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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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dom, giu 18, 2017  Marco Brezza
Diritto allo studio infermieri: tutto quello che c’è da sapere
3 (60%) 1 Vota Questo Articolo

L’infermiere assunto a tempo indeterminato presso l’ente pubblico possiede il diritto inviolabile allo studio: un diritto davvero importante, necessario affinché quest’ultimo possa procedere con la formazione professionale durante la carriera lavorativa. Per ottemperare a tale diritto all’infermiere sono concessi permessi retribuiti nella misura massima di 150 ore all’anno, a cui vanno aggiunte le attività formative programmate dall’azienda. Il permesso può essere concesso al dipendente che abbia oltrepassato il periodo dei 6 mesi di prova.

 

diritto allo studio infermieri

Diritto allo studio infermieri: come ottenerlo

 

Tali permessi retribuiti contribuiscono a coprire la partecipazione a svariati corsi che consentono il conseguimento di titoli di studio universitari, post-universitari, di scuola di istruzione primaria e secondaria. Al fine di ottenere la concessione dei permessi di studio, gli infermieri dipendenti sono tenuti a presentare, precedentemente all’inizio dei corsi, il certificato di iscrizione, mentre in sede successiva (ovvero al termine dei medesimi corsi) devono mostrare l’attestato di partecipazione (o altra documentazione equiparata ed idonea). Ma cosa accede se tali certificazioni non vengono utilmente mostrate? I permessi già utilizzati vengono convertiti in aspettativa per motivi personali, oppure alla stregua di ferie o riposi compensativi per straordinari effettuati (qualora lo richieda l’infermiere).

 

Diritto di studio: i permessi per sostenere gli esami

 

Gli infermieri che fruiscono dei permessi di studio hanno poi diritto a turni di lavoro che agevolino la frequenza ai corsi e la preparazione agli esami: a tal fine essi non hanno l’obbligo di svolgere lavoro straordinario, né lavoro nei giorni festivi o durante il riposo settimanale.
In tale direzione devono poi essere citati i congedi per la formazione: questi ultimi sono regolamentati dalla legge n. 53/2000. Agli infermieri, con anzianità di servizio di almeno cinque anni presso la stessa azienda o ente del comparto, possono essere concessi (a richiesta) congedi non retribuiti per la formazione. Questo può avvenire soltanto nella misura totale del 10% del personale delle diverse aree in servizio con rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Va detto che la normativa generale che disciplina il diritto allo studio si colloca all’interno dei contratti collettivi di lavoro e  all’interno dell’art. 10 della legge 300/1970. Dentro questi strumenti normativi si afferma anche che il dipendente pubblico impiegato come infermiere possiede il diritto di chiedere dei permessi per il solo giorno in cui si svolge la prova d’esame: ciò al fine di sostenere gli esami relativi al corso di formazione che sta seguendo.

 

Diritto allo studio infermieri: chi paga? La risposta della Cassazione

 

Riveste importanza in materia di diritto allo studio una sentenza della Corte di Cassazione (n. 21817 del 20 ottobre 2011) la quale afferma, in pratica, che il diritto allo studio non è a carico dell’azienda bensì è un dovere che grava sul professionista (quindi anche sull’infermiere). Si afferma che il “campo di attività e di responsabilità dei professionisti sanitari, che deve essere individuato anche mediante la formazione di base e post-base, rappresenta un elemento costitutivo della professionalità diretta ad assicurare un servizio adeguato ed esauriente al cittadino”. Rimane ovviamente spazio poi per particolari borse di studio o tutele per incentivare la formazione dei dipendenti. Ma questa è un’eccezione che non fa altro che confermare la regola.
Pertanto la formazione è un elemento che fa parte del novero dei diritti che appartengono alla categoria degli infermieri: ma ciò non significa che questi ultimi siano anche esenti dal costo della formazione.

 

 

Marco Brezza

 

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lun, mag 11, 2015  Marco Brezza
Infermieri dipendenti pubblici, attenzione alla pronta disponibilità
3.8 (76%) 5 Vota Questo Articolo

infermieri pronta disponibilitàPuò accadere che l’istituto della pronta disponibilità per gli infermieri venga utilizzato come sostitutivo di turno e non integrativo dello stesso? Tale situazione starebbe avvenendo anche in Sicilia: ad affermarlo sono i Collegi Ipasvi della Sicilia, che non esitano a puntare il dito contro le dotazioni organiche in atto, quelle determinate mediante decreto assessoriale del 2010.

 

Pronta disponibilità infermieri, rapido focus

 

Per comprendere queste dichiarazioni, facciamo un rapido focus sul tema della pronta disponibilità relativa al comparto degli infermieri dipendenti pubblici. In primo luogo è necessario affermare che il servizio di pronta disponibilità prevede che il lavoratore sia immediatamente reperibile e che lo stesso sia obbligato a raggiungere la struttura nel tempo previsto con modalità già stabilite in sede di concertazione.
Il servizio di pronta disponibilità può essere svolto soltanto dai dipendenti addetti alle attività operatorie e nelle strutture di emergenza, in numero strettamente necessario a soddisfare le esigenze funzionali dell’unità e, ordinariamente, dal personale della stessa unità operativa. Per eccezionali esigenze di funzionalità della struttura, il servizio di pronta disponibilità può essere svolto anche dal personale tecnico e da operatori appartenenti alla categoria D.

 

Durata, periodicità, indennità

 

Con riferimento a durata e periodicità, il servizio di pronta disponibilità deve essere limitato ai turni notturni ed ai giorni festivi e, nel caso in cui esso cada in giorno festivo, deve spettare al dipendente un riposo compensativo senza riduzione del debito orario settimanale. La durata si assesta sulle 12 ore, ma può variare da un minimo di 4 ore ad un massimo di 24 ore (in tale ultima circostanza solo nei giorni festivi). Di regola non possono essere previste per ciascun dipendente più di sei turni di pronta disponibilità al mese.
Il servizio conferisce all’infermiere dipendente diritto ad una indennità per le dodici ore, e nel caos in cui il turno sia articolato in orari di minore durata, l’indennità deve essere corrisposta proporzionalmente alla sua durata, con una maggiorazione del 10%.

 

La polemica proveniente dalla Sicilia

 

Nel frattempo è polemica in Sicilia, come si affermava in apertura, anche con riferimento all’importante tema della pronta disponibilità infermieri: “Parlano di ottimizzazione delle risorse infermieristiche” e “si ostinano a non riconoscere che i margini di recupero delle risorse sono finiti”. Le parole provengono appunto da una nota, emessa dai Collegi Ipasvi della Sicilia. “Lo dimostra lo sforamento del budget dello straordinario, – prosegue la nota – utilizzato in maniera indiscriminata per eventi non straordinari ma programmati; l’istituto della pronta disponibilità utilizzato come sostitutivo di turno e non integrativo dello stesso; alcune pronte disponibilità partono addirittura dalle ore otto del mattino dei giorni feriali; dal cumulo di ferie residue del personale. Paradossalmente rimane evidente la difficoltà quotidiana degli infermieri, ma anche dei coordinatori e dei dirigenti infermieri, dove presenti, impegnati sui tavoli negoziali in estenuanti contrattazioni per ottenere più infermieri”.  Le dichiarazioni dei Collegi si innestano in ultima istanza su un aspetto sopra il quale non si può transigere,quello dei livelli assistenziali minimi da garantire: risulta infatti necessaria “un’adeguata definizione del fabbisogno di infermieri atto a garantire adeguati ed appropriati livelli assistenziali”, oltre all’auspicio che “la soddisfazione dei bisogni primari e all’igiene personale degli ammalati siano garantiti dal personale di supporto”.

 

Fonti: quotidianosanita.it

 

Marco Brezza

 

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gio, apr 16, 2015  Marco Brezza
Sanità: arrivano i tagli alle Asl? Le Regioni non ci stanno
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Sanità: il vitello da squartare per far quadrare i conti dello Stato? Oppure il settore giusto dove effettuare degli sfoltimenti della spesa pubblica? La domanda si pone con irruenza nei giorni dei tagli, alla luce anche delle parole del premier Matteo Renzi, con specifico riferimento alle Aziende sanitari locali (Asl): “Ma vi sembra normale che ci siano regioni con 7 provincie e 22 Asl? È una esagerazione. Se c’è accordo con le Regioni, perché tocca a loro intervenire, possiamo essere in condizione di ridurre le poltrone dei manager delle Asl e applicare i costi standard”.

 

tagli alle Asl

Sanità: arrivano i tagli alle Asl?

 

La possibile mannaia dei tagli potrebbe pertanto colpire i vertici delle Aziende sanitarie locali: o così par di capire analizzando le parole di Matteo Renzi in merito alla annosa questione dei risparmi da ottenere nella sanità. Pronta è stata la replica del governatore del Veneto Luca Zaia: “Siamo allibiti: prendo atto che il Presidente del Consiglio dello Stato italiano – dice Zaia – sfrutta la sua veste istituzionale per fare campagna elettorale, è gravissimo, ma lo avevamo già intuito. Ed è ancor più grave che lo faccia dicendo stupidaggini. Intanto – aggiunge – informo il disinformato Renzi che in quella Regione, cioè il Veneto, le Asl sono 21 e non 22″. Il presidente di Regione si è dilungato poi nella spiegazione relativa la fatto che “il Veneto ha i conti della sanità in attivo da 5 anni, senza introdurre mai addizionali Irpef regionali (unico in Italia) e senza mettere ticket se non quelli imposti da leggi nazionali”.

 

Il parere della Federazione delle aziende sanitarie

 

A far sentire la sua voce è anche la Fiaso, Federazione delle aziende Sanitarie ed ospedaliere, per mezzo del suo presidente Francesco Ripa di Meana: ”Il problema non è quello di ridurre le poltrone dei manager delle Asl, ma di averne bravi e capaci di centrare gli obiettivi di risparmio. La riduzione delle Asl è in alcuni casi sicuramente necessaria ed è un processo già in atto da tempo in molte Regioni. È bene però ricordare – prosegue il numero uno dellla Fiaso – che gli accorpamenti di servizi e funzioni sono stati portati avanti in questi anni dagli stessi manager alla guida delle Aziende. Ed è sbagliata l’equazione meno manager uguale più risparmio perché oltre ad incidere per lo zero virgola zero e qualcosa sui bilanci aziendali, molti di loro sono in aspettativa in altri enti della pubblica amministrazione, dove a volte erano anche meglio retribuiti. Il problema non è quello di ridurre i manager ma di averne di bravi e capaci di centrare gli obiettivi di risparmio. Quelli che dagli anni ’90 ad oggi proprio il management delle Aziende sanitarie ha contribuito a centrare, riducendo sensibilmente l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil. Che come certificato recentemente dall’Ocse è oramai la più bassa d’Europa”.

 

L’esempio della Regione Toscana

 

Un esempio nel senso dell’accorpamento arriva da un’altra realtà regionale, la Toscana: un passagio dalle Asl (istituite nel 1993) alle Super Asl. Sono 3, come afferma la legge regionale approvata un mese fa: nord, sud e centro, ribattezzate aree vaste. Assorbiranno le attuali 16 sorelle più piccole (12 sanitarie e 4 ospedaliere universitarie), a capo di ciascuna sarà collocato un coordinatore. L’assessore alla Salute della Regione Luigi Marroni, ingegnere meccanico, da alto dirigente di Fiat trattori ha gestito due fusioni. L’ultima impresa in un settore diverso lo inorgoglisce addirittura di più: “Quando la riforma entrerà a regime risparmieremo almeno il 5-6% del fondo totale. Avevamo già centralizzato acquisti, informatica e amministrazione del personale, compresi i bandi. Settanta milioni all’anno in meno”.

 

Fonti: metropolisweb.it, corriere.it

 

Marco Brezza

 

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mar, apr 7, 2015  Marco Brezza
Reperibilità operatori sanitari: cosa cambia nel riposo compensativo
3.2 (64.62%) 13 Vota Questo Articolo

Novità in arrivo per la disciplina del riposo compensativo con riferimento al settore della sanità: è stata infatti emessa nelle scorse settimane una sentenza che introduce alcuni cambiamenti a livello di principi complessivi che reggono la materia. Si tratta, in realtà, di una precisazione che però possiede un ampio riflesso su un tema importante, toccando anche aspetti non trascurabili come quelli relativi alla pronta reperibilità del personale.

 

Reperibilità operatori sanitari

Riposo compensativo in sanità: parola alla Cassazione

 

In primo luogo è necessario fornire una definizione condivisa di riposo compensativo: si tratta dell’attività prestata in giorno festivo infrasettimanale che dà titolo, a richiesta del dipendente da effettuarsi entro trenta giorni, a equivalente riposo compensativo o alla corresponsione del compenso per lavoro straordinario con la maggiorazione prevista per il lavoro straordinario festivo.
La sezione lavoro della Corte di Cassazione ha affermato, mediante sentenza n. 26723 del 18 dicembre 2014, che il servizio di reperibilità nel giorno festivo non dà diritto ad un riposo compensativo per il prestatore, ma soltanto ad un trattamento economico aggiuntivo. La precisazione fatta dalla suprema corte accoglie il ricorso di un’Asl (Azienda sanitaria locale) contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma che, a conferma della decisione del giudice di primo grado, rigettava l’opposizione dell’azienda sanitaria avverso i decreti ingiuntivi emessi su istanza di alcuni medici ed operatori sanitari a titolo di differenze retributive relative a giorni di riposo non goduto, avendo gli stessi prestato servizio di pronta reperibilità nei giorni festivi.

 

La reperibilità: una prestazione strumentale ed accessoria

 

La Cassazione ha di fatto ribaltato le valutazioni della corte di merito affermando in via preliminare che “la reperibilità prevista dalla disciplina collettiva, si configura come una prestazione strumentale ed accessoria qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro, consistendo nell’obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori del proprio orario di lavoro, in vista di un’eventuale prestazione lavorativa; conseguentemente il servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto, senza escluderlo del tutto, il godimento del riposo stesso e comporta il diritto ad un particolare trattamento economico aggiuntivo stabilito dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, determinato dal giudice, mentre non comporta, salvo specifiche previsioni della contrattazione collettiva, il diritto ad un giorno di riposo compensativo, il cui riconoscimento, attesa la diversa incidenza sulle energie psicofisiche del lavoratore della disponibilità allo svolgimento della prestazione rispetto al lavoro effettivo, non può trarre origine dall’art. 36 della Costituzione”.

 

La pronta disponibilità

 

Va detto che la disciplina del servizio di pronta disponibilità per gli operatori sanitari prevede che il lavoratore sia immediatamente reperibile e che lo stesso sia obbligato a raggiungere la struttura nel tempo previsto con modalità stabilite in sede di concertazione. Tale servizio può essere svolto soltanto dai dipendenti addetti alle attività operatorie presso le strutture di emergenza, in numero strettamente necessario a soddisfare le esigenze funzionali dell’unità e, normalmente, dal personale della stessa unità operativa. Per eccezionali esigenze di funzionalità della struttura può essere svolto anche dal personale tecnico e da operatori appartenenti alla categoria D.

 

Marco Brezza

 

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ven, mar 13, 2015  Marco Brezza
Infermieri dipendenti pubblici: quali sono i permessi per formazione?
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La disciplina dei permessi per le attività di formazione relative al personale infermieristico impiegato presso le strutture pubbliche consta di alcuni importanti elementi che è necessario sottolineare con attenzione.

 

formazione

Permessi per formazione obbligatoria infermieri: la disciplina

 

In primo luogo va citata la disciplina specifica dei permessi per formazione: gli infermieri, nel caso in cui la formazione obbligatoria sia organizzata dall’ente di riferimento, devono essere considerati in servizio a tutti gli effetti. Conseguentemente, gli oneri devono essere posti interamente a carico dell’ente stesso. I corsi di formazione sono tenuti, tendenzialmente, all’interno della cornice dell’orario di lavoro. Nel caso in cui i corsi si svolgano esternamente rispetto alla sede di servizio, la partecipazione ad essi comporta, qualora sussistano i presupposti, il trattamento di missione ed il rimborso delle spese di viaggio. A corollario di ciò va detto che le iniziative di formazione fanno tutto il personale dipendente impiegato a tempo indeterminato presso la struttura pubblica.

 

L’aggiornamento facoltativo

 

Per ciò che concerne l’attività di formazione relativa all’aggiornamento facoltativo le cose cambiano: tale tipologia di attività formativa comprende infatti iniziative documentate, selezionate dal personale interessato, anche in ambito extra regionale ed effettuate al di fuori dell’orario di lavoro. Per l’aggiornamento tecnico-scientifico facoltativo non compete la retribuzione. Tuttavia, nel caso in cui l’ente di riferimento ritenga l’aggiornamento facoltativo in linea con i programmi di formazione del personale e strettamente connesso con l’attività di servizio, può allora prevedere, in via preventiva, il proprio concorso alle relative spese.
Ai fini di questa rassegna va inoltre considerato l’importante istituto del congedo per la formazione: si tratta di un permesso particolare concesso ai lavoratori dipendenti di aziende pubbliche (e non soltanto) che abbiano almeno cinque anni di anzianità di servizio presso lo stesso ente. Il congedo per la formazione nell’intero arco della vita, continuato o frazionato, può essere fruito nella misura massima di undici mesi. Tale particolare forma di congedo per formazione non dà diritto alla retribuzione, non è utile ai fini dell’anzianità e non è cumulabile con le ferie, con la malattia e con altre tipologie di congedi. Questo speciale congedo deve essere finalizzato al completamento della scuola dell’obbligo oppure al conseguimento del titolo di studio di secondo grado, del diploma universitario o di laurea; o comunque deve consentire l’accesso alla partecipazione ad attività formative diverse da quelle poste in essere (o finanziate) dal datore di lavoro.

 

Un corollario: la formazione e il futuro della categoria infermieristica

 

Elementi molto importanti questi per la formazione continua della categoria degli infermieri anche nell’ambito delle strutture pubbliche. A tal riguardo occorre non chiusura citare rapidamente ciò che è emerso da un report presentato negli scorsi giorni dal Cerismas, il Centro ricerche e studi in management sanitario dell’Università Cattolica, che risponde ad una fondamentale domanda: in che direzione va la professione infermieristica? Lo studio parla di futuro prossimo in cui gli infermieri fungeranno anche da “facilitatori” dei processi organizzativi, “coordinatori” per la gestione delle risorse umane, “specialisti” per l’assistenza ospedaliera (anche territoriale) con una forte propensione alla multidisciplinarità e allo svolgimento di attività integrate grazie all’interazione con altri professionisti. Questi i ruoli che l’infermiere dovrà (in un’ottica virtuosa) assumere al fine di dare al management sanitario un contributo efficace e immediato.

 

Fonte: ipasvi.it

 

Marco Brezza

 

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