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Appunti e riflessioni per un dipendente statale

Appunti e riflessioni: La Community dei Dipendenti Statali e Pubblici

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gio, apr 24, 2014  Marco Brezza
Sanità Dopo La Spending Review: L’enigma dei tagli alla spesa pubblica
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Come si modificherà il settore della sanità dopo la spending review? È una domanda che fuoriesce spontanea in tempi di tagli e di riorganizzazione della spesa per quanto riguarda la pubblica amministrazione italiana. È certamente opinione assodata che il settore della sanità si configuri come uno dei segmenti di spesa pubblica sui cui convergono le più grandi aspettative di contenimento e razionalizzazione: in questo senso i sacrifici imposti dalla affilata scure della spending review suggeriscono agli enti locali e allo Stato centrale di affrontare un graduale e cauto percorso di riorganizzazione dei servizi sanitari, con l’obiettivo perfezionarne ed ottimizzarne l’efficacia e, ancor più, l’efficienza.

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www.informazione.tv

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Sanità dopo la spending review: verso una maggiore efficienza

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La pianificazione del necessario lavoro che modificherà le coordinate e i connotati della sanità dopo la spending review è stata programmata dal commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli: nei propositi di quest’ultimo giace la volontà di effettuare i tagli con il cesello, verificando le criticità comparto per comparto, al fine di superare la logica delle riduzioni lineari, una delle modalità più facili da utilizzare, e al contempo meno efficaci, per affrontare gli svariati momenti di difficoltà intercorsi negli ultimi cinque anni. Lo spirito di fondo che informa la logica della revisione della spesa è quello che viene definito come un processo diretto a migliorare l’efficienza e l’efficacia della macchina pubblica nella gestione delle risorse economiche, attraverso la sistematica analisi e valutazione delle strutture organizzative. Esprime la sua visione in materia il presidente emerito della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, il quale ha affermato: “Ci aspettiamo dei tagli selettivi e rimessi alle stesse amministrazioni che hanno padronanza della visione delle loro esigenze e delle loro disponibilità e delle esigenze dei cittadini in termini di servizi”.

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L’entità complessiva della spesa pubblica si assesta sulla alla cifra di 800 miliardi di euro: evidentemente, però, una cospicua parte di questa non è intaccabile attraverso il procedimento di revisione. E tra i settori su cui si concentra l’attenzione c’è sicuramente la sanità, ed in particolar modo la delicata tematica dei costi standard.

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Sanità dopo la spending review: attenzione alle “grandi apparecchiature”

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Insomma, pare esserci tanta carne al fuoco e tanto lavoro da fare per capire il destino della sanità dopo la spending review. Il Ministero della Salute comincia intanto a elaborare le strategie di lotta agli sprechi di Asl e ospedali, senza trascurare però le problematiche inerenti alla salute di coloro che si curano: ecco pertanto che, anche nel nostro paese, è in procinto di essere avviata per la prima volta un’operazione a tappeto su tutte le cosiddette “grandi apparecchiature” di carattere biomedico in uso in tutte le strutture sanitarie italiane. L’ingente profusione di risorse per l’utilizzo di questi macchinari di alta tecnologia (e oggi decisivi per l’assistenza dei pazienti) sarà materia di osservazione per il team addetto alla collocazione dei tagli.

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Sono pertanto molti gli ambiti sui quali agire, nella difficile attività di configurare la struttura della sanità dopo la spending review: un’attività, quest’ultima, da eseguire sempre, ovviamente, dentro i confini fondamentali del rispetto degli obiettivi di tutela della salute che sono alla base del Servizio sanitario nazionale italiano: un eminente valore, inserito nella Carta Costituzionale del nostro paese.

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Fonti: Il Sole 24 Ore, www.lavoce.info

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Marco Brezza  

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mar, apr 1, 2014  Roberta Buscherini
Spending Review Nella PA: La soluzione anche su E-Bay
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fanpage.it
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Spending review nella PA : da una visione quantitativa a una visione qualitativa

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La Legge 30 ottobre 2013, n. 125, recante Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle Pubbliche Amministrazioni, rappresenta un buon punto di partenza per capire in che modo si stia applicando la spending review nella PA (Pubblica Amministrazione). La traduzione letterale di spending review è “revisione della spesa”; è importante comprendere il significato autentico delle parole per non cadere in errori grossolani assimilando, semplicisticamente, la spending review al taglio della spesa pubblica ed alla diminuzione della quantità di denaro stanziato quando, invece, si tratta di impegnarsi per migliorare la qualità della spesa. Spending review nella PA significa, allora, non adottare una visione quantitativa cadendo nel baratro dell’austerity attraverso tagli orizzontali che abbattono lo sviluppo ma, piuttosto, far propria una visione qualitativa che permetta di risolvere le tante inefficienze e opacità della PA.  Spending review nella PA significa controllare ogni singola amministrazione o azienda per fare in modo che non si verifichino casi di sperpero del denaro pubblico o di clientelismo e ciò sarà possibile solo attivando nuove prassi che premino la meritocrazia, l’equità e la qualità dei servizi.

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Spending review nella PA: Il ruolo della CIVIT

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Sembra che con l’intervento della CIVIT (commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche) ci si stia muovendo in questa direzione. La CIVIT è un’autorità amministrativa indipendente, che è stata istituita con la “riforma Brunetta” nel decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 e che, in seguito all’entrata in vigore della L.190/2012 (” legge anticorruzione”) opera anche come Autorità Nazionale Anticorruzione. La sua funzione è quella di assicurare la trasparenza e l’efficienza delle pubbliche amministrazioni. La spending review nella PA si può attuare con l’intervento della CIVIT attraverso un monitoraggio costante delle diverse realtà amministrative, valutate e premiate in base alla loro efficienza e per la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Compito della CIVIT è anche quello di garantire la totale trasparenza delle amministrazioni per assicurarne l’integrità e prevenire fenomeni di corruzione. Un altro degli obbiettivi della Commissione è quello di permettere l’accessibilità ai dati interni alle PA, selezionando quelli da rendere pubblici per permettere ai cittadini di valutare la loro funzionalità.

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Spending review nella PA: Quali ambiti d’intervento?

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Oltre che rendere trasparenti ed efficienti le PA è necessario, nell’immediato, intervenire con dei tagli sulla spesa pubblica che permettano di rimpinguare le casse dello Stato per un totale di 3 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015 e 34 miliardi nel 2016.

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Il piano di Cottarelli interessa diversi provvedimenti che riguardano la spending review nella PA :

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  • Tagli alle auto blu; seguendo un “modello misto tra quello inglese e quello tedesco, auto blu solo per i ministri e un pool di massimo 5 auto per ministero”. Sulla questione è intervenuto, poi, lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha deciso di mettere all’asta su e-Bay le auto blu di Palazzo Chigi. Sul Corriere della Sera si legge che i mezzi di servizio che saranno ceduti sono 150 e ad essere “colpiti” saranno i 35 sottosegretari. Sempre sul Corriere si legge che Renzi vuole replicare quanto fatto a Firenze due anni fa, quando il Comune mise all’asta tre Alfa Romeo e una Volvo utilizzate, fino a quel momento, dai componenti della giunta.
  • Riduzione dello staff e tagli agli stipendi dei dirigenti pubblici; i parlamentari italiani, ha sottolineato Cottarelli, guadagnano cinque volte quello che intasca l’italiano medio. Su questo è intervenuto Renzi che ha accennato alla possibilità di tagliare 500 milioni dagli stipendi dei dirigenti.
  • Tagli alle pensioni d’oro (superiori ai 2.500 euro mensili) che costano 270 miliardi di euro l’anno. Secondo il Commissario un prelievo del 15% dei trattamenti previdenziali sulle super pensioni favorirebbe nuove assunzioni.
  • Tagli ai costi della politica in generale dai gabinetti dei ministri alle auto blu. Su questo il Commissario è intervenuto, ribadendo la necessità di un risparmio in un settore, quello degli organi politici appunto, la cui spesa, nel triennio 2009-2012 non è diminuita a fronte di un -10% della spesa generale.
  • Soppressione di Enti inutili, sedi periferiche dello Stato e partecipate locali che, di fatto, non forniscono servizi pubblici.
  • Riduzione delle centrali appaltanti (sono 30mila, ma una trentina basterebbero) e la digitalizzazione dei pagamenti per quanto riguarda l’acquisto di beni e servizi.
  •  Per quanto riguarda le società partecipate dello Stato, secondo il Commissario,  “si può intervenire con un efficientamento tramite fusioni e un aumento delle tariffe”,  per quelle che offrono servizi pubblici, mentre le altre possono essere eliminate.
  • “Risparmi rilevanti”, nell’ordine di “due miliardi”, dalla spesa per immobili a livello di Stato ed Enti territoriali.
  • Tagli ai sussidi al trasporto ferroviario, superiori del 55% rispetto a quelli degli altri Paesi UE.
  • “Sinergie tra i corpi di polizia” al fine di creare un “miglior coordinamento che possa portare nel giro di tre anni a risparmi significativi”
  • La Rai dovrebbe impegnarsi in qualche ulteriore risparmio coprendo l’informazione regionale, per esempio, senza avere sedi in tutte le Regioni seppure, attualmente, così è previsto per Legge.

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La spending review nella PA, infine, sarà percepita in modo più immediato dai cittadini attraverso i seguenti interventi:

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  • Il Servizio Sanitario Nazionale deve ridurre “il numero dei ricoveri inappropriati” e, “serve una più diretta applicazione dei costi standard”. Cottarelli ha aggiunto che “la Sanità è un’area delicata” e il risparmio in questo settore “va definito nell’ambito del Patto per la salute”.
  • A fronte del problema degli esuberi nel mondo del Lavoro, è necessaria un’azione più efficace per il rafforzo della mobilità obbligatoria nel pubblico impiego che esiste ma, di fatto, non viene usata
  • Nessun taglio per istruzione e cultura visto che “dai confronti internazionali emerge che l’Italia non spende molto per queste voci”.

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Una sfida importante quella della spending review nella PA, una sfida che richiama la politica alle sue responsabilità. Dovremo assistere all’ennesima sconfitta del Governo o, finalmente, si affronterà con competenza e trasparenza un processo complesso che dovrebbe risollevarci dalla crisi?

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Roberta Buscherini

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mar, mar 11, 2014  Roberta Buscherini
Scatti Anzianità PA: Focus sulla travagliata questione scuola
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Proprio questi sono i giorni decisivi per lo sblocco degli scatti anzianità PA, in particolare quelli relativi al personale della scuola: alla Camera verrà infatti discusso il Decreto inerente al suddetto sblocco, all’interno del quale è prevista una sessione negoziale volta al recupero dell’anzianità del 2012.

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Fonte: www.formiche.net

Fonte: www.formiche.net

Scatti anzianità PA: M5S chiede chiarezza

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In questa direzione si innestano le dure parole di alcuni rappresentati del Movimento 5 Stelle, i quali hanno denunciato un fatto che per molti aspetti viene sottaciuto dalle principali fonti di informazione: sembrerebbe infatti che la Legge Finanziaria del 2008 (Governo Berlusconi, con a capo del dicastero dell’Economia Giulio Tremonti) prevedesse espressamente che il 30% degli oltre 8 miliardi di euro tagliati alla scuola pubblica dovesse essere utilizzato per  pagare gli scatti del personale scolastico. Cosa che, con tutta evidenza, non parrebbe essere stata portata avanti.

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I rappresentanti del M5S hanno presentato una interrogazione parlamentare al fine di comprendere dove possano essere andati a finire quei preziosi fondi: il deputato M5S Sara Chimienti afferma: “Si tratterebbe di 2 miliardi di euro.  Dove sono finiti questi soldi? Per quale motivo il Governo vuole attingere al MOF, fondo per il miglioramento dell’offerta formativa, dal momento che ha a disposizione per legge ben 2 miliardi?” Domanda legittima che attende risposta.

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Questioni di cifre (e intanto Saccomanni traballa)

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Risposta che aleggia incerta nell’aria infuocata dalle polemiche di questi giorni proprio a proposito degli scatti anzianità PA: le sigle sindacali più importanti non hanno lesinato feroci critiche nei confronti del (criticatissimo da molteplici direzioni, ed a rischio poltrona con il trapasso del Governo Letta) Ministro Fabrizio Saccomanni, il quale si sta occupando della questione.

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Il nodo della vicenda ruota attorno ad un altro ammontare di risorse rientrato dalle scuole (a scapito dei corsi di recupero) nelle casse del dicastero economico: su questa consistente cifra – che pare assestarsi sulla quota di 200 milioni di euro – converge certamente ingente parte delle speranze delle centinaia di migliaia di lavoratori che aspettano il pagamento degli scatti di stipendio relativi al 2012 e 2013. Nel fuoco incrociato delle opinioni spiccano le dure reazioni di alcuni sindacati: Marcello Pacifico dell’Anief si scaglia contro le sigle sindacali rappresentative che non sembrano battersi con vigore sufficiente affinché gli scatti anzianità PA tornino a dipendere dal rinnovo contrattuale e non vengano invece posti alla mercé di risorse destinate a scopi diversi.

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Scatti anzianità PA: una questione inestricabile?

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Sulla medesima linea si situa anche la sigla Flc Cgil: il rappresentante sindacale Mimmo Pantaleo afferma infatti che “per il pagamento degli scatti 2012-13 bisogna che il Governo stanzi risorse aggiuntive. Non siamo disponibili a un accordo che intacchi ancora una volta i soldi destinati alle scuole per corsi di recupero o innovazione didattica: questo peggiorerebbe in modo drammatico l’offerta formativa dei nostri istituti e costringerebbe tantissimi lavoratori a lavorare gratis”. Insomma il proposito anelato da Cgil è quello di chiedere al Governo un atto di indirizzo attraverso cui reperire risorse aggiuntive. Insomma la vicenda inerente agli scatti anzianità PA, nella sua declinazione scolastica, pare essere lungi dall’essere risolta: a questo riguardo è intervenuto qualche settimana fa un decreto governativo che conferma lo stop alla restituzione degli scatti stipendiali del personale della scuola (che grande confusione ha generato al rientro dalle vacanze di Natale) già percepiti nel 2013 con una trattenuta di 150 euro mensili, Stabilendo inoltre che non ci sarà retrocessione a una classe stipendiale inferiore per il personale della scuola che ne abbia acquisita una superiore nel 2013 in virtù dell’anzianità economica attribuita nello stesso anno.

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Fonti: orizzontescuola.it, corriere.it

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Roberta Buscherini

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lun, feb 17, 2014  Marco Brezza
Precari Nella PA: La Corte di Giustizia europea boccia la legislazione italiana
1.6 (31.43%) 7 Vota Questo Articolo

Contratti flessibili nella Pubblica Amministrazione: la legislazione italiana viene sonoramente bocciata. È successo proprio negli scorsi giorni infatti che la Corte di Giustizia Europea abbia dichiarato non compatibile con i principi comunitari l’abuso di contratti flessibili perpetrato all’interno dl nostro pubblico impiego. La questione coinvolge ben 133mila dipendenti della scuola, 30mila della sanità e circa 80mila occupati tra Regioni ed Enti locali.

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Fonte: daily.wired.it

Fonte: daily.wired.it

Doppia dichiarazione di infrazione comunitaria

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Quello che è emerso dal dettato emanato dai giudici comunitari lussemburghesi deve fare riflettere. Infatti la nostra legislazione in materia si pone in chiaro contrasto con la Direttiva 1999/70 CE, ovvero i rapporti a tempo determinato non possono essere un problema scaricato sui lavoratori, dal momento che il danno non risulta risarcibile. I rapporti andrebbero pertanto assunti dallo Stato in quanto datore di lavoro che ha l’obbligo di rispettare le regole comunitarie. Scendendo per un attimo nei particolari della pronuncia, la Corte ha parlato di negazione delle tutele effettive contro gli abusi nell’utilizzazione dei contratti a tempo determinato alle dipendenze di pubbliche amministrazioni. L’impellente direttiva pronunciata dalla Corte nei confronti dell’Italia, in questo senso, si delinea nell’obbligo perentorio di rivedere la disciplina in materia.

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La doppia dichiarazione di infrazione (infatti sono due i provvedimenti, tra loro coordinati, emanati dalla suprema corte europea) getta una luce inquietante sulla disciplina italiana dei contratti a tempo determinato nella Pubblica Amministrazione. Ciò emerge poi in maniera prepotente nel momento in cui il nostro paese si prepara ad assumere i 250mila precari con contratti a termine che operano nella PA, ripartiti nei diversi settori chiave citati in apertura di articolo.

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Stabilizzazione precari: la sentenza Papalia

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Penetrando nelle pieghe delle pronunce dei giudici di Lussemburgo, proviamo ad analizzare in particolare la seconda pronuncia, denominata “Papalia”: in questo caso la Corte Europea si è pronunciata sulla questione di compatibilità comunitaria sollevata dal Tribunale di Aosta inerente all’art. 36, comma 5, Decreto Legislativo n. 165/2001, norma dichiarata in palese contrasto con la suddetta direttiva 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato: a parere dei giudici europei, pertanto, la norma italiana rende estremamente difficile o addirittura impossibile al lavoratore dipendente la prova del risarcimento del danno senza costituzione del rapporto. In conseguenza di ciò la stessa non risulta misura idonea a prevenire gli abusi nella successione dei contratti a termine nel pubblico impiego. A parere del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, la sentenza “riguarda il Comune d’Aosta, ma può per analogia essere certamente estesa all’intero territorio nazionale  semplicemente perché il caso esaminato è equiparabile a quello dei 250mila dipendenti storici della Pubblica Amministrazione che hanno già svolto almeno 36 mesi di servizio. Ad iniziare dalla scuola, dove soltanto per l’ordinario funzionamento per quest’anno sono stati assunti a tempo determinato almeno 137 mila supplenti”.

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PA: la piaga dell’abuso di utilizzo del precariato

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Insomma il pernicioso abuso dell’utilizzo del precariato nella Pubblica Amministrazione italiana parrebbe aver raggiunto livelli di guardia: almeno ciò risulterebbe dalle pronunce europee che sovrintendono al rispetto delle normative sovranazionali di emanazione comunitaria. Il Governo italiano per ora parrebbe non voler prestare ascolto ai pareri (in realtà vincolanti) dei giudici europei, adducendo ragioni di tipo finanziario. Ma le ragioni finanziarie non possono essere utilizzate come giustificazioni per aggirare le norme di rango sovranazionale: ci si trova pertanto ad un decisivo bivio. La strada da percorrere è certamente quella indicata dai battistrada comunitari: sta al legislatore italiano perlustrare i passaggi più agevoli per innovare l’importante disciplina.

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Fonte: orizzontescuola.it

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Marco Brezza

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gio, feb 6, 2014  Marco Brezza
Amministrazione Pubblica: Ecco Quanto Costano Le Istituzioni Locali
3.7 (73.33%) 3 Vota Questo Articolo

Inefficienza della burocrazia, scorretta allocazione delle risorse nella cosa pubblica: sono varie le questioni radicate dentro il tema dei costi complessivi della politica. Mentre la Regione Lombardia si appresta (forse) a tagliare del 10% l’importo dei vitalizi già maturati dai consiglieri, pare opportuno affrontare una piccola escursione proprio a proposito di costi della politica e dell’amministrazione pubblica. La domanda che ci si pone è: quanto incide il peso economico delle nostre amministrazioni sul complessivo comparto di spesa pubblica? Una recente inchiesta de lavoce.info solleva interessanti aspetti in relazione al costo del funzionamento degli organi istituzionali in Italia: sfatando, almeno in parte, il mito della netta superiorità dei costi degli apparati centrali dello Stato.

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Fonte: www.perugia24ore.it

Fonte: www.perugia24ore.it

Costi della politica locale: ecco la verità

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È sicuramente vero che la politica centrale sia molto più costosa di quella locale: ma, ci fa notare lavoce, solo se si ragiona  in termini di spesa per singolo amministratore (oppure considerando il  contributo al costo complessivo della politica dei diversi livelli di governo). La sorpresa però giunge nel momento in cui si va a considerare un’ottica informata al principio economico dei costi-benefici, confrontando cioè la spesa per il funzionamento degli organi istituzionali con il relativo potere decisionale.

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Ma cosa si intende qui per costi della politica locale? In questo senso, sono stati analizzati i dati di spesa dei Comuni inseriti e dichiarati all’interno dei Certificati dei conti consuntivi di bilancio (Cccb) per il funzionamento degli organi istituzionali: all’interno dei certificati si allineano le indennità, i gettoni di presenza, i rimborsi per le trasferte e i servizi di supporto. Analizzando al livello complessivo questi dati, affiora una spesa complessiva per i Comuni italiani (con riferimento all’anno 2010) di 1,7 miliardi di euro per il funzionamento delle istituzioni (ripartiti in 600 milioni per gettoni di presenza e indennità e circa 1 miliardo per le restanti voci).

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Questione di efficienza: qual è la categoria di Comuni più virtuosa?

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Osservando i dati emersi dall’inchiesta, si nota che la spesa “pound per pound” (ovvero parametrata sul numero di amministratori) cresce all’aumentare della dimensione dell’ente (una evidente conseguenza dell’aumento delle responsabilità dell’amministratore stesso): le indennità aumentano quando la complessità dell’entità da amministrare si amplia. Ma analizzando con attenzione i tutti i dati si scopre che l’incidenza della spesa per gli organi istituzionali sul totale delle risorse disponibili assume un curioso andamento a U: ovvero raggiunge valori elevati (che significano inefficienza economica) con riferimento agli enti di dimensioni molto piccole, si abbassa rapidamente in corrispondenza della classe di Comuni che possiedono tra i 15mila e i 30mila abitanti, e poi torna a crescere quando si riferisce ai Comuni più grandi. Affiorano pertanto i cosiddetti costi da eccesso di frammentazione per quanto riguarda i Comuni sotto i 15mila abitanti, mentre per i Comuni con più di 30mila abitanti questa inefficienza si riflette in un costo da maggiore complessità: mentre i Comuni compresi nella classe intermedia appaiono come i più efficienti con riferimento anche alla spesa per abitante.

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Piccoli Comuni: scarsa efficacia o deficit di democrazia?

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Cosa significa tutto ciò? Evidentemente che nei Comuni più piccoli alligna un deficit di efficacia: in queste realtà le risorse finanziarie disponibili sono talmente ridotte da determinare il peggior rapporto tra costi della politica e potere decisionale. Insomma, gli amministratori dei piccoli Comuni costano sì poco (spesso rinunciando anche alle indennità), ma decidono anche molto poco (in accezione quantitativa) per le loro comunità.

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Emergono pertanto cospicui dubbi in ordine alle tematiche dell’efficienza economica e dell’efficacia complessiva dell’azione pubblica a livello locale, ed affiorano anche inquietudini in relazione al funzionamento effettivo dell’apparato democratico nelle realtà puntiformi dello Stato italiano. Costi sostenuti contro benefici ottenuti: il saldo, nella realtà dei piccoli Comuni, pare essere molto negativo. Andrebbe pertanto valutata con attenzione la dimensione minima adeguata dell’entità locale in maniera tale da capire come allocare l’adeguata mole di risorse per una efficiente attività amministrativa.

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Fonte: www.lavoce.info

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Marco Brezza     

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