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Stipendi Polizia di Stato: I più bassi d’Europa



Stipendi Polizia di Stato: I più bassi d’Europa
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Stipendi Polizia di Stato

stipendi polizia di stato

Foto: difesa.it

Con i suoi 621.253,75 euro annui, non c’è capo della Polizia più pagato di quello italiano. Se si pensa che lo stipendio base del capo dell’FBI è pari ai 116 mila euro a cui vanno aggiunte compensazioni che possono arrivare fino a un massimo del 28% aggiuntivo della retribuzione iniziale, stabilita, come per tutti gli atri dipendenti statali da un’agenzia federale apposito.

 
Con non poca polemica da parte del capo della polizia Antonio Manganelli, la spending review ha colpito anche il suo stipendio con il decreto legge di Monti che fissa il tetto dei 294mila euro l’anno come limite massimo di guadagno per coloro che lavoro nell’amministrazione pubblica.
Questi dati sembrano un paradosso se si pensa che un poliziotto medio invece guadagna la metà dei suoi colleghi europei. Molto è legato all’arrivo dell’euro che ha fatto aumentare in 10 anni solo del 30% gli stipendi mentre il costo di tutto il resto a partire dagli affitti è schizzato in alto al punto da rendere insostenibile la pressione anche per coloro che un tempo erano considerate categoria professionali privilegiate a livello economico come i poliziotti.

 
Il confronto con gli altri paesi europei come Francia e Germania è semplice ed efficace in quanto avendo la stessa moneta e costi della vita molto simili, il risultato è immediato e mai a favore degli italiani. Se poi ci si sbilancia a effettuare un confronto con la polizia inglese, il rapporto è 1 a 3 se si considera chela sterlina vale circa €1.75 .

 

Stipendi Polizia di Stato

 

Parlando in numeri, un poliziotto italiano appena assunto guadagna 1200 euro netti al mese. I colleghi tedeschi della polizia criminale federale prendono 1626 euro. In Francia, i neoassunti nella Police Nationale guadagnano 1683 euro. Commentare tali cifre diventa del tutto superfluo .
Questo panorama è frutto del mancato adattamento delle retribuzioni, non solo per il comparto sicurezza, alla reale inflazione che ha provocato una perdita enorme del potere d’acquisto a cui, in maniera inversamente proporzionale, ha fatto seguito una richiesta di maggiore specificità, maggiore professionalità che non ha visto alcun riscontro economico.
Visti gli stipendi polizia di stato attuali, non ci si meraviglia quindi di scoprire che almeno il 30 per cento dei dipendenti pubblici impiegati nella pubblica sicurezza svolge abitualmente un altro impiego part-time per arrivare a fine mese come conferma Massimiliano Acerra, dirigente nazionale e responsabile ufficio studi del sindacato di polizia Coisp. Tra questi peraltro in pochissimi, non più di uno su dieci, hanno l’autorizzazione del ministero.

 

Stipendi Polizia di Stato: Italia Vs Europa

 

Ma il problema della condizione economica dei poliziotti italiani non si ferma a questa disfatta rispetto all’Europa. Nel rinnovo del contratto, fermo dal 2009, è indispensabile ricontrattare lo status particolare del soggetto professionale che non può essere trattato con gli stessi parametri di un semplice dipendente statale, poiché seppure appartiene a questa categoria, possiede specificità che lo rendono differente. Per questo motivo, gli stipendi polizia di stato non sono paragonabili alle retribuzioni di altre categorie.
Il segretario generale del Siulp Felice Romano lancia l’allarme usura e la necessità di adeguare gli stipendi polizia di stato nella direzione del riconoscimento dello status speciale di questa categoria professionale: “se prima ai poliziotti era garantito un accesso agevolato al credito, adesso non è più così facile. Così succede che gli agenti rischiano addirittura di finire nelle mani degli usurai. Abbiamo già dovuto salvare dei colleghi. Ci sono due strade: o lo Stato si fa carico di mantenere dei livelli salariali tali da arrivare a fine mese, oppure bisogna dare ai poliziotti la possibilità di avere una seconda occupazione ”.

 

Fonti: Ibidem /Tg1.rai.it / Carabinieriditalia.it / Repubblica.it

 

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3 Commenti a “Stipendi Polizia di Stato: I più bassi d’Europa”

  1. Alessandro Palma Says:

    Rubrica “Pillole di economia”:
    Comparto sicurezza, lavoro “atipico”.

    Vorrei prendere spunto dal dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e del tanto discusso articolo 18, per una riflessione tout court sulla condizione del lavoratore statale e, in particolare, dell’appartenente alle forze dell’ordine.
    E’ noto che, nei periodi di congiuntura economica favorevole, quelli dell’espansione e della crescita per intenderci, il lavoratore che maggiormente beneficia di tale situazione rialzista e ne cavalca l’onda, è quello autonomo, sia perché meno soggetto a lacci e lacciuoli, sia perché possiede una maggiore flessibilità rispetto a quello dipendente. Per anni, noi statali, che della grande famiglia dei lavoratori dipendenti, siamo la categoria più significativa, tagliati fuori dai ritmi di crescita a due cifre dei lavoratori autonomi in tempi di vacche grasse, ci siamo sentiti rispondere, a fronte di una nostra legittima richiesta di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita, che i nostri “vantaggi” consistevano nella certezza di uno stipendio sicuro (per la serie “poco ma buono”) e, soprattutto, di un posto “vita natural durante”, insistendo sul fatto che avremmo avuto la nostra – magra – rivincita nei periodi di stasi economica. Ora che quei periodi sono ahinoi giunti, ci sentiamo rispondere che abbiamo troppi privilegi e che quelli che una volta gli economisti chiamavano vantaggi del pubblico impiego, adesso sono diventati dei veri e propri freni all’economia ed al mercato del lavoro.
    Oggi, la parola d’ordine è flessibilità, concorrenza, dinamicità: prerogative che poco si adattano alle caratteristiche del lavoratore statale. E allora, via alla corsa al massacro: licenziamenti più facili, contratti bloccati a data da destinarsi, mobilità d’ufficio senza indennizzo, penalizzazioni stipendiali in caso di malattia e chi più ne ha, più ne metta!
    A mio avviso, sebbene il lavoratore del pubblico impiego non può e non deve essere escluso da una vera riforma del mercato del lavoro per contribuire ad una maggiore competitività del Sistema-Paese, il punto di partenza deve essere opposto a quello che oggi è il sentiment concettuale del lavoratore statale, paragonato ad un parassita, fannullone e panzone. A fronte, infatti, della perdita della prerogativa del posto fisso (che è giusto tutelare, ma non difendere ex ante), l’impiegato pubblico dovrebbe beneficiare di quel quid stipendiale in più che finora gli è stato negato, proprio in virtù della perdita di tale presunto vantaggio.
    Una ulteriore penalizzazione dell’impiegato pubblico è quella dell’esclusività del rapporto di lavoro che svantaggia oltremodo, gli appartenenti alle forze dell’ordine in primo luogo, già zavorrati da anacronistici vincoli: essi, infatti, non beneficiano del part-time, sono privati della corresponsione della 14ma mensilità e non possono avvalersi del diritto di sciopero (da qui il mio sarcastico riferimento al poliziotto quale lavoratore atipico per antonomasia). Mentre, cioè, gli imprenditori, i professionisti, i lavoratori autonomi (e perfino i politici, sic!) possono dar luogo a più rapporti di lavoro contemporaneamente, sommando incarichi e consulenze, con relativo cumulo di stipendi, il lavoratore pubblico, in linea generale, non può servire che lo Stato. Per tale esclusività, il suo unico padrone – lo Stato, appunto – non paga nemmeno i diritti d’autore. Occorrerebbe, invece, a mio avviso, lasciare al lavoratore del pubblico impiego la decisione su come spendere il proprio tempo libero, senza vietargli di mettersi in gioco, per costrizione o per piacere, attraverso una seconda attività. Questo porterebbe ad una ulteriore emersione del lavoro nero (dei tanti lavoratori statali che, giocoforza, lo attuano già sottobanco perché con l’acqua alla gola), ad un maggior gettito fiscale grazie all’accresciuto imponibile ed anche ad un innalzamento dei consumi, favorito dalla maggiore disponibilità economica di una fetta considerevole della popolazione italiana. Viceversa, qualora lo Stato volesse tutte per sé le attenzioni e le energie del proprio dipendente pubblico, vincolandolo anche oltre l’orario di servizio, come farebbe un morboso padre padrone con i propri figli, allora sarebbe giusto riconoscere al dipendente un surplus, una sorta di “diritto di esclusiva”. In fin dei conti, ogni attenzione ha il suo prezzo!

    Alessandro Palma

  2. Alessandro Palma Says:

    La busta paga del poliziotto erosa dall’inflazione e dalle nuove tasse.

    Da un recente report dell’ISTAT (l’istituto nazionale di statistica) il tasso medio dell’inflazione, nell’anno 2012, è stato del 3%. Ciò significa che un determinato bene o servizio, acquistato il 31.12.2012, è circa il 3% più caro di quanto lo avremmo potuto pagare il 01.01.2012.
    L’inflazione, infatti, misura l’andamento dei prezzi di beni e servizi, in base ad un “paniere” di prodotti campione, elaborato dall’ISTAT. Questo paniere si è evoluto e modificato nel corso degli anni, in modo da rimanere il più possibile agganciato ai cambiamenti che la stessa società civile impercettibilmente compie di anno in anno, anche a causa dei nuovi ritrovati tecnologici e delle mutate esigenze ed abitudini della collettività.
    I beni e i servizi che vengono presi in considerazione ai fini del calcolo dell’inflazione riguardano le seguenti categorie:
    - Prodotti alimentari e bevande analcoliche;
    - Bevande alcoliche e tabacchi;
    - Abbigliamento e calzature;
    - Abitazione, acqua, elettricità e combustibili;
    - Mobili, articoli e servizi per la casa;
    - Servizi sanitari e spese per la salute;
    - Trasporti;
    - Comunicazioni;
    - Ricreazione, spettacoli e cultura;
    - Istruzione;
    - Servizi ricettivi e di ristorazione;
    - Altri beni e servizi.
    Naturalmente, non tutte le voci di cui sopra sono cresciute allo stesso modo, nel corso del 2012: a fronte del calo dei prezzi delle comunicazioni (-1.5%) si registra un aumento delle voci prezzi di abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+7,1%, dal +5,1% del 2011), dei trasporti (+6,5%; era +6,2% il precedente anno) e delle bevande alcoliche e tabacchi (+5,9%, dal +3,5% del 2011).
    Ciò che più fa preoccupare, è l’aumento del 4.3% relativo a beni e servizi ad alta frequenza di acquisto da parte del consumatore, in particolar modo alimenti e carburanti.
    A fronte di un aumento generalizzato dei costi di beni e servizi di circa il 3%, la busta paga dei dipendenti statali è rimasta invariata e tale lo sarà anche per gli anni 2013 e 2014. Ciò a causa del blocco stipendiale deciso dalla passata legislatura, che ha anche introdotto il concetto di tetto salariale: il dipendente pubblico non potrà percepire per gli anni 2011, 2012, 2013 e 2014 un reddito annuo superiore a quello avuto nell’anno 2010. Quindi, qualunque aumento stipendiale dovuto a scatti di anzianità, cambio di qualifica, assegno di funzione (per noi appartenenti alle forze dell’ordine) e quant’altro viene di fatto congelato e, quindi, perso, poiché non è previsto alcun recupero.
    Ad onor del vero, per gli appartenenti alle forze di Polizia è stato riconosciuto un assegno chiamato “una tantum”, che compensa in un’unica soluzione i mancati guadagni che si sarebbero generati dagli aumenti dei vari scatti stipendiali e di merito. L’assegno “una tantum” copre il 100% dei mancati aumenti che l’appartenente alle forze dell’ordine avrebbe dovuto percepire nell’anno 2011, ma andrà a diminuire negli anni successivi al 2011: in particolare, esso sarà del 46% del totale degli aumenti spettanti per il 2012 e del 13% per quelli che si sarebbero dovuti ottenere nel 2013 senza l’applicazione del blocco stipendiale. Per il 2014 nessuna somma aggiuntiva, ad oggi, è stata stanziata. La diminuzione progressiva dell’aliquota di recupero è data dal fatto che, mentre la somma stanziata nel 2011 deve compensare solo le perdite di quell’anno (e quindi le copre al 100%), la stessa somma l’anno successivo dovrà coprire due esercizi (2011 e 2012), mentre nel 2013 la stessa somma dovrà essere spalmata negli anni 2011, 2012 e 2013, con un chiaro effetto diluitivo. Questa eccezione riservata alle forze dell’ordine è solo una magra consolazione perché riduce i danni rispetto ad un qualsiasi altro dipendente statale, ma non risolve la situazione di una complessiva erosione del potere di acquisto della busta paga del dipendente statale, la quale verrà bombardata da un attacco incrociato formato da: tasso d’inflazione (di cui ampiamente ho trattato sopra), IMU che ha debuttato nel 2012 e le nuove ulteriori tasse, create dal nulla, dal decreto cosiddetto “Salva Italia” che si aggiungeranno nel 2013: la TARES (la nuova tassa sui rifiuti e servizi urbani che debutterà ad aprile), l’Ivie (imposta sul valore degli immobili situati all’estero) che sarà pari al 7,6 per mille del valore della casa come risulta dall’atto d’acquisto o dal contratto (quando non ci sono, secondo il valore di mercato) e la Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie che si pagherà a partire dal prossimo primo marzo sui trasferimenti di azioni e titoli partecipativi.
    senza dimenticare che dal prossimo 1° luglio, l’aliquota IVA passerà dal 21 al 22%.
    Insomma, se questa non è la tempesta perfetta, poco ci manca!

    Alessandro Palma

  3. Alessandro Palma Says:

    Pensioni: quale futuro per i giovani?

    La data del 1° gennaio 1996 segna lo spartiacque tra il vecchio ed il nuovo metodo di calcolo pensionistico. Infatti, prima di quella data e fin dalla sua istituzione, la pensione si calcolava con il sistema retributivo, cioè in base alla media delle retribuzioni lorde del singolo lavoratore degli ultimi 5 anni di servizio, che in genere, corrispondono a quegli anni nei quali il lavoratore percepisce la retribuzione più alta dell’intera carriera professionale.
    La riforma Amato del 1992, la riforma Dini del 1995 e la legge finanziaria del 1998 hanno completamente ridefinito il regime di accesso alla pensione, sia per adeguare il sistema agli standard europei, sia per alleggerire la spesa statale destinata al Welfare. Così, dal 1° gennaio 1996, il nuovo sistema pensionistico si fonda sulla previdenza obbligatoria e su quella volontaria ed integrativa.
    La previdenza obbligatoria assicura una rendita pensionistica che non è più rapportata alle ultime 5 retribuzioni, ma all’insieme dei contributi accantonati per tutta la vita lavorativa. Quindi faranno media anche i primi stipendi del lavoratore, quelli che, notoriamente, sono i più bassi dell’intera carriera poiché, come ci insegna la matematica, sono i numeri bassi che fanno scendere la media. Per sopperire ai minor introiti dovuti al nuovo calcolo pensionistico, basato sul metodo contributivo, il legislatore ha previsto per il lavoratore la possibilità di introdurre la previdenza integrativa, detta anche complementare. Integrativa perché dovrebbe servire proprio ad integrare il minor reddito percepito con la riforma pensionistica; complementare perché parallela a quella statale e basata su un regime di volontarietà. Tale scelta dovrebbe permette al lavoratore che decide di aderirvi, di mantenere il livello economico raggiunto nell’ultimo periodo di lavoro.
    Il problema, come sempre, è nell’attuazione pratica. Il nuovo metodo per il calcolo della pensione decurta, di fatto, l’ultimo stipendio di una percentuale talmente elevata, da non riuscire ad essere colmata dall’ausilio della previdenza integrativa, la quale, peraltro, non è stata ancora avviata per il pubblico impiego. Solo le compagnie assicurative (e quindi private) hanno introdotto degli strumenti finanziari dedicati, ma manca la normativa che consente alla previdenza complementare di decollare e di diffondersi, anche e soprattutto attraverso l’introduzione di agevolazioni fiscali per il lavoratore dipendente del settore pubblico che decidesse di aderirvi.
    Giusto per fare un esempio, io stesso ho fatto un calcolo della mia pensione utilizzando il calcolatore che potrete trovare sul sito de Il Sole 24Ore: il risultato ottenuto è stato un tasso di sostituzione del 66,5%. Cosa significa? Significa che la mia prima pensione sarà il 66,5% del mio ultimo stipendio, o, in altre parole, che subirò una decurtazione del 33,5% nella mia prima busta paga da pensionato. In pratica, nel 2036, anno in cui si presume andrò in quiescenza, il mio reddito verrà portato indietro fino ad equiparare quello percepito nel 2009.
    Un salto nel buio, come quello appena descritto, non può non far riflettere me e chi come me si troverà nella mia stessa situazione. Anche perché, se queste sono le premesse, vero è che la situazione può solo peggiorare, a causa dell’aumento dell’età media della popolazione italiana e dell’innalzamento delle aspettative di vita (in pratica lo Stato si troverà a pagare la pensione a sempre più persone, per sempre più tempo), mentre diminuirà la base lavorativa sulla quale il sistema pensionistico reperirà le risorse necessarie, poiché i giovani trovano lavoro sempre più tardi e con sempre maggiore difficoltà. A seguito di questa situazione, lo Stato si troverà costretto, nel prossimo futuro, ad abbassare ulteriormente i coefficienti per il calcolo della pensione contributiva, con il risultato che il mio tasso di sostituzione (attualmente del 66,5%) possa subire delle continue variazioni al ribasso.
    La beffa, per i giovani di oggi, potrebbe cioè essere duplice, “costretti”, da un lato, a delle ritenute sul proprio stipendio per sostenere ed alimentare gli Enti statali che già erogano le pensioni a chi adesso è in quiescenza, ma senza avere, dall’altro lato, la certezza che chi è dopo di noi, possa fare altrettanto per noi. Stretto in questa morsa, il giovane lavoratore deve trovare (sic!) anche le risorse per costruirsi la propria pensione su base volontaria. Tempi difficili ci attendono.

    Alessandro Palma

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