista economico una serie di misure idonee a favorire la crescita nel Paese, dall’anticipo pensionistico alle ricongiunzioni gratuite transitando per un ampliamento della quattordicesima.

 

Fonte: Sole24Ore

 

Patrizia Caroli

 

 

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mer, ago 31, 2016  Valentina
Pubblica Amministrazione. Dirigenti nel mirino
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dipendenti-pubblica-amministrazioneQuesta riforma sui dipendenti pubblici di cui si sente tanto parlare, spesso anche a sproposito, che il Governo Renzi sta discutendo in questi giorni, cambierà le regole del gioco non solo per i semplici dipendenti, ma anche, meglio forse soprattutto per coloro che rivestono il ruolo di dirigente.
Nulla ancora di certo, è chiaro. Il parlamento non ha ancora espresso il suo assenso, ma l’impronta del presidente rottamatore e del suo braccio destro Marianna Madia, è ben definita in questa riforma, che mira a regolamentare la valutazione e la retribuzione dei dirigenti della pubblica amministrazione secondo parametri più rigidi di quelli vigenti. Tale scopo è in linea con quanto richiesto anche dall’Unione Europea.
Vediamo insieme nel dettaglio cosa potrebbe cambiare.

 

Pubblica Amministrazione: Ecco cosa potrebbe cambiare per i dirigenti della PA

 

 

 

La più grande novità e anche il primo grande nodo di scontro tra politica e PA riguarda l’azzeramento delle attuali fasce di appartenenza dei dirigenti. Nella riforma infatti si parla di un unico ruolo per tutti i dirigenti, che tradotto in termini pratica significherà la rinuncia per oltre 500 dirigenti attualmente inquadrati in fascia uno di tutti i privilegi disposti per legge.
Date le forti resistenze già mostrate proprio dai dirigenti attualmente in fascia uno a seguito di questa possibilità appena descritta, la riforma prevedrebbe un ultima possibilità: il 30% dei posti che verranno messi a bando dovranno rimanere riservati a loro. Una sorta di paracadute per i 500 dirigenti che, considerate le altre prospettive, non è niente male…
Anche i risultati ottenuti dai dirigenti verranno classificati secondo criteri molto più dettagliati, atti a valutare nello specifico l’attività dirigenziale. La valutazione andrà poi a incidere dal 30 al 40% sulla retribuzione.
Se la riforma vedrà l’approvazione del parlamento, i dirigenti avranno un incarico “a tempo” della durata di 4 anni, rinnovabili una sola volta per due anni, chiaramente a fronte di una valutazione sulle attività che sia positiva.

 

 

Pubblica Amministrazione. Il Rischio di perdere il ruolo c’è

 

 

Anche l’introduzione di un concorso nazionale che ogni dirigente dovrà sostenere ha suscitato reazioni negative nella categoria per molte e diverse ragioni che vi andiamo a elencare.
Lo scopo di ciò è quello di creare una graduatoria unica, da cui le singole amministrazioni possano attingere per l’assunzione dei dirigenti, sulla base delle specifiche competenze ed esigenze di settore.
Cosa accadrà a chi non verrà scelto? Tanto per iniziare vedranno ridursi la propria retribuzione fino alla soglia di base; inoltre per ogni anno nel quale rimarranno fermi in graduatoria senza ricevere incarichi da nessuna amministrazione, la retribuzione base subirà un ulteriore taglio del 10%.
Se la situazione di stallo rimane tale per sei anni, il dirigente dovrà abbandonare il suo ruolo, fino alla qualifica di semplice funzionario pubblico.

 

 

 

 

 

Fonte: panorama / liberoquotidiano

 

 

 

 

 

 

Valentina Stipa

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