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Spending Review: fondo vittime uranio impoverito, ha rischiato il taglio!!



Spending Review: fondo vittime uranio impoverito, ha rischiato il taglio!!
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Spending review. Locuzione che diverrà di uso comune. Almeno come crisi, come tagli, come tasse. Tutte parole che hanno come minimo comune denominatore il governo Monti attualmente in carica, chiamato a risanare un Italia in declino e che al momento ha solo provveduto a metterla definitivamente in ginocchio.

 

Con l’ultima trovata della spending review il consiglio dei ministri, dopo 7 ore di camera di consiglio, ha deliberato tagli in qua e là senza badare troppo ai settore e senza fare troppe distinzioni. In fondo in un momento di crisi i sacrifici toccano un po’ a tutti, no?

 

Ovviamente tutti tranne i governanti: loro hanno bisogno di tutti i comfort per poter “tagliare” meglio. E allora si parla di 4 miliardi e mezzo di risparmi nella pubblica amministrazione con tagli a sanità, giustizia e articolazioni periferiche dello stato, come le province.

 

Ma quali sono gli effetti di questi tagli nel settore difesa? Analizziamoli. Prima di tutto è previsto un calo del numero dei militari in servizio non inferiore al 10%. Quasi nove milioni di euro in meno al fondo per le missioni di pace e solo 100  milioni destinati agli armamenti. Anche il progetto mini-naja fortemente voluto dal precedente esecutivo ha subìto un taglio pari a oltre 5 milioni di euro.

 

Ma il provvedimento che più di ogni altro ha indignato le forze armate e le loro famiglie e sul quale fortunatamente il governo ha fatto marcia indietro prima di creare uno scompiglio atomico, era la drastica riduzione di introiti per il fondo vittime uranio impoverito. Fino a poche ore prima della delibera infatti si parlava di un taglio pari a 11 milioni di euro.

 

Un colpo basso che avrebbe 200 famiglie di militari già deceduti e altri 2500 soldati che stanno ancora lottando a cui si aggiungono i civili che sono stati contaminati perché residenti vicino ai poligoni di tiro contaminati. Subito infatti arrivano, sul Fatto Quotidiano, come fulmini le parole del presidente dell’associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti (ANAVAFAF), Falco Accame: “Potrei capire questa scelta da un governo politico, ma da uno tecnico di certo no. Quel fondo è stato voluto nel 2008 dall’allora ministro alla Difesa La Russa. Ora si vuole tornare indietro, una scelta ignobile perché risarcire è ammettere di non aver protetto i militari e civili in servizio e aver omesso delle informazioni sui pericoli reali”.

Qualcuno potrebbe chiedersi che senso ha parlare di un provvedimento che in fondo non ha trovato applicazione pratica? Il taglio non è stato deliberato, quindi  tutto è rimasto come prima. Invece è proprio in questi casi che si deve andare oltre e riflettere. Riflettere sulla drammaticità di una decisione mancata, che avrebbe reso molto complessa la vita di numerosi soldati e delle loro famiglie e che non avrebbe reso merito alle vittime e alla loro memoria. Riflettere su una classe dirigente che senza colpo ferire inserisce nello stesso decreto la volontà di tagliare gli sprechi e un fondo di solidarietà nato per recuperare un mortale errore, in parte anche governativo.

 

La necessità di riflettere sullo scampato pericolo è dettata dal desiderio di non correrlo più, poiché purtroppo sono molti più numerosi i casi in cui si deve fare i conti con una decisione presa e dalla quale non si torna indietro. E che senso ha a quel punto battere i piedi e manifestare se non si sfruttano poi anche occasioni come queste?

 

Riflettere affinché certi settori, certi fondi, certe categorie diventino intoccabili e immuni da qualunque taglio, decreto o spending review. Perché detto in italiano o in inglese la sostanza non cambia: la traduzione è sempre un colpo allo stomaco della povera gente e un gradino più in alto per la casta.

 

 

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