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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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Archivi al giorno ottobre 8th, 2014

mer, ott 8, 2014  Marco Brezza
Congedo parentale infermieri: diritti, obblighi e modalità di fruizione
4 (80%) 2 Vota Questo Articolo

Anche gli infermieri, facendo parte della più ampia categoria dei dipendenti pubblici, hanno la possibilità di usufruire dei congedi parentali. Ma come si delinea la disciplina complessiva di questo importante istituto che consente ai dipendenti pubblici, ed in particolar modo (in questo caso) agli infermieri di occuparsi dei figli appena nati? Andiamo ad osservarlo con attenzione attraverso un breve ma esaustivo focus.

 

Congedo parentale infermieri

Fonte: ladige.it

Congedo parentale infermieri: spetta ad ambedue i genitori

 

Va in primo luogo affermato che, a livello di disciplina generale, è il decreto legislativo n.151 del 26 marzo 2001 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”) a disciplinare la materia dei congedi parentali: in particolare l’art.32 afferma che “ciascun genitore possa assentarsi dal lavoro per un periodo di sei mesi, anche frazionabile, nei primi otto anni di vita del bambino. Il congedo parentale spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia diritto”. L’aspetto peculiare e centrale del congedo parentale risiede nel fatto che esso spetta, in costanza di rapporto di lavoro, ai genitori naturali entro i primi 8 anni di vita del bambino per un periodo complessivo tra i due non superiore a 10 mesi (aumentabili a 11 in casi speciali). Questo periodo in via complessiva può essere utilizzato dai due genitori anche contemporaneamente.

 

Il Congedo parentale per infermieri: Quando diventa obbligatoria l’astensione dal lavoro?

 

Scendendo nei particolari della maternità, le infermiere dipendenti pubbliche hanno l’obbligo (attenzione non il diritto bensì l’obbligo) di astenersi dal lavoro a partire dai due mesi precedenti alla data presunta del parto e per i successivi 3 mesi. Rimane comunque la possibilità di astenersi dal lavoro a partire dal mese precedente alla data ipotetica del parto e quindi per i 4 mesi successivi alla medesima data: in questo caso è però necessaria l’approvazione del medico competente che ha l’obbligo di certificare che la scelta non contribuisca a pregiudicare la salute di madre e nascituro.
Qualora la lavoratrice sia impiegata in lavori gravosi, o comunque pregiudizievoli per la salute fisica di una gestante, il divieto tassativo al lavoro viene anticipato a 3 mesi dalla data presunta del parto (questo ovviamente al fine di tutelare la salute di madre e nascituro).

 

Astensione facoltativa infermieri: la scansione della retribuzione

 

Per ciò che riguarda i periodi di astensione successivi, ovverosia quelli di astensione facoltativa (fino al terzo anno di vita del bambino, o comunque fino al terzo anno dall’entrata di quest’ultimo nel nucleo familiare), il trattamento economico verrà a modularsi nel seguente modo: verrà corrisposta la retribuzione intera per i primi 30 giorni, ad eccezione dei compensi per lavoro straordinario e dei bonus legati alla presenza effettiva. Questi giorni valgono a tutti gli effetti ai fini dell’anzianità di servizio e delle ferie. I successivi 5 mesi saranno invece caratterizzati dal 30% della retribuzione, con validità ai fini dell’anzianità di servizio ma non ai fini delle ferie.
Va in chiusura ricordato che il congedo parentale costituisce a tutti gli effetti un diritto per l’infermiere impiegato nel settore pubblico, ed in nessun modo può essere negato.

 

 

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mer, ott 8, 2014  Valentina
TFR In Busta Paga. Statali Esclusi
5 (100%) 1 Vota Questo Articolo

 

L’ultima trovata del Governo Renzi sulla possibilità di spalmare il trattamento di fine rapporto direttamente nella busta paga dei lavoratori dipendenti del solo settore privato ha già scatenato forti opposizioni e un fiume di polemiche.

 

tfr in bustaConfindustria ha commentato il rpovvedimento con un secco no, sottolineando come “l’ipotesi sul Tfr fa sparire con un solo colpo di penna circa 10-12 miliardi per le piccole imprese italiane”. Ma questo l’esecutivo lo sa. E infatti il provvedimento non riguarderà gli statali, poiché se così non fosse si otterrebbe un’immediata risalita di una spesa corrente che i governi degli ultimi cinque anni hanno congelato con il blocco dei contratti.

 

E in effetti questa consapevolezza esiste anche all’interno dello stesso governo. Il viceministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda si è affrettato a precisare che questa operazione  verrà portata a termine “solo se sarà totalmente neutra per le imprese” proprio perché è arci noto che “il settore industriale è quello che può trainare la ripresa, e va aiutato e supportato” e non certo ulteriormente affondato.

 

 

Statali. Da Sempre Diversi Dai Privati

 

 

Esiste poi un’altra distinzione da fare sui dipendenti statali e il trattamento di fine rapporto, se si decidesse di estendere questo provvedimento anche agli statali. Tutti gli assunti dopo la riforma del 2001 godono di una liquidazione calcolata sulla base dell’ultima busta paga divisa per un coefficiente di trasformazione e moltiplicata per gli anni di servizio.

 

Il diverso trattamento tra dipendenti pubblici e privati è già noto ai governi italiani; già un paio di anni fa infatti la liquidazione prevista dai dipendenti statali viene corrisposta per intero in una sola volta solo se inferiore ai 50mila euro.

Se supera questa soglia può essere erogata in due o addirittura in tre step differenti.

 

 

 

Esclusione Statali. Solo Per Corpri l’ennesima magagna dello stato?

 

 

 

Secondo alcuni però l’esclusione degli statali dal provvedimento sul TFR è legato a ben altro: secondo l’associazione sindacale Anief, lo Stato non ha mai versato quei contributi, se non a titolo figurativo, come prova l’ammanco di 23 miliardi dell’InpDap, ora INPS.

 

L’emendamento ad hoc che l’esecutivo avrebbe disposto nella legge di stabilità non pare sufficiente a coprire l’enorme buco. E anche se si dovessero trovare i fondi per la copertura integrale, il lavoratore non ne trarrebbe giovamento: un aumento di stipendio fa scattare l’aliquota marginale e anche la tassazione diventerebbe maggiore, con un paradossale guadagno per le casse statali.

 

 

 

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