Dipendenti statali -il Blog-

Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: il blog di esternazioni liberatorie

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ven, apr 11, 2014  Patrizia Caroli
Scuola E Pensioni: Il curioso caso di un docente che vuole tornare ad insegnare 4.67/5 (93.33%) 3 Vota Questo Articolo

Un insegnante collocato in pensione d’ufficio ricorre per tornare sul posto di lavoro: una storia che pare curiosa ed in contraddizione con quello che è il pensare comune (a volte un po’ stereotipato). È accaduto a Reggio Calabria nel corso di questo anno scolastico. Ma andiamo ad analizzare la questione con maggiore attenzione.

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Scuola e pensioniLa vicenda del ricorso al Giudice del Lavoro

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Parrebbe che nella scuola pubblica esistano anche docenti desiderosi di rimanere in servizio: sebbene in realtà la vicenda getti luce su altri interessanti aspetti inerenti alla Riforma Fornero sulle pensioni. L’accadimento è il seguente: in Calabria un professore viene collocato in quiescenza per raggiunti limiti di età: compie 65 anni nel gennaio 2013 e viene mandato in pensione a settembre. Lo stesso professore, ritenendo che dovessero essere utilizzati i nuovi limiti di età stabiliti della riforma Fornero, impugna il provvedimento e fa ricorso presso il giudice del lavoro, vincendo. Il docente viene infatti immediatamente rimesso in servizio. Ma la storia non finisce qui: il primo settembre 2013, infatti, entra in vigore il Decreto Legge n. 101/2013 convertito nella legge n. 125/2013 attraverso la quale viene chiarito (con interpretazione) l’art. 24 della Legge Fornero: i limiti ordinamentali rimangono alla quota di 65 anni e non si elevano fino a 66. Pertanto, il professore viene rimesso in quiescenza con effetto immediato nel mese di novembre. Il docente effettua allora un’altra impugnazione davanti al giudice del lavoro: quest’ultimo non solo reintegra il professore in servizio nelle mansioni, funzioni e sede ma prospetta il reato di abuso d’ufficio inviando gli atti alla Procura (infatti il precedente provvedimento del giudice era perfettamente legittimo ed efficace, pertanto il nuovo provvedimento si poneva in contrasto con un precedente giudicato). Insomma parrebbe che tutti coloro che hanno i requisiti per la pensione al 31 dicembre 2011 possono essere congedati mediante i vecchi limiti di età (65 anni).

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Il significato della norma

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Ma quella che sembrava una comune vicenda da ricorso vinto e poi disatteso si è trasformata in un vero e proprio giudizio di legittimità sulla norma della Legge Fornero: che cosa stabilisce effettivamente quella norma? La risposta è molto complessa: in primo luogo sembra corretto poter affermare che, desumendo e interpretando la lettera del dettato normativo, venga introdotta una efficacia retroattiva (attraverso una interpretazione autentica); inoltre ci si pone l’obiettivo di svecchiare e snellire gli organici della amministrazione pubblica nel suo complesso.

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La vicenda possiede grande rilevanza per la materia pensioni (molto più di quanto si possa pensare): infatti c’è chi vuole andare in pensione subito ma c’è anche chi vorrebbe rimanere in servizio attraverso l’utilizzo dei nuovi limiti di età o avvalendosi del trattenimento in servizio per un biennio, oppure anche usufruendo di una previsione della legge Fornero (quella che permette di continuare a lavorare fino a 70 anni).

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La proposta della Gilda: pensionati e precari

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Ma questa interpretazione edifica una evidente contraddizione: infatti la legge Fornero, da una parte, crea la categoria degli esodati, mentre dall’altra costruisce le categorie di coloro che vorrebbero andar in pensione e non possono e di coloro che desidererebbero continuare a lavorare e vengono invece posti coattivamente a riposo. In questo senso emerge preponderante la proposta della Gilda della scuola: un’idea che potrebbe essere risolutiva in questo periodo di difficoltà per i precari. Si tratta infatti di consentire agli insegnanti vicini al termine della carriera di cumulare pensione e part-time, diminuendo l’impegno didattico e liberando 100mila posti di lavoro a tempo parziale per i docenti precari. Una proposta costruttiva che cerca di risolvere due problemi di diversa radice.

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Patrizia Caroli

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ven, mar 28, 2014  Patrizia Caroli
Indebitamento Inps E Le Pensioni: Esiste un futuro? 1.70/5 (34.00%) 10 Vota Questo Articolo

Il sistema delle risorse pensionistiche sta affrontando un difficile momento nel nostro paese. Le pensioni sono a rischio: e quest’ultimo non è un proclama utile solo a gonfiare gli allarmistici titoli di stampa e telegiornali. Indebitamento Inps e le pensioni si trovano infatti innanzi ad un grande ostacolo: quello della non più sufficiente sostenibilità di un sistema pensionistico che potrebbe crollare da un momento all’altro.

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Fonte: www.iljournal.it

Fonte: www.iljournal.it

Indebitamento Inps e le pensioni: la crisi ma non solo

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L’Inps infatti concluderà il corrente 2014 con a bilancio un patrimonio netto in passivo di 4,5 miliardi di euro, dopo aver assorbito l’Inpdap (l’ex istituto di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica ora soppresso) con tutto i suo carico di debiti. Il disavanzo  complessivo inerente al risultato economico di esercizio per il 2014 viene colmato dallo Stato, attraverso ovviamente l’aumento del carico fiscale che grava sulle tasche dei contribuenti: non un buon auspicio.

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Tra le cause dell’incipiente difficoltà nel settore pensioni si annovera, ovviamente, la crisi economica: ma sarebbe precipitoso attribuire tutte le colpe inerenti alla questione indebitamento Inps e le pensioni soltanto a questa causa di tipo congiunturale. È infatti chiaro che il sistema pensionistico sta per ingoiare se stesso: esistono assegni previdenziali troppo onerosi per una vasta platea di pensionati e lo sbilanciamento fra entrate e uscite è palese, con le entrate contributive sostenute in questo momento solo dal fondo per la gestione separata.

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La sostenibilità del sistema pensionistico in Italia

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Per comprendere meglio l’intrinseca difficoltà del ciclopico sistema pensionistico italiano nel sostenersi, va effettuato un breve excursus su quelle che sono le basi del sistema stesso: in Italia il sistema pensionistico pubblico è infatti strutturato sulla base del criterio di ripartizione. Ovvero i contributi che i lavoratori e le aziende versano agli enti di previdenza vengono utilizzati per pagare le pensioni di coloro che hanno lasciato l’attività lavorativa. Per far fronte al pagamento delle pensioni future, pertanto, non è previsto alcun accumulo di riserve. È chiaro che in un sistema organizzato in questa maniera, il flusso delle entrate (rappresentato dai contributi pagati) deve essere in equilibrio con l’ammontare delle uscite, cioè le pensioni pagate.  Nel nostro paese, purtroppo, è venuta a crearsi una difficile situazione costituita da due meccanismi che remano l’uno contro l’altro: da una parte il costante elevarsi della vita media della popolazione che ha contributo a far sì che le pensioni da pagare si spalmassero in un tempo più ampio (e quindi più oneroso); dall’altra il rallentamento della crescita causato dalla crisi economica ha frenato la mole delle entrate contributive. Ciò a portato i governi (che si sono susseguiti) ad attuare diverse riforme per risolvere un rompicapo apparentemente irrisolvibile, al fine di riportare dentro una congrua soglia di controllo la spesa pensionistica.

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Indebitamento Inps e le pensioni: “profondo rosso”

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Indebitamento Inps e le pensioni: il fondo inerente ai lavoratori dipendenti è in “profondo rosso”:  sotto la lente di ingrandimento ci sono tutti quei trattamenti previdenziali liquidati senza adeguata copertura contributiva negli scorsi anni: insomma una delle cause dell’attuale difficoltà va ricercata  in quel sistema di calcolo “retributivo” delle pensioni, interrotto solo nel 1995 da una riforma del governo Dini. Anni in cui il sistema ha continuato a veleggiare senza mettere in conto che il primo momento di difficoltà avrebbe potuto spazzare via l’importante istituto pensionistico.

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La situazione attuale è tutta in divenire: i governi si susseguono, l’emergenza rimane: e presagire il futuro del paese nel settore indebitamento Inps e le pensioni risulta sempre più difficile.

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Fonti: investireoggi.it, repubblica.it

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Patrizia Caroli

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mer, feb 19, 2014  Marco Brezza
Pensioni Dipendenti Pubblici: Età, Requisiti e Parità di Trattamento 3.17/5 (63.33%) 6 Vota Questo Articolo

Novità in arrivo per i dipendenti pubblici che si apprestano a giungere alla (sospirata?) soglia della pensione: una nota proveniente dal Ministero della Pubblica Amministrazione infatti afferma che coloro che hanno meno di 65 anni e già entro il 31 dicembre 2011 si trovavano in possesso dei requisiti per accedere al trattamento pensionistico, posso permanere in servizio nella Pubblica Amministrazione. A questo assunto consegue che diviene obbligatorio per tutti i dipendenti che si trovano in possesso dei requisiti precedenti al concretizzarsi della Riforma Fornero (maturati sempre entro la data del 31 dicembre 2011) andare in pensione.

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Fonte: www.soldiblog.it

Fonte: www.soldiblog.it

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Dipendenti pubblici: quando andare in pensione?

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La nota si inscrive nella complessa situazione che si è venuta a creare negli ultimi mesi a proposito della regolamentazione della disciplina dei trattamenti pensionistici, con interventi incrociati di Tribunali Amministrativi che avevano annullato alcuni atti governativi. La sintesi che fuoriesce dal diradarsi delle nebbie regolamentari è la seguente: al fine di conservare il posto di lavoro pubblico risulta necessario avere meno di 65 anni. Il riferimenti normativo è qui incarnato dall’art. 2 comma 4 del Decreto Legge 101/2013 (convertito dalla legge 125/2013), il quale recita: “Al lavoratore pubblico dipendente, che ha maturato il diritto al trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2011, si applica il regime di accesso alla pensione e la decorrenza della stessa in base alla riforma pensionistica precedente rispetto all’entrata in vigore della legge Fornero (ovvero dell’art. 24 del decreto legge 201 del 2011)”.

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Pensioni: nel 2018 parità di trattamento tra uomini e donne

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E a proposito di pensioni pare interessante fare un breve cenno alla questione dei requisiti per il pensionamento delle donne: infatti a partire proprio da quest’anno diviene, per le lavoratrici dipendenti pubbliche di sesso femminile,  più lontano il momento del pensionamento Inps per vecchiaia. Sta infatti proseguendo a brevi falcate il percorso delle donne per raggiungere la più elevata età maschile: la marcia proseguirà fino a 31 dicembre 2017, momento in cui ci sarà il totale pareggio anagrafico tra i due sessi, e tutti, uomini e donne, a partire dalla data del primo gennaio 2018 andranno in pensione con i medesimi requisiti.

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Pensionati ex Inpdap: decurtazioni dolorose

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Per ciò che riguarda invece i pensionati della previdenza pubblica (ex Inpdap) giungono cattive notizie: infatti l’Inps ha, nelle scorse settimane, affermato che ci saranno immediati tagli e trattenute sulle pensioni degli ex lavoratori pubblici che si sono spostati sotto la tutela dell’Istituto di previdenza sociale a seguito della chiusura dell’Inpdap. Entrando nei meandri della questione si scopre che i prelievi in questione sono relativi alle somme versate dalla gestione pubblica nell’arco dei mesi tra gennaio e agosto 2013: il debito accumulato viene diviso in due rate distinte e spalmato sugli assegni di gennaio e febbraio 2014. In soldoni, pertanto, il sistema opera in questo modo: gli ex dipendenti pubblici che ricevono mediamente una pensione di 626,73 euro si vedranno corrispondere una somma di 501,38 euro, pari, cioè, al minimo Inps per il 2014; coloro i quali, diversamente, percepiscono una pensione che non oltrepassa la soglia dei 626,73 euro, subirà una trattenuta pari a un quinto dell’importo complessivo. L’ennesima beffa per gli ex dipendenti italiani vessati da un sistema fiscale troppo gravoso ed un apparato previdenziale in grave difficoltà.

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Fonti: The Blasting News, www.leggo.it, www.businessonline.it

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Marco Brezza     

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gio, feb 13, 2014  Ranalli
Pensioni: Le Deroghe Alla Riforma Fornero 3.71/5 (74.12%) 17 Vota Questo Articolo

Il 26.febbario ed il 1.marzo 2014 sono due date fondamentali per quanti intendono accedere al trattamento di pensione per effetto di alcune deroghe alla riforma Fornero previste . Ma di cosa parliamo e di cosa si tratta e soprattutto chi sono i potenziali lavoratori interessati.

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imagesCAU4DC2AInnanzitutto parliamo di quei lavoratori che usufruiscono della legge 104/92 per se stessi o per un familiare. Costoro infatti se al 31.12.2011 potevano contare sui benefici di questa legge ( tre gg di permessi mensili o in alternativa due ore di permesso giornalieri illimitate ) possono perfezionare i requisiti previsti dalla previgente norma sulle pensioni entro i trentasei mesi successivi ( finestra compresa ). Questo significa che quanti hanno la possibilità di perfezionare quota 97+3 mesi entro il 6.1.2014 possono lasciare il servizio derogando di fatto dagli effetti della riforma Fornero sulle pensioni che di  fatto aveva abolito le quote prevedendo le sole pensioni anticipate ( requisito del servizio con minimo di 42 anni e mesi) e pensioni di vecchiaia (requisito anagrafico 66 anni e mesi ). Tuttavia c’è un aspetto da tenere presente non trascurabile. Possono accedere al beneficio di cui sopra quanti produrranno istanza entro il 26.2.2014 alle rispettive direzioni provinciali del lavoro attraverso un apposita modulistica ivi rinvenibile che una volta compilata può essere inviata per  pec, tramite patronato, tramite email privata per raccomandata a.r.

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Potranno essere accolta su base nazionale fino a 2500 domande. Qualora queste fossero superiori al contingente previsto si predisporrà un apposita graduatoria che a quanto si apprende terrà conto di quanti sono più prossimi alle pensioni ovvero raggiungono prima degli altri il perfezionamento del requisito.

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La domanda fatta alla direzione provinciale del lavoro è solamente il primo  passo per accedere alla pensione. Se si otterrà il relativo ok dalla medesima direzione, bisognerà recarsi al patronato, ai caf, è fare la relativa domanda.

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Con riferimento invece al 1 marzo 2014, sono interessati a produrre relativa istanza, coloro che svolgono lavori usuranti cosi come previsti dai relativi regolamenti.

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Costoro infatti per poter beneficiare del bonus previsto dalla normativa sui lavori usuranti dovranno oltre a svolgere un lavoro usurante, aver raggiunto relativamente al 2013 e 2014 quota 97+3 mesi con il limite perentorio di 35 anni + 3 mesi di servizio e 61 anni + 3 mesi . Se si raggiunge questa quota si riceve un bonus di cinque anni nel senso che si accede al trattamento pensionistico con appunto un età di 61 e mesi e non più dovendo attendere i 66 e  mesi previsti dalla riforma Fornero. Quindi in questo senso parliamo di bonus. Nessun aumento o miglioramento sul trattamento pensionistico.

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Gli interessati dovranno produrre domanda ai caf o patronati entro il 1.marzo.2013: La domanda prodotta è tesa solamente ad avere il riconoscimento del bonus da parte dell’Inps. Ricevuta la comunicazione dell’accettazione della domanda , bisogna recarsi di nuovo ai caf o al patronato e produrre relativa domanda di pensione con l’indicazione della effettiva decorrenza della pensione. E’ da sottolineare che a differenza di quanto prima detto sugli usufruitori della legge 104/92, coloro che accedono alla pensione anticipata per effetto dello svolgimento di un lavoro usurante dovranno attendere una volta raggiunto il requisito la finestra di un anno.

 

Giancarlo Ranalli

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mer, gen 22, 2014  Marco Brezza
Pensioni Dipendenti Statali: buco da 23 miliardi 4.00/5 (80.00%) 8 Vota Questo Articolo

Sono tempi difficili per il nostro paese: i venti della crisi stanno spazzando con forza il territorio italiano e il tasso di occupazione è calato a livelli negativi da record. Emerge inoltre con prepotente forza anche il tema delle pensioni. E proprio attraverso un non trascurabile travaglio stanno transitando infatti anche le pensioni dei dipendenti pubblici: è di pochi giorni fa la notizia che la Corte dei Conti ha scovato un “buco” dell’importo di 23 miliardi di euro, che l’Inps avrebbe ereditato dall’Inpdap a causa della mancata corresponsione dei contributi del personale a tempo determinato.

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Quello che è avvenuto rischia di apportare un grave “vulnus” ai trattamenti pensionistici dei dipendenti pubblici attualmente in servizio: per tale motivo l’Anief (importante associazione sindacale afferente al settore formazione) agirà per rivendicare la certificazione dei crediti presso il tribunale, muovendosi anche sulle orme della sentenza emanata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza 13 novembre 2008).

Fonte: www.lintraprendente.it

Fonte: www.lintraprendente.it

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Pensioni dipendenti pubblici: cosa accade?

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Il sindacato ha manifestato proprio in queste settimane dinnanzi a Palazzo Chigi, anche attraverso l’icastico slogan “Vogliono toglierci anche il bastone-pensione”. Ed interessanti sono state le parole del Presidenti di Anief, Marcello Pacifico: “Quanto sta realizzando lo Stato con i suoi lavoratori è una vera e propria evasione. E ha dell’incredibile, perché l’amministrazione si rende artefice esattamente di quello che non permette di fare alle imprese private”. Pacifico ha poi proseguito su tale china affermando che il Governo si troverebbe ora ad affrontare una discreta “patata bollente”, costituita dal dover trovare quei 23 miliardi di euro che “l’istituto nazionale di previdenza ha impropriamente sottratto ai dipendenti del pubblico impiego”.

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Il succo della questione alligna nel fatto che, a parere del sindacato (e non soltanto) sembra che lo Stato stia cercando di fare cassa sulle spalle dei pensionati: verrebbe in questo senso negata alle varie tipologie di dipendente pubblico la possibilità di percepire una pensione congruente con la somma dei contributi versati durante tutta la carriera lavorativa. In questa direzione giunge in soccorso dei dipendenti statali una sentenza della Corte Costituzionale (la sent. n.116/2013): quest’ultima ha dichiarato incostituzionale il prelievo forzoso sulla differenza delle pensioni previsto dalla legge 111/2011.

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Il rebus Legge di Stabilità

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E a tal riguardo proprio pochi giorni fa è emerso da un emendamento alla Legge di Stabilità il fatto che non è prevista nessuna copertura per il disavanzo Inps ereditato dall’Inpdap: parrebbe che il buco da 23 miliardi sia stato celato. Un chiarimento in questo senso giunge da Antonio Mastrapasqua, il presidente dell’Inps, il quale afferma che non esisterebbe alcun tentativo di occultare buchi che non esistono. Ma ecco le parole testuali di Mastrapasqua: “Si sta solo effettuando quell’operazione tecnico-contabile di cui parliamo da un po’ di tempo necessaria per non rendere incomprensibili i conti dell’INPS. Come ho avuto modo di dire già questa estate, a luglio, presentando al Parlamento i conti del primo bilancio INPS dopo l’integrazione con la gestione dei dipendenti pubblici, il disavanzo di circa 9 miliardi era tutto imputabile all’ex-INPDAP e alla modalità con cui lo Stato trasferiva le risorse necessarie per le prestazioni previdenziali nel sistema pubblico”.

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Queste le parole che sgorgano del vertice dell’Istituto previdenziale: ai vocaboli rassicuranti seguiranno altre azioni e provvedimenti efficaci?

 

 

Marco Brezza

 

 

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