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Archivi al giorno aprile 15th, 2012

dom, apr 15, 2012  Roberta Buscherini
Insegnanti: il 30 % ha problemi di corde vocali
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Oggi è la Giornata Mondiale della voce, un problema, quello del disturbo alle corde vocali che incide su un ampio settore della società, senza distinzioni di sesso o età. L’obbiettivo principale di questa giornata è sensibilizzare le persone ad abbassare la voce, a curare le proprie corde vocali e a smettere di “urlare”.
Il disturbo alle corde vocali è un problema non banale dei professori e gli insegnanti.  Infatti, il 30 % dei docenti sviluppa un disturbo di questo tipo e questa è una cifra che continua a salire non solo tra gli insegnanti ma in tutte quelle persone che usano la voce per lavorare, come i telefonisti, i dipendenti pubblici, istruttori di ginnastica, ecc….è il segreto per queste malattie è la prevenzione.

 

I medici del Policlinico di Milano hanno pubblicato un “decalogo della voce sana” che contiene alcuni consigli per migliorare lo stato della propria voce ed evitare disturbi:
-    Fare pause durante il discorso e non parlare troppo in fretta
-    Bere almeno 2 litri di acqua al giorno per mantenere idratate le corde vocali
-    Non bere troppe bevande contenenti di caffeina
-    Mantenere un tasso di umidità minimo del 40 % negli ambienti (casa, ufficio,….)
-    Non alzare la voce per richiamare l’attenzione
-    Non cercare mai di superare il rumore ambientale
-    Usare microfono per farsi sentire da molte persone
-    Non parlare durante l’esercizio fisico
-    Mantenere abitudini salutari: regolarità negli orari dei pasti, dormire 7/8 ore al giorno, alimentazione ricca di frutta e verdura, evitare fumo e alcolici.

 

Per quel che riguarda il settore scolastico, non è un buon sistema quello di gridare sempre di più quando gli alunni parlano e urlano. È una tecnica obsoleta, bisogna trovare altri modi per ricavare la loro attenzione. Quali sono le vostre proposte?

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dom, apr 15, 2012  Roberta Buscherini
A Milano, Università solo in inglese
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Il Politecnico di Milano ha deciso di cancellare l’italiano nei corsi, dal 2014. Sarà un’autentica “rivoluzione” in quanto studenti e docenti dovranno lavorare in inglese nel biennio finale e nei dottorati. Una misura mai applicata prima e che implicherà, sicuramente, molte difficoltà per tante persone, almeno nei primi anni. Il ministro dell’Università, Francesco Profumo, ha già dichiarato la sua approvazione per questa riforma. Considera che implicherà una crescita delle opportunità per i nostri studenti e, addirittura, afferma che dovrebbe essere imitata dalle altre università italiane.

 

Il rettore dell’Università, Giovanni Azzone, dichiara che si tratta dell’accelerata finale di un processo di internazionalizzazione iniziato da qualche anno che contribuirà alla “crescita del Paese”. In questo senso, afferma che “l’Italia può crescere solo se attrae intelligenze, visto che non può contare sulle materie prime bisogna formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere sia alle esigenze delle imprese sia a quelle degli studenti che vogliono essere “spendibili” sul mercato del lavoro mondiale”.

 

 

Su queste misure però, vorrei fare alcune considerazioni:
D’una parte non posso negare che si tratta di una grande scommessa e un’iniziativa molto valida che, come afferma il ministro, potrebbe implicare maggiori opportunità per gli studenti in quanto aumenterebbe la loro competitività. L’Italia, come la Spagna ad esempio, si trova alla cola nella conoscenza d’inglese rispetto agli altri paesi d’Europa nei quali l’inglese viene imparato obbligatoriamente da piccoli. Qui no, è questo è un limite. Ad oggi, l’inglese è necessario.
Ma penso che questa misura deve essere applicata molto progressivamente, perché se fatta mala potrebbe tradursi in molte bocciature. Parliamo di persone che sono adulte, sono negli ultimi anni di università e se non conoscono bene, ma bene bene, l’inglese non potranno mai capire e imparare i concetti che fanno parte degli ultimi anni d’Università. Non vorrei che molte persone rinunciassero al dottorato per non essere in grado di realizzarlo in inglese.

 

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